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Sito Letterario & Laboratorio di Scrittura Creativa di Monia Di Biagio.

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Inseguendo il Destino (di Marco Rossi)
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marcorossi







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MessaggioInviato: Lun Ott 13, 2008 11:22 pm    Oggetto:  Inseguendo il Destino (di Marco Rossi)
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Running the Destiny
Inseguendo il Destino (Parte 1^)


Lo vide approssimarsi innanzi a lui.
Vide sotto di se l'inferno infinito.
Un alato mare di fiamme saliva al cielo.
L'alone imporporava l'orizzonte lontano.
Egli vi scorse una città intera bruciare

Il mare di fiamme avanzava innanz’a lui.
L'uomo alzò lo sguardo al plumbeo cielo.
Osservò il solitario volo di un'aquila.
Indi, con lo spirito l'uomo entrò in essa.
E guardò il mondo attraverso i suoi occhi.

Volava così alto, ma non era abbastanza.
Non da impedir che il fumo lo stordisse.
Che il nauseabondo odor ne deviasse l'ardito volo.
I suoi sensi si ribellavano all'orrore che vedeva.
Gli occhi gonfi e arrossati lacrimavano di rabbia.

E si sentiva in quell'attimo quale foglia al vento.
Qual foglia rapita dall'inebriante vento di maggio.
Avvertiva sulle guance la fresca “brezza dell'est”.
Un vento lenentegli le sofferenze e il pianto.
Un vento or portator di fulmini e di tempesta.

Alzò lo sguardo all'immenso cielo sovrastantelo.
Un cielo carico di nubi, come dopo il temporale.
Ma dov'era, l’or’ per lui agognato arcobaleno?
Dov'era, così carico dei colori della speranza?
Ma questo e la primavera di vita non giungevan.

Gli occhi stanchi e arrossati non lo trovarono.
Sopra di lui vi era solo il nulla dell'infinito.
Sopra di lui vi era solo il buio dell'eternità.
Sotto di lui bagliori rosso porpora d’inferno.
Sotto di lui il mondo intero ardeva in fiamme.

Egli, allora, capì che l'alba per l'uomo è da sempre
l'ora più attesa, carica di speranze e più agognata.
Ma l’ultime tenebre che la precedono, sin’ dalla più
lontana notte dei tempi, sono sempre le più paurose.

Un improvviso raggio di sole squarciò le nubi.
Ed infine, il tetro, plumbeo cielo or si aprì.
I raggi del sole di maggio laceravano le nubi.
Ma queste eran nere e grevi di gelida pioggia.
Però, il temuto diluvio ristoratore non venne.

Ed allora, orrendamente, li vide arrivare.
Giungevano a nugoli come falchi in caccia.
Come sparvieri si lanciavano su di lui.
Calavano avidi di vendetta e di sangue.
E lui, ora, era la loro inerme preda...

A volte è come un sogno... o un incubo.
"Ognuno lascia la vita come se l'avesse iniziata allora."(Epicuro)


Berlin, ReichsKanzlei
Military Hospital
06:10 Zulu, April 28th 1945

L’Oberscharführer Hans Rausch prese servizio nell’ospedale militare nei sotterranei della ReichsKanzlei, un livello sopra al Führer-Bunker.
Berlino veniva ininterrottamente cannoneggiata dai russi. Le granate cadevano fitte sulla Cancelleria del Reich ormai in rovina. Nella capitale la guarnigione combatteva ferocemente corpo a corpo nelle strade senza più speranza. I russi erano a meno di tre chilometri! Da sottufficiale della Leibstandarte Adolf Hitler, la guardia del corpo SS del Führer, ‘pur del corpo sanità, la tetra prospettiva della prigionia nei gulag della Siberia l’atterriva. Scorse nervoso le pagine del registro d’obitorio: ottanta civili e ventun militari dilaniati dalle granate in sole sei ore. Li seppellivano in affrettate fosse comuni nei giardini vicini alla Cancelleria, i cui occupanti erano assediati nel bunker di cemento armato dodici metri sotto terra. Prigioniero nella tomba dall’atmosfera irreale, Adolf Hitler v’emanava ordini che nessuno più eseguiva. Nella mente malata del Führer le debolissime Armate di Wenck e Steiner avrebbero presto liberato Berlino dalla morsa di fuoco bolscevica. Il soffitto tremò. Sulla scrivania caddero calcinacci. Nell’aria l’olezzo pungente della morte. Il generatore ausiliario si spense. Al tetro baluginare della torcia elettrica Rausch finalmente trovò sul registro ciò che attendeva da giorni. Afferrò il telefono. Rispose il sergente Rochus Misch, telefonista SS della Cancelleria.
“Rochus, sei tu?... Sono Hans, passami il capo.”
“Herr Sturmbannführer Günsche, sono pronto. Ja, jawohl, sarò da solo. Attenderò all’uscita sotterranea secondaria sulla Bendler Strasse che lei giunga con un blindato. Heil Hitler!”

Forse la mente di Sarah era già lontana, quando mi strinsi tremante la sua mano al cuore... e le confessai il mio angoscioso, terribile segreto... Capì’ le parole lacrimate, perdonandomi la menzogna con l’ultimo sorriso, incapace di risentimento, né di incolpare persone... per fatti accaduti ancor prima della loro nascita. La mia dolce, meravigliosa Sarah. E la persi, dopo appena un alito di vita... dall’aver avuto il privilegio d’amarla.

Urlai nelle tenebre, madido di sudore. Il sole risorgeva. Rivissi la mia vita sconvolto dall'incubo da anni infestante notti insonni. Tornai reminiscente all'adolescenza e ancor prima. Era il 04 luglio 1970 festa che, ‘pur riconoscente all’America, dopo l’accadutomi da war-reporter non sentivo più appartenermi. Da pochi anni avevo trovato una nuova Patria e già sentivo d’averla perduta. Erika mi chiamò. Sally Annemarie, mia figlia d’otto anni, rise con la nonna in cucina. La luce m’infastidì. Mi lavai lento, assonnato, distrutto. Inspirai a fondo la brezza del mattino, alla finestra spalancata sul lago Willow; poche ore, avrebbe ceduto all’afa. Ery m’accolse col sorriso dell’alba. Baciai lei e Sally. La mia piccola peste volle che le raccontassi un’avventurosa storia. Le carezzai la lunga, ribelle chioma bionda. Iniziai.
Sì, avevamo vissuto eventi memorabili, in quei lunghi dieci anni...
Solo due giorni. E sarei ritornato in Irlanda... da Sally.


New York City, Queensborough
“A. Lincoln” Queens Hospital
22:00 Zulu, December 31st 2045

“Come sta il paziente della 77?” Domandò l'infermiera montante. “Non bene, Sally. D'altronde, ha compiuto cent’anni...”
“Povero Robert, nel sonno pare che lotti... E’ come se non voglia lasciar qualcosa d'incompiuto, quaggiù. Sai, Mary, è stato un famoso reporter del New York Times.” L’amica annui, senz’alzar lo sguardo dal registro dei medicinali da somminstrare ai degenti.
La ventiduenne Sally Kidman andò dall'amico. Quella notte poteva essere l'ultima. Da mesi nel sonno aveva solo incubi. Era come se dei fantasmi, – i fantasmi del suo passato? –, se lo contendessero. Era affascinata dallo spirito libero di Rob’. Sino alla frattura del bacino, l’anno prima, aveva vissuto molto intensamente. Amava parlarle dei suoi viaggi da reporter e l’ascoltava a sua volta. Sally non capiva perché le si fosse ‘sì affezionato, e ‘sì a prim’acchito; ne era lusingata. Lui ne aveva indirizzato la curiosità. Un giorno le aveva svelato: ottant'anni prima aveva avuto una fidanzata col suo stesso nome, anch’essa irlandese e morta giovanissima nel lontanissimo 1964; ma non di come fosse deceduta. L'aveva invidiata. Raccontando di lei, le era realmente ‘parso ch’era come se lui la cercasse, lì, in quell’asettica stanza d’ospedale. Aveva senso tutto ciò? Sally aveva indagato. L’aveva scoperto:

Oddio, era stata medico, e proprio lì... lì al Lincoln!

Nella ricerca subito iniziata, aveva trovato una foto ingiallita, in un datatissimo fascicolo d'archivio. Sally O'Connor era davvero bellissima... Era possibile ciò, l’esser gelosa di un fantasma? Aveva poi saputo che il fascicolo, scannerizzato a PC, sarebbe stato distrutto. Poteva permettere che un 'sì importante capitolo della vita di Robert finisse in cenere?... L'aveva sottratto. Rimasto a bocca aperta nel consegnarglielo, lui non aveva pianto. Ma lei capiva... Sì, Roby piangeva col cuore.

La smania di sapere s’era impadronita di lei, dell’alone di patinato mistero circondante la sua vita. Informatasi al New York Times e nel Queens, dove lei stessa viveva, la casa di Robert era in vendita. Non sapeva spiegarselo, ma l’aveva voluta vedere, conoscere a fondo il suo passato. Il mieloso impiegato d’agenzia, che cedeva il grande e lussuoso appartamento per conto della Fondazione Erika Braun, le aveva concesso ampio respiro nell’enorme casa ancor arredata. Dopo pochi minuti, Sally, sentitasi un’intrusa, scusatasi, ne era fuggita via.

Robert le aveva raccontato di Sally O’Connor e di Sarah von Lewinski. In biblioteca aveva letto i NYT dell’epoca, fotocopiato articoli dal Medio Oriente scritti con Sarah; i di lui reportages dal Vietnam, Ulster, Iran, Afghanistan, Irak, Kuwait, Cecenia e tanti altri teatri di guerra.

Robert era stato anche scrittore. Ne aveva letto i romanzi, che, ingiustamente riteneva lei, non avevano avuto un grande successo letterario; forse il mondo, a quel tempo, era stanco di guerre. Aveva letto, appassionatene, “Running the Destiny - Inseguendo il Destino” sulla Guerra dei Sei Giorni del 1967; “The Monkies Mountain - La Montagna delle Scimmie” sul conflitto in Vietnam; “Operation Badr” sulla guerra dello Yom Kippur del 1973; “Inside the Storm - Dentro la Tempesta”, sulla Guerra del Golfo del 1991 e tanti altri, tutti romanzi storici, ‘sì avvincenti e per lei ‘sì strappa lacrime. Ora lo sapeva: in parte avevano rappresentato lo specchio dell’avventurosa vita di war-reporter dell’amico-mentore... E l’istinto le sussurrava che v’era qualcosa d’altro; sì, sotto la cenere, anche dopo tutti quegli anni e l’oblio del tempo, covava ancora il fuoco...

Sapeva che Robert e Sarah s’erano sposati a Gerusalemme, nel giugno ‘67, ma che lei v’era morta assassinata; Rob’ non aveva approfondito. Sapeva anche che aveva una figlia, Sally Annemarie, omonima di Sally, ma nata prima che la conoscesse, anch’essa war-reporter e data per dispersa in Irak nel 1991; L’aveva avuta da Jennifer, mai sposata e morta suicida... Portava solo sfortuna alle sue donne? Aveva scritto al NYT, a Yale, Stanford, al MIT. Il mosaico d’una vita aveva lentamente preso forma nella sua mente sempre più coinvolta. Si ripeteva: “Roby è solo un paziente, ed io sono solo un’infermiera impicciona”, ma senza smettere di “ficcanasare”. Le ricerche non gliel’aveva confessate. Ma sentiva che lui, ora, la “guardava diversamente”. Oh, sì, lo sapeva: l’affezionarsi ‘sì profondamente, l’intimammente innamorarsi di un uomo della sua età era insensato, ma sperava che anche lui... Che uomo meraviglioso era stato...
E per lei, Robert era ancora ‘sì affascinante.

Una notte un sensore dell’elettrocardiogramma si staccò. Rob’ dormiva profondo, finalmente libero dagl’incubi. L’improvviso “bip” sullo strumento di controllo l’aveva allarmata. Accorsa nella stanza, illuminatolo con la pila senz’accender la luce, per fortuna nulla di grave. Aveva visto le due chiavette appese alla catena d’oro al collo, la piccola custodia incisa di geroglifici. Mai notate, le era parso proprio come se... Posatele sul tavolino, riposizionato il sensore, aveva ‘carezzato i capelli candidi. Informata la collega di dover cambiar posizione al paziente 777, declinato l’aiuto, era tornata da lui. Non s’era svegliato.
Illuminatala con la torcia, aveva scrutato la custodia. Era davvero d’oro? Ammaccata al centro, pareva proprio antica. L’aveva scrollata. Cosa conteneva? Apertala, il coperchietto era scattato d’improvviso, sorprendendola. Ne era uscito, cadendo sulla coperta, uno scarabeo in lapislazzulo blu. Un talismano? Aveva guardato le chiavi. Cosa aprivano? Vistane la casa, le era venuta spontanea la domanda: “Robert non ha più parenti, dove sono finiti tutti i ricordi della sua vita?”... Il guardaroba! Entratavi, accese la luce. Vicino la finestra due bauli lignei sotto un lenzuolo... Dovevano aver visto i soli di cento primavere inseguirsi sotto lontani cieli. Pesanti! Apertili con le chiavi... Decine di ingialliti album fotografici, datati filmini su pellicola, VHS, VHSc, CD-ROM, DVD, un PC portatile IBM e tanti quaderni patinati dal tempo... “Diari?”
Erano la memoria perduta di un tempo ormai lontano.
Prese a scorrerli. Erano i diari di Robert. Trovò il primo.

El diario de mi vida
“Santiago de Chile, Primeiro de Majo 1956”

Sud-America! E tantissimi anni fa. Emozionata, lesse veloce e un po’ random. In breve fu più accurata, millimetrica...
E dalle brume del tempo riemerse un’intera vita ormai dimenticata.

“Nella mia lunga esistenza ho sempre cercato il Limes dell’isola sperduta su cui vivevo. Mai lo scoprii veramente. La mia era solo vanitosa effimerità... Invece, vivendo la vita sempre appieno, v’ho trovato il meraviglioso confine-inizio senza limite, ‘sin atemporale, del vitale, misterioso oceano blu circondantela.”

New York City
Many years ago

Nato in Chile, giunsi a New York il 01 gennaio 1961.

...continua su questa stessa pagina più avanti, parte 2^...


Ultima modifica di marcorossi il Mar Dic 09, 2008 10:57 pm, modificato 7 volte in totale
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MessaggioInviato: Lun Ott 13, 2008 11:22 pm    Oggetto: Adv






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MessaggioInviato: Sab Ott 18, 2008 9:26 am    Oggetto:  BENVENUTO tra i NARRATORI di SCRITTURALIA!
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smile 12 Scusa Marco, ancora non ho avuto modo di leggerti, lo farò al più presto, intanto BENVENUTO tra i NARRATORI di SCRITTURALIA!
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MessaggioInviato: Sab Ott 18, 2008 8:58 pm    Oggetto:  risposta a Monia
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Buonasera Monia

Ti ringrazio del tempo che mi doni

Ci terrei davvero a sentire il tuo giudizio sull'incipit di questo mio "romanzo" storico. Ti ringrazio in anticipo, se potrai farlo

Buona domenica

Marco
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MessaggioInviato: Dom Ott 19, 2008 10:09 am    Oggetto:  
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;0) Eccomi con ancora 11/10 per occhio!

Allora da dove cominciare il mio "umilissimo" resoconto post lettura: vediamo... Innanzitutto scrivi benissimo, ti si legge strabenissimo, mi intriga la storia, mi sono piaciute le descrizioni dei vari anni e scenari, vorrei ora sapere tutto della vita di quest'uomo, ergo se avessi avuto il libro sottomano di certo non mi sarei fermata ora, e forse non mi sarei proprio più fermata fino alla fine. Inoltre mi è molto piaciuto l'inizio in prosa poetica, uno scenario aberrante, e sembra di essere lì, la mia mente è subito volata a Platoon o a Insciallah di Oriana Fallaci, non c'ero andata lontana, difatti in guerra si inizia, ma La Seconda. Bravo. E questo da lettrice.

Da "scrittrice" invece: eviterei il numero "777" riporta subito la mente al televideo e anche un piccolo dettaglio come questo può rovinare la lettura, o smorzare la passione appena destata nel lettore. E non essendoci alcun refuso direi che per ora questo è l'unico neo.

P.S. Tu mi parli di incipit di romanzo storico, ma io qui già colgo un giallo, forse mi sbaglio? ;0) Insomma a quando il seguito?

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MessaggioInviato: Dom Ott 19, 2008 5:17 pm    Oggetto:  
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Citazione:
Allora da dove cominciare il mio "umilissimo" resoconto post lettura: vediamo... Innanzitutto scrivi benissimo, ti si legge strabenissimo, mi intriga la storia, mi sono piaciute le descrizioni dei vari anni e scenari, vorrei ora sapere tutto della vita di quest'uomo, ergo se avessi avuto il libro sottomano di certo non mi sarei fermata ora, e forse non mi sarei proprio più fermata fino alla fine. Inoltre mi è molto piaciuto l'inizio in prosa poetica, uno scenario aberrante, e sembra di essere lì, la mia mente è subito volata a Platoon o a Insciallah di Oriana Fallaci, non c'ero andata lontana, difatti in guerra si inizia, ma La Seconda. Bravo.

P.S. Tu mi parli di incipit di romanzo storico, ma io qui già colgo un giallo, forse mi sbaglio? ;0) Insomma a quando il seguito?

Buona Domenica, Monia


Che dire... Grazie!!!!!!!!

In tutti questi anni ho sempre scritto solo per me stesso. Sei davvero la prima a commentarmi... in modo così positivo!!!... Lo merito davvero???

Per ringraziarti, se il book fosse finito, te lo teletrasporterei all'istante!

Spesso mi dicono che "riuscirei a vendere frigoriferi agli eschimesi", in realtà i complimenti mi mettono a disagio. Seppur certo di non arrossire, per evitare di bloccarmi, passo subito a parlarti del paziente "Inseguendo il Destino"... Sono sempre stato un attaccabottoni nato, dicono di me, e, per non tediarti inutilmente, non vorrei iniziare da troppo lontano. Dunque, devi sapere: dopo che Adamo ed Eva vennero sfrattati dal Padrone dell'attico...... Scherzo, e mi fermo qui.

Sono giunto in maniera assolutamente random sul tuo sito. Cercavo su Google come rintracciare una cara amica, ora giornalista e scrittrice, che collabora con Il Manifesto e con la RAI. Non la sento dal 1977 e non sono mai riuscito a contattarla. Non riuscendo in alcun modo a farlo, stavo per gettare la spugna e mi sono messo a scorrere i siti letterari, di cui ne frequento già alcuni da qualche mese. Il tuo mi ha colpito, decidendo di postarvi i'incipit di questo mio racconto.

Inseguendo il Destino è un "romanzo" storico iniziato nel 1977 e mai finito. A quell'età non avevo il dono della sintesi, e nemmeno oggi, credo, perciò era giunto a 1.000 pagine!!! Negli ultimi anni, solo la sera, ahimé, il lavoro mi ha permesso di ritornare "scrittore". Ora l'ho ridotto a 300 pag., ma è ben lontano dall'esser prossimo alla fine. Ho in "gestazione" altri racconti, tra cui quelli citati nell'incipit e riguardanti il protagonista...

EsSì, lo so', sempre guerra, guerra, Guerra!...
Amo la storia. E la storia di questo mondo è stata quasi sempre guerra.

Oggi, dopo tanti anni, mi rendo conto di essere un po' carente nei discorsi tra i personaggi. Inoltre, non sapendo bene come "spalmare" durante la narrazione la descrizione del personaggio principale, Robert Braun, e dei co-protagonisti, l'ho "compattata" nelle prime 50-60 pagine. (Mi rendo conto che ciò appesantisce la storia, ma, a dire il vero, sono restio a modificarla.) Dopo inizia la storia, ambientata durante la "Guerra dei sei Giorni" del 1967. Rob' è un war-reporter del NYT, e tutto verte sulle sue corrispondenze dai vari teatri bellici. E' molto impegnato socialmente, e combatte la sua personale Guerra contro l'ingiustizia e il dolore... 'pur sapendo di non poterla vincere... E nel racconto (tanto per complicarmi la trama... e la vita!) c'è anche un bel po' di giallo... inerente Robert... come spero tu scoprirai... Anni fa, pensai che la trovata fosse un colpo di genio! Se la leggerai, deciderai tu se lo è... o se è solo una banalità megalomane.

Appena posso, fors'anche oggi se il PC non mi abbandona, recupero la 2^ parte e te la posto. (Purtroppo, è tutta descrittiva della gioventù di Robert, come alcune successive) E posterò anche la 1^ parte di "La Montagna delle Scimmie", sempre con lo stesso protag. e ambientata in Vietnam.

Scusami ma, come al solito, sono stato chilometrico.

Ti ringrazio ancora di cuore, Monia

Felice domenica e buona settimana

Marco


Ultima modifica di marcorossi il Lun Nov 24, 2008 10:27 pm, modificato 1 volta in totale
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Monia Di Biagio

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MessaggioInviato: Lun Ott 20, 2008 2:00 pm    Oggetto:  
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Beh, quando un "chilometrico" risponde a una "logorroica" cronica, o viceversa, potremmo da oggi veder spuntare le margherite sull'albero di Natale, e poi ancora cadere le neve, mentre ci crogioliamo al solleone!

Certo 1000 pagine di romanzo son troppe pure per Scritturalia, faresti qui la fine di Beatiful in Tv... Ma se la storia è già suddivisa in racconti, che poi riguardano il protagonista Robert Braun , quelli puoi postarli, singolarmmente quando vuoi.

La "guerra dei 6 giorni" però aspetto di leggerla, anche perché io lì non ero neanche nei pensieri dei miei genitori e loro non erano neanche uno nel pensiero dell'altra.

Ciao Marco, buona settimana anche a te.

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MessaggioInviato: Ven Dic 05, 2008 12:09 pm    Oggetto:  Inseguendo il Destino (parte 2^)
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Running the Destiny
Inseguendo il Destino (Parte 2^)



New York City
Many years ago

Nato in Chile, giunsi a New York il 01 gennaio 1961.
Mamma, Erika Voss, nata a Stoccolma nel 1912, sposò papà il 29 aprile 1935. Robert Braun senior nacque a Solothurn, Svizzera, nel 1889. Ingegnere minerario, nel 1939 la North American Mining Company l’inviò in Chile a diriger Chuquicamata - La Montagna Rossa, enorme miniera di rame a cielo aperto nel deserto d’Atacama a 2.500 metri di quota, una capsula a cielo aperto e regno dell’oblio; qualsiasi cosa l’uomo vi lasci la custodisce per sempre. Quasi invivibile, Atacama, al confine con Argentina e Bolivia. A detta dei cileni: el desierto mas cabrón del mundo! E’ il tutto e allo stesso tempo è il nulla, un alfa e un omega geologico atemporale: pietra, sabbia e pinnacoli di sale, 42.000 km quadrati, contenente nell’anima della Pachamama, la dea-madre Terra, miniere di salnitro e rame reggenti l’economia cilena. La miniera di rame dava profitti enormi, ma NAMCO, multinazionale USA che la sfruttava, nulla reinvestiva in loco. A fine Ottocento migliaia di disperati giunti da tutto il Chile non ricevevano denaro; solo cibo e gettoni da spender nello spaccio di miniera, dove il pisco, la grappa cilena e sesso costavano cari. Malati ai polmoni, morivano come mosche. Tra le due guerre mondiali in Europa scoprirono i fertilizzanti sintetici; il valore del salnitro s’azzerò’. Restò solo il rame... Da allora le cose non erano migliorate.

Mio padre, Gran Visir di lontani e inumani padroni, vi morì il 30 Aprile ’45, in un incidente sul lavoro causato dall’erroneo impiego degli esplosivi nell’estrarre il rame, dovuto all’onnipresente fretta per rispettar quote di produzione sempre più alte. Morì ben conscio dell’indiscriminato ed inumano sfruttamento attuato… ma restò fedele alla NAMCO. Ed Erika ben sapeva a quale prezzo. Nell’aprile ‘45 lei viveva a Santiago. Parafrasando i romani, per papà lei era il “Meum Mel”. E il miele della sua vita stava per donargli un figlio. La dolce attesa aveva rafforzato ancor più l’unione, nonostante la differenza d’età e di carattere. Il suo cuore le fu sempre vicino... Sin’alla fine.

Nacqui il 30 dicembre 1945 a Santiago del Chile, città policromatica e stupendamente provinciale. Nei dies fasti, Erika scacciò i nefasti pensieri. “Grazie, Ju-Ju!” L’amore materno era naturale sentimento, ma la simpatia un figlio se la doveva conquistare. Ed io, fagottino paffuto, ammaliavo coi miei occhi grigio-azzurri... Fugai gl’incubi. Ery mai restò sola. Aveva tanti amici. Tra costoro i poveri di Santiago. In tempi di totale individualismo gl’umili sapevano ancora amare. Venendo a trovarci, gioivano per un attimo fuggente... eternamente impresso nei loro Grandi Cuori. Allora non capivo certi sentimenti. Ricordo una vecchina, senz’età e senza nome. Erika le era legatissima. Si tenevano silenti le mani fissandosi negl’occhi, a volte per ore senza parlare, solo annuendo. Pensavo che si trasmettessero sensazioni. Trasmetteva saggezza. La credevo una strega! Ci portava pozioni d’erbe, segreti e misteriosi unguenti aventi il magico potere di lenirmi i piccoli mali stagionali. E un giorno scoprii che le leggeva la mano, ne ero certo. Prediceva il futuro? Ery non era superstiziosa, ma... Un giorno le spiai. Non riuscii a carpire i sussurri. Ery le carezzava affettuosa i bianchi capelli. Intimorito, vidi la maga sorridere, tenendole la mano al cuore e mimando con l’altra il volo del falco... lontano, là, indicò oltre le amate Ande. Ery ‘pareva felice, ma anche impaurita. Considerava il Chile una prigione? Alla fine accompagnai la vecchia alla porta. Tornato da Ery, m’ero lamentato per l’avermi lasciato solo.

“E’ venuta a salutarmi, Ju’.” Mi aveva ‘carezzato la guancia, col triste sorriso. “Parte? Tornerà!” Sibilai. Mi baciò. Andò a potar le rose. La rividi solo a sera. Aveva pianto! Nel rosso tramonto i suoi stupendi occhi verdi eran prosciugati. La nonnina non tornò. Capii solo anni dopo alla reminiscenza di fin’estate fluente verso il tumultuoso oceano della vita: era venuta per l’addio. Perché Ery non l’aveva fatta ricoverare in ospedale? Risposta ovvia: voler soggiogare uno spirito libero è utopia. Una rosa è ancor più bella se ha tante primavere sulle sinuose spalle spinose. Né vento, gelo, pioggia o neve la piegano. Al massimo splendore si curva su se stessa. Prima d’appassire, si congeda dal meraviglioso universo, un mondo da sempre tentante d’imprigionarla, in un infuocato tramonto. Un’anima libera se ne va’ sull’ali del vento. Alla morte di papà, nel lutto prostrantela, Erika ebbe conforto dal presidente dell’Holding nordamericana controllante la NAMCO. Joseph Kennedy, famoso magnate vecchio amico di papà venne a trovarla. Lo trovai odioso all’istante. Le offrì impiego. “Perché mai un tale egoista vanaglorioso s’impiccia dei fatti nostri?” Mi domandavo nel ribrezzo al contatto, la sua mano untuosa sulla mia guancia. Ery era in difficoltà: appena comprata la grande villa, l’assicurazione sulla vita di papà non bastava per pagare il mutuo ipotecario. L’avvertivo stanca della “patinata reclusione”... E vedeva avanzar sempre di più la miseria... in un paese che non era il suo, ma che amava moltissimo. Sconsolata, vedeva i suoi amici dell’alta borghesia che organizzavano feste benefiche a favore dei poveri. Ery mi confessava:
“Mai sono scesi, né mai scenderanno dal loro Olimpo. Organizzano collette a favore di chi considerano sub-uomini, subito calamitati da un party mondano.”

Nel Chile anni ‘50 era la ricchezza fastosa di pochi a danno di masse diseredate.
Laureatasi in lingue a Santiago nel 1946, insegnò presso l’istituto aperto dalla NAMCO per i figli dei dipendenti ma ambìto dall’aristocrazia santiaghegna, i cui rampolli rappresentavano la futura classe dirigente. Divenne la mia insegnante più esigente. “Poveretto!”, commentavano i compagni.” Perché era ‘sì dura? Da orgoglioso, mai avrei rinunciato alla lotta. E mi vedevo, vecchio soldato di fronte all’altare dei venerati Déi Lari. Vi deponevo le armi portate con onore in battaglia. Recitavo la formula solenne, il distico dei “Tristia” d’Ovidio, Libro IV-7, Versi 21-22.

“Miles ubi emeritis non est satis utilis annis, ponit ad antiquos quae tulit arma Lares”
“Quando un soldato non è più utile, al termine del suo servizio, depone le armi da lui onorevolmente portate in battaglia dinanzi all’altare degli antichi e onorati Déi Lari.”

Caratterialmente portato alla lotta, il mio tempo di deporre l’armi mai sarebbe giunto. M’immaginavo Cesare, incoronato con la Corona Graminea, massima onorificenza militare assegnata dalle truppe sul campo di battaglia, o energico Centurione Primus Pilus, o Legionario, sui quali si fondava il valore, la forza delle legioni e l’immoritura Gloria di Roma. La Roma di Giulio Cesare era sì repubblicana ma anche sanguinaria. Di raro un Cesare giungeva vivo a deporre l’armi dinanzi all’altare dei Dèi Lares. Senza esclusione di colpi era la lotta per il potere. I metodi sanguinari erano propri dei contendenti alle sedia curule, la toga praetoria e i fasces littorii rappresentanti l’Imperium, il potere assegnato al magistrato. Il Console deteneva l’Imperium consolare, il massimo potere militare e la Potestas, il massimo potere civile. Era il potere d’agire in nome di Roma. Il console era più di un re, più di un dittatore, più di un tiranno…

Egli rappresentava... Egli era Roma.

Pur appassionatone, le prosopopee d’epiche battaglie erano per me solo pura demagogia letteraria. Esimermi dalla lotta? Non ero un vecchio miles, né un codardo. Nel cammino costellatomi di rovi entusiasmai la mia amata “Tiranna”. Imparai a lottare. La vita ‘scorse sonnolenta eppur vivida. Nel dicembre 1960, dopo il terremoto che ci terrorizzò e danneggiò casa, Kennedy le riscrisse. La voleva a capo d’una fondazione benefica a New York, promettendo aiuti per i poveri cileni. Colpo di testa del vecchio? M’investì, sconvolse. Piansi. L’avrei seguita ovunque, ma... Le ultime notti furon costellate di incubi. Non credevo in un altro “mondo fatato”, qual’era il mio microcosmo cileno. Gli Stati Uniti eran un universo alieno. Ery ne era conscia. A Santiago, Valparaiso, Montevideo avevo accumulato un gap social-culturale ed ero impropenso al balzo nell’iperspazio dalla dolce Santiago all’iperdinamica e cosmopolita New York. Tanti i dubbi sul giro di boa. Erano per lei Angosciosi pensieri.
In quei giorni pensavo a Juan, Antonio e Isabela Montoja, la dolce Isa, la mia prima cotta adolescenziale. Erano poveri ed io ricco, ma dividevamo tutto, specie la frutta di cui Ery mi riempiva la cartella. Antonio era mio coetaneo, Juan e Isa gemelli del ‘46. Pedro, portinaio alla NAMCO e giardiniere di fiducia di Erika, aveva generato tre geni. A scuola mi aiutavano in matematica, materia allora a me ostica. Da quell’uomo orgoglioso che era, Pedro ringraziò ma rifiutò l’aiuto economico di Erika. ‘Pur con immani sacrifici, poté’ iscrivere solo Antonio all’università, sognandolo ingegnere alla NAMCO: la loro rivincita sociale. Juan fu ammesso all’accademia dell’esercito. Ritrattista d’estremo talento, dopo il diploma artistico Isa dovette rinunciare al sogno della laurea in lettere. Anche lei non accettò l’aiuto di Ery. Laureatosi, Antonio entrò nel sindacato operaio... Deluse il vecchio Pedrito, e se ne fece una colpa: aveva sottratto a Juan la chance e l’aveva buttata via. Ma Juan ben’ s’adeguava alla vita militare, scalandone i gradi. Isa divenne una rinomata pittrice... I miei amici per l’eternità.

Il giorno nefasto giunse. Il 31 dicembre 1960 alle venti completammo il check-in al “Los Cerrillos”. Partivamo dopo il mio indimenticabile compleanno. Fu il momento degl’addii. Trattenemmo a stento le lacrime. Isabela piangeva. Salimmo sul jet che avrebbe portato lontano i nostri cuori per sempre. Il Boeing-707 era teso nella percettibile vibrazione, sia dei metalli che degl’umani sensi. Strinsi la mano ad Ery. Al rombo dei JT3 la pista filò via. Con le luci di Santiago svanì nelle tenebre tutta la mia vita. In volo festeggiammo distaccati il 1961. Sbadigliai.
“Ho sonno.” Mi carezzò la chioma ribelle. Mi sorrise.
“Riposa, Ju’. Domani vedrai la Statua della Libertà. Rilassati, dolce amor mio. Libera la mente. Sogna il nostro domani.”

Il volo parve infinito. Sbarcati al La Guardia, al Waldorf Astoria non cenammo. Nella favolosa suite, fatto il bagno insieme, ci coricammo nel lettone. Quella notte Ery sognò New York:
“Se ce la facciamo qui possiamo farcela ovunque.”
Anch’io sognai:
“I wanna wake-up in a city that doesn’t sleep. Voglio svegliarmi in una città che non dorme mai.” E proprio così era NY, e non solo nei sogni.

Quel mattino mi svegliai nella tenebra. Dov’era Ery? Non accesi la luce. Corsi alla portafinestra. Inciampai nei tendaggi. Li strappai via. La spalancai. I piccioni s’involarono nel plumbeo cielo. Nudo sul balcone, rabbrividii tra la neve portata dal Blizzard. Ery rientrò. Mi guardò con aria stupita, interrogativa. “Svegliatomi, non trovandoti, ero in ansia per te, Mà’.” Sorrise divertita. “Sono andata a prendere i giornali... E le tende? Un corpo a corpo con un sogno? Ti prego, Ju’, fa’ così freddo… rientra, dai, o ti ammalerai. Dai, suvvia, pigrone, vestiti... forza, che dopo colazione usciamo.”
Lasciammo il 301 di Park Avenue. La neve era caduta nella notte. Big Apple ci attendeva sotto un timido sole gelido. Vidi la Statua della Libertà, solenne e maestosa. La “Verde Signora” aveva indicato alle navi d’emigranti la “Via verso la Libertà”. Ery mi raccontò la storia di quel luogo:

“Dal 1892 al 1954 Ellis Island fu l’approdo per diciassette milioni d’emigranti. Il primo ostacolo del Nuovo Mondo. La costituzione americana esorta le nazioni del Vecchio Mondo: - Datemi le vostre genti più diseredate, lasciate che vengano a me. - Qui iniziava l’agognato American Dream. Ellis Island è decaduta. Diverrà un museo. Perciò, eccoci qui, io che ti racconto la storia, e tu che mangi hot-dog e bevi coca-cola.”
Al molo di Battery Park ci imbarcammo per Liberty Island. Trascorremmo da turisti il primo giorno. Un mese e cambiammo il Waldorf col Plaza con vista su Central Park. A scuola andavo bene. Avevo nuovi amici. Ma subii una contrazione caratteriale. Era il Plaza? ‘Pur dorata, era vita da apolide. Ery comprese: mi mancava il calore d’una casa nostra. Nella mancanza d’energia, ‘sì atipica dell’età, scordai d’esser stato un promettente quarterback dei Santiago’s Bulls e buon attaccante nel gioco del calcio. Gli psicologi sentenziarono la crisi adolescenziale. Kennedy ci offrì un attico a Manhattan Avenue con vista su Central Park. Ery mi guardò negl’occhi, lo ringraziò, declinò. Infine la trovò, aiutata da Marianne Hemingway, donnone dal cuore d’oro, architetto e nostra grande amica. Smisurata, era in vendita per una cifra folle nel Queens. Ci piacque all’istante. Ery Ignorò le paternali degli amici: “Ripensaci, mia cara, è un quartieraccio!” Per i newyorkers “In” di Manhattan, l’East River era l’invalicabile border-line, ma anche Manhattan aveva pustole quali l’Hell’s Kitchen, sezione malavitosa a ovest la 42^ Strada.

L’appartamento al 7777 Queens Boulevard occupava tutto l’ultimo piano di un moderno palazzo antistante Flushing Meadow-Corona Park e lago Willow: tetto terrazzato con prato all’inglese, tanti fiori. La prima notte sul tetto-giardino parlammo di passato e futuro. Ci conquistò come la villa nel quartiere di Quatro Vientos nel verde collinare di Santiago e affittata all’ambasciata di Francia.

A New York soffrivo il distacco dalla mia terra natia, il Chile. Nel ‘61 divenni sedentario. Mi salvava solo il jogging con Ery in Central Park.
Negli studi amavo la storia, la geografia, l’astronomia, l’archeologia e la fisica. Questo mio essere ‘sì “intellettuale” affascinava Ery. Divenimmo habitué di biblioteche e musei; del Metropolitan, tempio della lirica; e della musica classica, la Carnegie Hall; dei teatri di prosa Off-Off-Broadway Theaters. Attuavamo dispendiosi raids nei centri commerciali... Ciliegina sulla torta, essendo Ery fervente ammiratrice di Audrey Hepburn, “visitammo” Tiffany!

E avvenne la catastrofe.
Sempre stato precoce, nel maggio 1961 in Central Park flirtai con Jennifer Marsh, mia compagna di classe; - ma il nostro fugace rapporto, come potevo chiamarlo amore, avevo quindici anni! -. Era la prima volta che facevo l’amore libero a New York. Non era il mio primo rapporto sessuale, Santiago mi aveva svezzato. Seppur giovanissimo, in passato avevo saputo dai miei amici di allora di alcuni dei loro fratelli più grandi… che si erano beccate le piattole, la gonorrea... o peggio! Nonostante ciò, quella volta in Central Park, incoscientemente, non presi alcuna precauzione… Jennifer restò incinta. Cercò il mio aiuto, terrorizzata alle conseguenze. Mi infuriai. Mi voleva incastrare!

Ery tentò di farmi ragionare. La teoria del complotto crebbe. Jenny mi piaceva, ma alle velate pressioni d’Erika giunsi a odiarla. Non credo che sposandola avrei fatto la cosa giusta, ma ricordo le tenerezze, gli sguardi adoranti... Io la uccisi! Il due febbraio 1962 nacque Sally Annemarie. Jenny sperò. Invano. Nonna Ery raggiava. Il feeling con Jen’ si rafforzò. Venne a vivere da noi. A serio disagio, mi sforzai di non considerarla un’invasione, d’assimilarla. Madre a sedic’anni, condannata dai suoi familiari e da me respinta, cadde in grave depressione. Ebbe il conforto di Erika... Non bastò. Si suicidò il 10 maggio ‘62 coi barbiturici. Ery e Marianne avevano portato Sally dal pediatra. Vana fu la corsa in ospedale. Fu sepolta nel cimitero di GreenWood a Brooklyn, nella tomba della sua famiglia. Apatico, in quel giorno di sole il luogo mi rammentava solo che v’era sepolto il padrino della mafia Albert Anastasia ucciso nel ‘57 ed ai goodfellas giungenti in processione sulla tomba. Solo a quello pensai, non al dolore… che avevo provocato.

E giunse la resa dei conti. Io stesso minorenne, il giudice per la tutela dei minori decise l’affidamento. Jenny apparteneva a un’importante famiglia. In aula gli lessi l’odio negl’occhi. Avrebbero potuto esser nonni raggianti. Mai in quella vergogna, trascinati in tribunale causa un incosciente ragazzino viziato! Non volevano allevare la figlia del peccato, l’odiavano perché aveva ucciso la loro Jenny... Volevano rovinare la mia vita e quella d’Ery, decisa a combattere il loro strapotere sociale. In udienza il giudice Ryan mi chiamò con Marcus e Judith Marsh. Tentò la pacificazione. Ci strapazzò e ricacciò negl’angoli a guardarci in cagnesco. Perse la speranza. L’affidò a Ery. I Flavin capirono d’aver perso la guerra. Ci dimenticarono. Certa che l’avremmo persa, Ery balzò in piedi di gioia. Tutti noi avevamo sbagliato. Dovevamo allevare Sally nell’amore. Solo tanti anni dopo Marcus e Judith Flavin, - mai mi perdonarono -, contattarono Sally. Sapeva di loro, ma non li aveva mai cercati. Li conquistò l’animo gentile e carattere fiero della nipote ormai ventenne. Quel giorno in tribunale Ery non era irata con me. Il suo cuore piangeva Jen’. Il ruolo di padre, Ery me lo rammentava in modo extra-soft, m’era assai stretto. Ma una sera di luglio, mentre le cambiava il pannolino, agl’occhioni azzurrissimi di Sally impazzii d’amore per il mio fagottino grinzoso. Sapevo che mai sarei stato un padre modello, ma Ery nulla avrebbe fatto mancare... alla mia piccola peste.

Gli anni volarono via. Ottenni la borsa di studio a Yale, campus Wasp dell’East Coast dove, - non so cosa vi fosse in me ad attrarli -, tentarono di farmi entrare nella loggia “Skulls and Bones”. Declinai l’invito con una scazzottata, rompendo amicizie e beccandomi la fama d’asociale attaccabrighe.

Un bel dì a New York conobbi Sally, che venne poi assassinata dall’IRA a Belfast nell’agosto 1965. Disperato, fui assunto al New York Times grazie alla raccomandazione del mandante dei suoi assassini, andando contro a tutti i miei tanto decantati principi morali! Nel giugno 1966 al NYT conobbi Sarah. A luglio mi laureai in storia moderna e astrofisica. Nel giugno 1967 vissi con Sarah l’avventura mediorientale da war-reporter. Ma lei venne ferita, e anche lei morì, a Gerusalemme. Ery mi salvò un’altra volta.
Nuovamente solo e disperato, partii per il Vietnam. A Saigon mi innamorai della mia interprete, Nicole Ndjem franco-vietnamita. Il destino, gli eventi fecero sì che la guerra ci dividesse. Ferito leggermente a Da Nang, nel luglio ‘68 rimpatriai. Convalescente, partecipai al Master a Stanton. Arthur, Arth’ mi agevolò nei sei mesi californiani di “relax”.

Da novello fisico vi studiai interessanti teorie ispirate dall’equazione relativistica dell’elettrone di Dirac; alla definizione d’antimateria, del vuoto quantistico e sulla “fabbricazione” dell’antimateria derivata dall’equazione di Paul Dirac, che era stata teorizzata nel 1928 e messa in pratica nel 1931 dallo statunitense Anderson. L’elaborata mia tesi teorizzava:

“L’antimateria è identica alla materia ma le sue particelle hanno carica positiva invertita. Gli elettroni, positroni, invece di negativa l’hanno positiva; i protoni, antiprotoni, negativa. Nell’antimateria un atomo d’anti-idrogeno è costituito da un antiprotone come nucleo, con un positrone in orbita attorno ad esso.” A metà ‘60 i fisici erano riusciti a produrre particelle di antimateria. Problema era la pericolosità del lungo processo. Se l’antimateria entrava in contatto con la materia, svaniva in un lampo d’energia. Nessuno era riuscito a piazzare un positrone in orbita attorno ad un antiprotone, riuscendo nell’immane compito temporalmente infinitesimale di costruire un atomo d’antimateria. Per riuscirvi sarebbe servito un colossale e sofisticato “LEAR-Low Energy Antiproton Ring”, Anello Antiprotonico a Bassa Energia, un indisponibile acceleratore di particelle. Teorizzai d’inviare un fascio d’antiprotoni sin’a farlo attraversare, tre milioni di volte al secondo, un bersaglio costituito dal getto di nuclei di gas Xeno estremamente compatto e veloce. Ma doveva esser risucchiato all’istante per non danneggiar l’altissimo vuoto pneumatico in cui circolavano gli antiprotoni. Se si falliva, s’annichilavano gli antiprotoni. Se si aveva successo, in teoria poteva essere che un antiprotone, urtando un nucleo di Xeno ipervelocemente lanciato nell’acceleratore, convertisse parte dell’energia in un elettrone e un positrone... E il positrone poteva capitare accanto ad un antiprotone avente la stessa velocità artificiale. Il positrone poteva venire catturato dall’antiprotone formando un atomo d’anti-idrogeno. Ma l’antimateria avrebbe avuto vita infinitesimale: quaranta miliardesimi di secondo. Si sarebbe annientata esalando raggi Gamma… se li avessimo rilevati, ne avrebbero provato l’effimera esistenza.
Né calcoli né ipotesi m’illuminavano. Costruendo un acceleratore di particelle saremmo riusciti a mettere insieme una apprezzabile quantità d’antimateria? A conservarla, quale fonte inesauribile d’energia? Si trattava di un processo complesso per la pericolosità intrinseca a manipolazione e stoccaggio. Teorizzai un “imbottigliamento” magnetico tramite nubi di positroni e di antiprotoni o agendo sullo “spin”, il moto di rotazione dell’antiprotone e del protone. Ma sarebbe prima stato necessario avere atomi d’anti-idrogeno in quantità sufficiente per effettuare la spettrometria. “Fino a che punto l’antimateria è lo specchio della materia? Esistono differenze?” Nell’antimateria le simmetrie di carica, spazio e tempo erano rispettate come nella materia?... Pensai al “Big-Bang”, la nascita dell’universo. Quindici miliardi d’anni prima l’anti-idrogeno era di casa. In seguito, materia e antimateria s’erano annientate a vicenda. Dall’istantaneo processo era rimasto un leggero eccesso di materia... generante l’universo?

Azzardai: oltre alle galassie ordinarie ne esistevano anche di antimateria? Universi paralleli? Ormai le misure di meccanica quantistica sugl’atomi d’idrogeno avevano raggiunto la precisione di una parte su un milione di trilioni. Se vi fosse stata una ‘pur infinitesimale dissimmetria tra materia e antimateria potevamo rilevarla. E l’antimateria era un’inesauribile fonte di energia. L’equazione relativistica fu concepita per analizzar i cambiamenti infinitesimali che le correzioni relativistiche inducono nella struttura atomica quando la velocità degl’elettroni diventa una frazione apprezzabile di quella della luce, fornendo indicazioni molto precise sullo spettro della radiazione emessa dall’atomo di idrogeno. Aprì nuove strade alla fisica. Ma la sua caratteristica inspiegabile fu il predire l’esistenza di elettroni aventi energia negativa, ipotesi inaccettabile dai fisici a fronte di paradossi rompicapo... E Dirac inventò l’antimateria! Scoppiò il putiferio. Nel 1955 Emilio Segrè scoprì l’antiprotone. In seguito furono scoperte particelle quali l’antideutrone, antinucleo composto da antiparticelle. E grazie a tali scoperte terminai studio e Master.

Alla cerimonia di consegna dei diplomi il rettore confessò: “Molte scoperte degl’ultimi cinquant’anni si basavano su azzardate teorie, giudicate fuorvianti dai luminari del tempo. Einstein, Hoppenheimer, Dirac, Fermi, Marconi... All’inizio, la scienza si dimostrò fredda nei loro confronti. Si sbagliavano. Auguri a voi.”

Ery m’abbracciò. Avevo nuovi amici: Andrew Grove, trentenne ebreo ungherese immigrato, e Gordon Moore, fondatori di Intel. Ne visitammo lo stabilimento di Santa Clara producente processori per computer. Invitato ad associarmi nell’impresa, avevo declinato. Un po’ già pentito, ero certo che, sotto la loro guida, Intel sarebbe divenuta “Simbolo Maximo” del successo. La sera calò. Tornammo nel disordinato flat. Facendo le valigie le confessai: “eravamo in quaranta al Master. Pensavo d’esser il migliore... Erano tutti geni!” Rise. Uscì. Quando tornò dalla camera da letto, - testimone di memorabili battaglie campali sui libri... e anche di ben d’altro tipo!-, esterrefatta, teneva in mano un pacchettino malmesso. “Cazz’!!! Gli spinelli!” Muta, me lo tese. Andai in bagno. Lo buttai e tirai lo sciacquone. Tornai. I lineamenti le s’allentarono. “scusa, mà’”. L’abbracciai. Ridemmo alla mia giovanile “follia”. Quella sera lasciammo la California e Big Orange per Big Apple. Era natale.

Il 30 dicembre 1968 conclusi gli studi.
Rivissi l’avventura irlandese, i reportage in Africa, Medio Oriente, Sud-Est Asiatico. I miei eterni amori, Sally e Sarah.
Anelavo di tornare in Vietnam, ma solo per amore di Nicole, ormai irraggiungibile al di là del 17° Parallelo. Rivissi i mesi a Stanton. Nel movimento studentesco avevo manifestato contro la guerra in Vietnam. Riudii le urla contro il governo, con migliaia di studenti nei prati dei campus, mentre la Guardia Nazionale ci lanciava contro i gas lacrimogeni. Il rabbioso ritornello urlato contro Lyndon Baines Johnson:

“Hey, hey, L.B.J., how many kids do you kill today...?”
“Hey, hey, L.B.J., quanti bambini farai uccidere oggi?”

Ammiravo i vietnamiti, e laggiù migliaia d’esseri umani morivano in Vietnam. In merito alla guerra avevo una tragica reminiscenza:

“But if the cause be not good, the king himself hath a heavy reckoning to make, when all those legs and arms and heads chopp’d off in battle shall join together at the Latter Day”.
“Ma se la causa non è giusta, il re in persona avrà un grosso conto da rendere, quando tutte le gambe e le braccia e le teste che sono state tagliate in battaglia si riuniranno insieme nel Giorno del Giudizio”.(W.Shakespeare, Enrico V – atto IV - scena I^)

Ero stato per un anno in Vietnam da war-reporter. Vi sarei tornato per testimoniare la disfatta dell’America. Tremavo alle asettiche statistiche governative sul conto dei morti. Ma vi erano migliaia di vittime civili, e di chi sarebbe morto per effetto di “Pioggia Gialla”, “Rugiada Bianca”, “Agent Orange”. Allora non sapevo che s’irrorava il Vietnam con cinquanta milioni di chili d’Agent Orange per ordine dell’ammiraglio Elmo Zumwalt, il cui figlio Elmo III° sarebbe morto per l’inalazione dei defoglianti. Erano cinquecento chili di diossina: cinquecentomila miliardi di dosi cancerogene! E la diossina non biodegradava nel tempo! Il Segretario alla Difesa Robert McNamara e il generale Robert Westmoreland usavano la navigata tattica della “negazione plausibile”. Kennedy aveva autorizzato l’operazione “Ranch-hand”. Nello svuotare i serbatoi ausiliari, otto tonnellate d’agenti defoglianti, i Fairchild UC-123k Provider volavano bassi. Li esponeva per quattro minuti all’antiaerea. Si dovette aumentar la quota. L’effetto decrebbe. Costretti a lanciarne sempre più, al Pentagono ben lo sapevano: GI, australiani, neozelandesi, sud-coreani sarebbero incorsi negli stessi “problemi” dei VC! Di fronte alla stampa incalzante, se prima al Pentagono dichiaravano: “Noi non colpiamo mai obiettivi civili”, ora erano sulla difensiva: “Noi non miriamo a obiettivi civili!” Ma in patria Dow Chemical, Monsanto e altre sfornavano defoglianti a ciclo continuo, primo fra tutti, il micidiale “Agent Orange”!

La doppia cittadinanza era il cavillo giuridico elevantemi a testimone del folle cancro falcidiante la gioventù americana. Erika aveva chiesto aiuto a Kennedy? Da war-reporter avevo corso gli stessi rischi dei GI, ma non bastava a placarmi la coscienza. Circolavano voci sul disimpegno militare. Conoscevo la logica del Pentagono e delle lobbies industriali arricchentisi con la guerra. Assassinato Kennedy, l’America sarebbe rimasta a oltranza nella “merda viet”, parafrasando i GI’s, prima di rendersi conto d’aver immolato i suoi giovani nella fornace dell’umana follia! Volevo bruciare la cartolina precetto, - cha mai mi sarebbe giunta! -, in un luogo pubblico, come vedevo avvenire in TV. Come diceva Erika, rifletteva il mio carattere ribelle.

Un po’ pazzo lo ero sempre stato. Romanticamente innamorato delle cause perse, leggendo sulla Guerra Civile parteggiavo per il generale Lee, famoso ribelle con James Ewell Brown, “Jeb” Stuart comandante la cavalleria sudista a Gettysburg e Thomas Jonathan Jackson “Stonewall”. Rivedevo Lee nella villa d’Appomattox Court House. La resa sanciva la fine del suo mondo, orgoglioso delle proprie tradizioni, legato all’economia latifondista e schiavista, reso obsoleto e sconfitto dal dinamico Nord industriale. Robert Edward Lee e Ulysses Simpson Grant. Nella sala testimone l’evento cambiante un mondo, di fronte a Lee, ai fantasmi di Jeb Stuart e Jackson Stonewall v’erano Ulysses Simpson Grant, Philiph Sheridan e George Armstrong Custer, il più giovane generale dell’Unione. Di fronte, un vecchio stanco e due spettri; i ribelli sconfitti e umiliati. Caratterialmente vicino ai vinti, immaginavo le cariche di cavalleria contro gl’assedianti Atlanta. Pervasi d’orgoglio, il loro mondo romantico e cavalleresco era al tramonto. Combattevano disperati la guerra un tempo invocata: l’orrore! Gli Yankee avrebbero smembrato il Sud cancellandone le tradizioni. L’onore lo imponeva. Morivano consapevoli dell’inutilità dell’estremo gesto. Potevo biasimarli? E Custer? Un opportunista? Ma sapevo che:

“Il male che gli uomini fanno sopravvive loro. Il bene, invece, è spesso sepolto con le loro ossa...”
(William Shakespeare, Giulio Cesare - Atto II° Scena II^)

Lee, Stuart, Jackson, Grant, Sheridan, Custer, due mondi antitetici: il Sud, idealista e romantico... e schiavista; il Nord, liberale e opportunista. Nel volo pindarico tornai a Custer, retrocesso a tenente colonnello dal grado “brevet” di generale di Brigata. L’eroe della cavalleria del Michigan, a Gettysburg, fu sospeso dal comando per insubordinazione... e per un massacro di indiani sul fiume Wichita. Gli costò la corte marziale. Ma durante la rivolta indiana, Sheridan lo richiamò al comando del Settimo reggimento di cavalleria, l’8 maggio 1876 a Fort Lincoln. Sul Little Big Horn il “Figlio della Stella del mattino” attaccò cinquemila guerrieri con soli trecento uomini. Nella valle del fiume, non si combatté per la gloria, ma solo per sopravvivere. Gli esploratori scouts indiani avevano presagito la trappola. Ma Custer temeva la staticità sul campo di battaglia. Bandiere al vento, caricò al guado del Little Big Horn, per forzare nuovamente la mano alla fortuna e riguadagnare la gloria... Dimenticò che non esiste la “morte Gloriosa”, stretti in quadrato attorno alla bandiera. Cadde tra i primi. E li accolse l’oblio dell’eternità.

Mi paragonavo a Custer. Gli ero identico: un impulsivo.

In quel 1968 facevo da cavaliere a Erika. Conobbi Robert McNamara e il generale Westmoreland ad un party nell’appartamento di Jackie Kennedy in Fifth Avenue. Jaqueline Bouvier, vedova del presidente John Fitgerald Kennedy, nuora di Joseph, onnipresente nella vita di mia madre, il vecchio “Joe” di Santiago. Quell’uomo, ormai malato e prossimo alla fine, mi nauseava, anche se ci aveva fatto solo del bene. La mia era un’avversione inspiegabile, ma tale era.

Il 30 dicembre 1968, temporaneamente sospesa la collaborazione col NYT, futuro nebuloso, m’interrogavo su ciò che la nuova Patria s’aspettava da me. Avevamo ottenuto la cittadinanza nel maggio ‘65. Subdoravo la spinta di Kennedy. La sua era una potente famiglia cattolica irlandese di Brookline, Boston. Joe e la moglie Rose, “Iron Rose-Rose di ferro”. Clan blindato. L’interagire con tutti di Joe, si sussurrava anche con la mafia, aveva creato seri problemi al figlio nella corsa alla Casa Bianca. Si vociferava che il padre scomodo l’avesse costretto ad accettar vicepresidente il texano Johnson. E, forse, Johnson aveva “pareggiato il conto” nel ‘63... con il “golpe” di Dallas, ipotizzavo io.

Disertai i party. Mi sentivo a disagio. Idem Erika, ma lei non l’esternava. A New York viveva a basso profilo, a differenza di Santiago. Si prodigava nel sociale con amici di buon cuore. E constatavo i tanti biglietti augurali giungentici per le feste. Mi preoccupava lo stress. La pregavo. Rispondeva col sorriso. Aveva senso, quella sua “Crociata” contro l’ingiustizia? Era come una punizione divina, da lei accettata. Ma per scontare quali peccati?

Nella passione per la storia, la paragonavo ad Aurelia, madre di Caio Giulio Cesare aiutante i poveri della Suburra. Donna straordinaria, ma non come una liberale del 1968, conservatrice, fedele al Mos Maiorum di sei secoli di storia delle Gentes patrizie fondatrici di Roma. Apparteneva alla Gens Aurelia, moglie di Caio Giulio Cesare della Gens Iulia discendente da Iulo, nome romano del figlio d’Enea, principe di Troia, con Romolo legato al mito della fondazione di Roma. Cognata di Caio Mario, italico, non patrizio, nel “Cursum Honorum” eletto sette volte al Consolato. Sconfisse i Cimbri nel 101 a.C. a Vercellae, Vercelli, nella piana alluvionale dei “Campi Raudii-Campi Marci”. Combattè nei villaggi di Raudovium, l’attuale Robbio; Paluster Raudii, attuale Palestro; Sillavenis, Cilavegna dove Silla eresse un campo fortificato; e Arcamarianum, Cameriano, derivante dall’Arco di Trionfo erettovi. I 54.000 legionari, sei legioni su un fronte di venti chilometri, guidate da Caio Mario “Console anziano”, Quinto Lutazio Catulo Cesare “Console giovane” e Lucio Cornelio Silla, legato di Mario, sconfissero l’orda di 250.000 Cimbri.
Salvò Roma dall’invasione barbarica.
Nell’Arco della Vittoria, Mario aveva fatto incidere:

“Dulce et Decorum est pro Patria Mori”

Un condottiero di valore, Caio Mario. Al pari di Cornelio Silla, futuro Dictator di Roma che stimava Aurelia per la sua bellezza, intelligenza, saggezza e altruismo: le qualità d’una dea. E mi parve che, superati i millenni, fosse rinata in Erika.

Mille pensieri mi turbinavano nella mente il pomeriggio del 31 dicembre 1968. Uscii di casa. Nevicava. Vagai senza meta. Cosa avrei fatto quella sera? Cena con Erika a rimembrar il passato.
La solitudine m’ossessionava. Anelai che l’anno volasse via. “Carpe Diem!” I newyorchesi, formiche impazzite negl’acquisti. Proseguii. Nessuno badò a me in Times Square. Riassunsi i miei ventitré anni: gratificanti, mi lasciavano un senso d’angoscia, di vuoto. Conditio mentis inspiegabile. Lasciai la subway a Brooklyn tra i Manhattan e Brooklyn Bridge. Spinto dall’istinto, ‘sì ricorrente nella mia vita, m’arrestai su un molo dei docks. Oltre l’Upper Island la New York Bay. Ciò che mi mancava pareva “ridursi” all’amore. Risi di me. Conquistatore, come Cesare nell’anno 80 a.C.. Fisico atletico, carattere misterioso e occhi glaciali. E come Cesare, non badavo ai cuori che infrangevo. Ery mi dava del maschilista. “Da chi l’ho ereditato?” Trasaliva. “Ha ragione, sono un cinico!” A volte ero io a esser scaricato. “Non penserai che ho perso la testa... per quella?” Mi stoccava: “Ricorda, Ju’, chi di spada ferisce...”

Incassavo la lezione. E la memoria volava a Jenny. Ma ora pagava Sally Annemarie, con le mie soventi assenze mentali. Negl’anni ero cambiato molto, ma mai sarei cambiato. “Uhm, niente male!”, pensai di me. L’atletica m’aveva modellato: un metro e ottantotto, lineamenti equilibrati, capelli castani, occhi grigioazzurri, misteriosi, ‘sin minacciosi col cerchio azzurro quasi invisibile circondantemi l’iride glaciale. Le “Mie Donne”, stregate da muscoli e “attributi vari!” Urlai i pensieri. Esplosi nel riso. Notai reazioni e sguardi. La gente mi cedeva il passo... verso l’allucinata meta. L’avevo fatto anch’io; ora, nella mia disperazione, i miei simili fingevan di non vedermi. Sarebbe potuto cadere il cielo, mai si sarebbero voltati. Lontani anni luce, la felicità sui volti radiosi era solo uno schermo opaco. Non avendo nell’anima gioia per se stessi, sarebbe stato chiedergli l’impossibile che la dividessero con un infelice.

Proseguii e digredii. Dov’ero rimasto? Ah, sì, alle “Mie Donne”. Le cilene erano ‘sì calienti. Amavano d’impulso. Bandita la ragione, l’istinto più aggressivo aveva supremazia assoluta. Erano sensuali nelle danze voluttuose precedenti il travolger dei sensi. Eccitate, danzavano avvinghiate all’hombre amado. Atmosfera unica. Non era lo stereotipo delle latine. L’amar ‘sì passionale un’arte sublimata. Stupende geishe, mi suscitavano ancora il trepidante effetto d’allora. Possessive, pronte a Luchar coy el corazon por el hombre amado! Con le unghie! “El mi hombre hermoso! Mi cherido! Mi amado! Mi Señor!” Avrebbero imbestialito orde di femministe newyorchesi. Un Señor dal quale non volevan più staccarsi! Esclusa Isabela, erano stati amori brevi con coetanee e anche più grandi, celati a Erika. Ero sempre stato cocciuto, impavido a volte sin’ all’incoscienza. Spesso sin’anche un po’ presuntuoso. Risi di me.

Scesi dalle nuvole. Ero ciò che riflettevano le vetrate del bar irlandese vicino ai docks, tra i Manhattan e Brooklyn Bridges e il Battery Tunnel. Agl’antipodi del prospicente Brooklyn Heights più bel quartiere di Brooklyn con case di mattoni rossi, le “brown stars”. Di fronte East River, Upper Bay, Ellis, Liberty e Governor Islands.

Volai indietro nel tempo. Una volta ancora, il destino mi riportò da Sally. All’estate del ‘64. Frequentavo Yale in periodo di bonaccia. Sognai: impersonificava la perfezione sublimata, il superlativo assoluto. Irlandese, capelli ramati, seno prosperoso e vitino da vespa. Mi ricordava le sexy Pin-Up di Bill Ward. Lunghe gambe tornite, caviglie da irrequieta puledrina. Occhi smeraldini, sensuali gemme incastonate sull’infinito sfondo di stelle della Via Lattea! Angelici e impertinenti, capaci di rapire il cuore di un uomo al primo sguardo. Sì, proprio così era Sally O’Connor.

Rivissi quel ventun giugno ‘64. Fu un incontro per me disastroso. Di mattino presto facevo jogging. Il Destino unì’ le nostre vite. Ripresi fiato di fronte al bar. All’interno vidi la rossa amazzone dall’espressione impertinente. Recitava una parte? Emanava solo positività. Avevo pensieri dalle sfumature erotico-mistiche. Fu il lampo nel cuore. “Perché è ‘sì sfacciata?” O dea dell’Olimpo! Era il mito di Venere nascente dall’acque dell’Egeo... Lacrima di Luna caduta sulla terra sotto forma di perla occultata da Zeus in fondo al mare. Nessuno osava molestar la rossa dea pagana. Nel locale vi era il fior fiore dei marpioni, ma un abbordaggio fallito avrebbe sortito l’effetto d’una salva d’artiglieria sparata a bruciapelo! Sospiravano. E pensavano al pazzo che si sarebbe mosso per primo. Già ne amavo l’espressione. La mutò quando s’accorse di me, or appollaiato alla vetrata del James Joyce&Davy Byrne’s Pub II°.

“Ma???... Oh!!!” L’ubriaco inebetito fissava proprio lei!

Non m’accorsi d’esser stato notato... Mai avrei avuto il coraggio. Nel gremito locale emulai Cesare nel 49 a.C. al Rubicone, confine tra Gallia Cisalpina e Italia che nessuna legione in armi poteva superare senza consenso senatoriale; era concesso solo ai Consoli tornanti a Roma per celebrare i Trionfi... Cesare osò l’inosabile. Per accrescere la propria Dignitas, giocò col fato e varcò la fatidica linea del non ritorno...
E marciò verso la Guerra Civile.

“Alea iacta est! Il dado è tratto!” Sibilai incerto.

Mi vide giunger tra la ressa. La rottura del ghiaccio fu impacciata e senza risposte.

“Ciao. Ehm, ti ho notata”, indicai la vetrata, “scusa se t’importuno.” Mi squadrò distaccata. Tacque. Sorseggiò la Coca. Non esistevo! Era già la “Mia” Valchiria, come le vergini guerriere della mitologia germanica, ma il mio Walhalla non l’attirava per nulla! Udii le risatine alle mie spalle. Paonazzo, sudato, tremai. Tachicardico, avvertii le forze venirmi meno. “Quale fortuna”, ba... ba...balb...ettai, “che mi sia fermato di fronte al locale. Tu credi nel Fato?...” Le parole or m’uscivano impasticciate. Finì il drink. S’alzò. Filò via verso l’uscita. Ora era rossa anche in viso. Rimasi là a bocca aperta. Ma poi la inseguii. “Ma dov’è? Eccola in strada!”
Il mondo cessò d’esistere, preda di Cupìdo. “Cinque metri, quattro, tre...” Si voltò. Urlò atterrita. Lessi ‘sin nel profondo dei suoi occhi sublimi verde smeraldo.
“Com’è bella! Ma perché urla?”

L’urto violento. La tenebra calò su di me. Il tempo si fermò d’un botto! Centrato da un taxi, decelerante per scaricare una cliente. Stesomi, sbandò, investì un mototriciclo ambulante d’hot-dog e bibite. Terminò la serpentina e centrò la vetrina di un fioraio greco... Imitò il rombo del tuono. Il fioraio, farsesco in dialetto ellenico, lamentava alla moglie la mancanza di clienti. Kostantin Karamanlis non immaginava che le accorate preghiere s’avverassero così. Fu questione d’attimi. Udì rumoreggiare in strada. Smise la cantilenante litanìa. Alzò gli occhi da furetto. Trotterellò verso la vetrina. Per sua fortuna, colto d’anticipo, più che veder il taxi l’udì giunger... al pari di un ariete medievale. Si scatenò l’inferno. Taxista ispanico e anziana cliente urlavano dal mezzo incastrato. Il barboncino di lei guaiva folle e digrignava i denti. L’ambulante di Little Italy saltellava attorno al disastro; inveiva contro tutto e tutti. Il greco piangeva, malediceva il cielo. L’idrante divelto sparava acqua inondante il negozio distrutto. Il caos regnava a Brooklyn!

Ma la dea bendata tornò a rivolgermi i suoi favori. Giacevo riverso sul fianco, indolorito e intontito. Si metteva male? Il brusio aumentò. Udii la “Mia Rossa”. Inseguendo la puledrina avevo provocato un pandemonio biblico! La situazione? Tragicomica. Aprii un occhio, prudente. Si qualificò dottore. Cazzo! Avrebbe scoperto il bluff! Chinatasi su di me, ne avvertii la conturbante fragranza. Tentai di rallentarmi la tachicardia e forse ci riuscii davvero, al punto che mi praticò la respirazione bocca a bocca! Sul punto d’abbracciarla, giunse l’ambulanza da lei prontamente chiamata al telefono. Mi caricarono e partì a sirena spiegata. Lei salì a bordo! Tremai, quando la sua mano m’estrasse dalla tuta i documenti d'identità. Sally, la chiamavano mielosi gli infermieri, lesse le mie generalità:

“Robert Braun, ehm, Junior, nato a Santiago del Cile il 30 dicembre 1945... Uhm, non si direbbe un sudamericano.”

Al pronto soccorso “privo di sensi”, mi stesero sul lettino. Un imberbe dottorino accorse. Iniziò a corteggiarla. Mi visitò svogliato.
“Non è grave” sentenziò.
Per trattenere la preda mi provò i riflessi: batté il martelletto di gomma sul ginocchio.

“Ora ti sistemo io!”

L’arto scattò. Il galletto incassò il fendente con un gemito. Sbiancò. S’aggrappò a Sally. Stramazzò sulla sedia. A visi tiratamente seri, riprese fiato, deglutì amaro e firmò il ricovero nel reparto Traumatologia del “A. Lincoln” Hospital di Queens. Avevo svariati ematomi, uno sulla fronte. In camera singola giunse la visita medica d’équipe. Temendo un trauma cranico, i medici insistevano per trattenermi in attesa del referto radiologico. Alle parole del primario, Sally m’accennò. Recependo quelli ‘parsigli segni d’intesa tra di noi, il primario m’assegnò alle cure della dottoressa O’Connor. “Giovanotto, lei è in ottime mani” Sorrise sornione. Restai finalmente solo con lei.
“Sono lieta che tu sia rimasto.” Subdorava? Chiuse la cartella clinica. Posatala sul letto, studiatomi, sorrise e pose la fatidica domanda: “Ricordi cos’è successo al pronto soccorso?” Titubai. “No, ehm, non rammento.”

Per fortuna entrò Erika, appena giunta in ospedale. Sally le aveva telefonato in ufficio.
“Mamma, ti presento la dottoressa O’Connor...” Sally tese la mano “Piacere, signora.” Le sorrise.
“La ringrazio per quanto ha fatto per Junior. Lo scusi, è un impulsivo”. Sally arrossì. Avvampai: “La sta’ studiando!” Ery già s’era fatta un’opinione su Sally. Era sua innata capacità il “decifrar” le persone sin’ dal primo contatto. Mi seccava un po’, ma la sapevo infallibile. Sally se ne avvide. Quella donna l’esplorava ai raggi “X”! Ripeté:
“Il mio collega al pronto soccorso, provandoti i riflessi della gamba ha colpito forte col martelletto e...” Mi fissò.
“No, ehm, scusa ma non ricordo...”
Sorrise, rise. “Gli hai sferrato un calcione, là... e l’hai steso!” Tacque. Tornò a fissarmi interrogativa.
“Oh, mi ‘spiace... Voglio scusarmi con lui.” Ipocrita!
“No, il tuo è stato un riflesso inconscio”. Sospettava? Se sì, mi dava corda... Affinché mi c’impiccassi? Attaccai:
“Anch’io ti ringrazio, Sally, ma ho un appunto da farti... Privo di sensi, hai procurato un ospite pagante al Lincoln. E non so’ ancora, se l’hotel m’è gradito o meno.”
Rise. L’affair la divertiva? “Dimmi, Junior”, usò il nickname appena udito da Ery, “come posso sdebitarmi?...”
Trassi la rete in barca. “Uhm, fammi pensare?”... Giocammo una settimana alla dottoressa e all’ammmalato. Poi, mollammo tutto e partimmo per la convalescenza. Dove andammo?... A Miami, ovvio!

Il viaggio fu davvero indimenticabile.
Anelando una vacanza on the road, affittata una decappottabile, vicini a Miami ci fermammo a fare il bagno su una spiaggia deserta.
Seppur avessi chiuso l’auto, ce la vaporizzarono insieme a portafogli e bagagli! Entrammo in città in costume da bagno sull’auto della polizia. Per fortuna i ladri avevano buttato i documenti sulla sabbia. Sbrigate le formalità della denuncia, il comprensivo agente di origini cubane ci scortò al motel del cugino Miguel Huelva. Telefonato a casa, attendemmo il money via bonifico telegrafico. Passammo due giorni con venti dollari prestatici da Miguel su affollate spiagge con addosso t-shirts e shorts del nostro benefattore hispanico.

A Miami di Sally amai il romanticismo e gli ideali libertari, princìpi che sin’allora avevo considerato esser’ d’altri tempi. In una stellata notte caraibica ringraziai Dio e il Fato. Prima di partire aveva conosciuto la piccola Sally, di due anni e mezzo e sua omonima, avevano subito legato, al punto che la piccola peste non voleva più lasciarci partire. Ci salvò Ery.

Sally O’Connor, irlandese, era nata a New York il 17 marzo 1943.
Suo padre Samuel era fornaio a Queens e la madre Laura lo aiutava in negozio. Aveva due fratelli e tre sorelle, laureatisi “Summa Cum Laude”. ‘Pur appena conosciutili, non dubitai che si fossero duramente conquistate le borse di studio. Io invece, grazie a Ery frequentavo tranquillo Yale e me la prendevo pure comoda! Alla New York University aveva ottenuto il dottorato a ventun’anni. Assunta al Lincoln, tre mesi dopo m’aveva conosciuto.

Famiglia emigrata nel 1870 gli O’Connor aderivano all’Irish Republican Army, fondata nel 1956 ma operante da inizio ‘900, il cui braccio politico era lo Sinn Féin, movimento fondato nel 1905. Sally mi confessò d’esser pronta a morire per la Causa. Pregava Dio, affinché liberasse l’Ulster del giogo inglese, alla schiavitù.

“Ma io non vedrò mai quel giorno.”

Lessi la disperazione nei meravigliosi occhi tristi. Tacque. Sparai la battuta:

“E dei protestanti d’Ulster, visto che ci sono anche loro, che ne farete, quando l’avrete... liberato?”

Mi fraintese totalmente. Forse lesse del sarcasmo nelle mie parole, l’accusa di partigianesimo. M’investì con la furia di un uragano. M’additò. Mai avrei immaginato una simile espressione. Vi vidi l’odio represso da secoli di un popolo oppresso.

“Come osi, tu, uno svizzero-svedese! La tua gente è sempre rimasta a guardar chi lottava e moriva, spesso per cause sbagliate, ma per IDEALI! Sempre sì’ diplomatici, voi, razza opportunista! Londra mandò galeotti a colonizzar l’Irlanda! Nelle sei contee d’Ulster i cattolici divennero minoranza. Generò la spirale di violenza, coi giudici inglesi a “pacificare” sotto la poliziesca ala protettrice della Royal Ulster Constabulary. Coi cattolici discriminati oggi covan rancori secolari. Piango Michael Collins: col passar degl’anni e lo scorrer del sangue a Dublino, Iddio l’illuminò. Tentò la trattativa, fu assassinato dai compagni di lotta, i suoi fratelli! Cattolici e protestanti potranno vivere in pace? Non lo so. Ma non sogno un Pogrom di violenza che ci dia la vittoria... Per capire l’Irlanda va letto George Bernard Shaw:

“La dolce Irlanda è diversa, nel bene e nel male, da tutti i paesi del mondo che sono sotto il cielo; e nessun uomo può calpestarne la terra o respirarne l’aria frizzante senza diventare migliore o peggiore.”

Si lasciò cader sulla sabbia. Allungò a me le braccia, sfinita. L’abbracciai. La strinsi a me. La baciai. L’amai ancor di più.

A settembre tornai a Yale e Sally all’ospedale.
Ora la nostra vita aveva un senso. Un grande amore: due atomi fondentisi, danti vita a una reazione a catena incontrollabile... Era la Sublimazione assoluta. E pensavo dell’amore:
“E’ solo una reazione chimica...” Travoltone, non riuscivo a darne spiegazione razionale. Ma l’amore è irrazionale! Una carezza, un sorriso, il fissarsi senza nulla dire, sol’ ascoltando i cuori. L’amavo più di me stesso, pronto a morire per lei di slancio. Era questo l’“Amore Vero”? L’altra sua costante era l’assoluta dedizione alla “Causa”, da cocciuta irlandese feniana. M’influenzava. Nel “Gioco delle Parti” non ero più imparziale... Ed era come se fossimo già sposati, io che avevo sempre aborrito il matrimonio. A letto trasgredivamo in giochi erotici da Kamasutra! Come diceva Sally, il nostro Karma era in perfetta armonia con l’universo.
Ogni week-end tornavo col “Sacro Fuoco” nel sangue. Anelavo d’abbracciarla, baciarla, amarla.

Nel maggio ‘65 Sally venne infervorata dal volontariato sociale.
Non capivo perché dovesse sacrificarsi proprio in primis, ma non volli lasciarla andare da sola laggiù. La seguii, divenni anch’io “volontario” all’ospedale di Belfast. Suo fratello Mark e la sorella Martina, v’operavano da medici con una organizzazione umanitaria.

L’Irlanda ci conquistò. Belfast era stupenda. E gl’irlandesi erano amici incomparabili. Tre mesi volarono via. Il 25 agosto riassumemmo la nostra esperienza. Il personale dell’ospedale era ben affiatato. All’apparenza le questioni etniche e le tensioni latenti le lasciavano a casa. Non v’erano stati attentati, ma la tensione era tangibile. Se i cattolici o i lealisti colpivano, immediata giungeva la rappresaglia. La situazione degenerava.
Dell’escalation di violenza, i risultati giacevano in un reparto isolato. Troppi erano i bambini. Erano pochi, ma rappresentavano tanti, troppi drammi celati, crudele fardello di secoli d’odio. Prossimi al tempo degl’addii, i nostri sfortunati amichetti ci imploravano di non abbandonarli nell’incubo. Tristi, eran ‘sì maturi. La vita era stata crudele con loro. Ma fuori di là, frutto di generazioni d’odio, la guerra incubava allo stadio finale. “Colpisci il nemico colpendo i suoi figli!”

Pochi erano gl’attentati a inizio anni sessanta, - la stampa li catalogava come regolamenti di conti tra bande di balordi -, l’orrendo motto si visualizzava nei corpi straziati da Trush Bombs artigianali contenenti chiodi e ogni genere d’esplosivo; presto si sarebbe aggiunto il Semtex C4 o Semtex-H prodotto in Cecoslovacchia.

Aspirante reporter, studiai le tecniche di guerriglia urbana e l’impiego d’esplosivi in attentati terroristici. Il C4 era stato scoperto in America negl’anni ‘50 con l’RDX, polvere bianca mescolata a plastificante conferentele elasticità. Inodore, poco volatile, sfuggiva al fiuto dei cani anti-esplosivi, con elevato potenziale distruttivo, stabile, facile da trasportare, a innesco chimico. L’IRA poteva produrlo dal cloruro di potassio, ricavato da comune candeggina, miscelato a sostante chimiche reperibili sul mercato e benzina. Le armi dell’IRA venivano pagate dalla comunità irlandese USA, lobby di potere con milioni di sostenitori. Contro l’IRA operava lo Special Air Service con nuclei del 22° SAS Regiment; per l’intelligence L’MI6-Secret Intelligence Service, con sede a Century House per lo spionaggio estero; l’MI5-Security Service, con sede a White House per il controspionaggio entro i confini del Regno Unito. L’impiego dei due servizi dimostrava che l’Ulster era considerato da Londra come un paese occupato, e non come parte integrante del Regno Unito.

Nel 1965 il nucleo combattente dell’IRA, - divenne poi IRA-Provisionals a fine anni sessanta -, l’ala militarista in lotta contro la politica di matrice marxista degli Ufficials, contava appena duecento militanti, sciovinisti, anch’essi con basi di ideologia marxista, ma l’occultavano per non alienarsi i milioni di americani d’origini irlandesi che mai avrebbero finanziato dei comunisti.

L’unica unità del British Army, inviata in segreto, era il II° Battaglione del Reggimento Scots Guards. Gli scozzesi, - accesi nazionalisti, anche nella loro terra avevano lottato contro il centralismo della Corona, ai quali Londra aveva concesso larga autonomia nell’ambito del Regno Unito di Gran Bretagna e Scozia -, si sentivano frustrati nelle uniformi RUC. In Ulster avvenivano solo sporadici attentati scoordinati. Le caserme RUC e gli edifici governativi erano irraggiungibili per i ribelli cattolici, se non trasformandosi in kamikaze... I tempi non erano ancora maturi.

All’ospedale di Belfast vivevamo l’umana follia. Attorno a noi aleggiava la morte. “Chi semina vento raccoglie tempesta!” Con le vittime innocenti, piantonati dalla Royal Ulster Costabulary, v’eran i terroristi cattolici, - pochi i protestanti! -, attendenti di finire in carcere a Belfast o nella Maze prison, che sarebbe poi divenuta tetramente famosa per gli “H” Blocks. I leoni di un tempo ridotti a larve umane. Carnefici e vittime invocavano la morte. Alla fine venivano liberati dalle sofferenze, innocenti o colpevoli, diaboliche menti o sicari, aizzatori o delatori, patrioti o traditori che fossero stati.

A Belfast Sally cambiò. Scomparsi gli slogan, soffriva. La notte, dopo l’amore l’osservavo in penombra, la guancia sui lunghi capelli vellutati. L’avvertivo spaventata, ansiosa d’esser amata. Era come se il tempo le stesse velocemente sfuggendo via.

Quella domenica mattina andammo alla Queen University e poi nel parco del castello. Sole e pace. Muta, fissava voli di rondini. L’abbracciai. Vedevamo la città viver una lenta agonia assediata negl’animi. I nostri sensi avvertivano sorgere attorno a noi vapori d’odio, dolore, vendetta. Sensazioni terribili. Mi confessò:

“I miei occhi vedono l’ombra del diavolo. Il futuro serberà all’Ulster solo morte e distruzione!... Non voglio creder l’Irlanda caduta nel baratro. Vi sono persone di cuore, le più, amanti la vita in tutta la sua bellezza, odianti chi attua ferocemente la follia. Da bimba, gl’anziani a New York ci raccontavano: - Negl’anni attorno al 1923, sia nell’Irlanda della Home Rule, la libera Repubblica d’Eire del presidente Eamon De Valera, che in Ulster, i patrioti parlavano il gaelico, i traditori l’inglese e i preti il latino -. Erano nazionalisti ma saggi e realistici, una illuminazione che avevano imparato col sangue sulla loro pelle! Vedi, Roby, volevano dire che in Irlanda nessuno è mai riuscito a capire gli altri col dialogo. Un detto popolare significante che tutti, compresa la chiesa, hanno contribuito a dividere il paese”

Avrei voluto sorriderle. Non riuscii a sollevarla. E pensai a Belfast: la malvagità umana stava rendendola infernale. Lì da solo tre mesi, a vent’anni, me ne sentivo già quaranta! Riflesso nella fontana, capii lo stato d’animo: idealmente tradita. L’amai ancor più. Non volevo lasciarla sola, abbandonarla, tradirla anch’io.

“Sono disperata. Questa non è l’Irlanda che sognavo. Mai lo sarà!” Pianse. “Odo il canto dei bimbi cattolici: - Per liberar l’Irlanda, siam pronti a lottar mille anni! -” Si rivide bambina, intonante fanatica l’inno. “Ho conosciuto la menzogna, glorificata da chi ce la predicava; cresciuta, accettando senz’esitazione la spirale di violenza. Mieterà cattolici e protestanti. Non v’è mai stato, né mai vi sarà un monumento alla vittoria. Resteranno solo, in balia a vento e pioggia, migliaia di grigie e spoglie croci! Vittime innocenti, colpevoli o traviate, bruciate sul sacello dell’umana follia! Or tutto m’è ‘sì chiaro. Ti prego, aiutami...”

“Mia dolce Stella Marina, la bibbia dice: - il bene che fai ti verrà restituito moltiplicato mille volte -. E non credere che avverrà solo nell’altra vita. Segui il cuore, Sally... Non dico di porger l’altra guancia, io non ne sarei capace. Fa’ ciò che è giusto, ciò che va fatto, sempre.” Le carezzai le guance bagnate. Mi baciò e abbracciò. Sì, amavamo Belfast e gl’irlandesi; e un componimento di William Butler Yeats, o forse anonimo:

“Quest’isola eternamente verde, paradiso terrestre smeraldino, cattura a se il cuore del viandante che ne percorre città, litorali e ne frequenta la gente. Persone e luoghi meravigliosi, da cui non riesce più a staccarsi, se non con greve malinconia invadentegli il cuore.”

Gli ultimi giorni trascorsero sereni. In tre mesi nessun attentato aveva seminato il terrore. Per endermi utile, organizzavo scampagnate atte a favorire la riabilitazione motoria dei ragazzi e, soprattutto, a farli evadere dall’incubo in cui vivevano.

Ma la Dea Bendata, fatalmente ci abbandonò.

Avvenne a West Belfast, tornando dalla promenade campana.
Sull’Irish Street nel quartiere cattolico di Falls Road, covo dell’IRA e del Sinn Féin, incrociammo una pattuglia del British Army “prestata” alla Royal Ulster Costabulary: venti soldati delle Scots Guards in uniformi di poliziotti, guidati da un tenentino dai cortissimi capelli rossi a zazzera. C’era stata una soffiata? Ne fui certo da come si muovevano. Cauti, cercavano qualcosa di ben definito: i segugi volevano stanar la volpe?

Intravidi un bagliore sul campanile di Saint Patrick. I ragazzi attraversavano la strada. Non vi prestai più attenzione. Le campane rintoccarono il mezzodì’. Udii un sordo botto, come uno “schiocco di frusta”. All’istante i piccioni s’involarono in massa, i cani fuggirono ringhiando. Udii esplodere l’urlo di terrore: “Snipers! Snipers!”

La gente in strada fuggì via terrorizzata in cerca di riparo. Travolse i ragazzi, or rimasti paralizzati in mezzo alla via svuotatasi. Incapaci di reagire.

Un soldato crollò oltre la siepe a due metri da me, senza emettere un gemito. La testa gli esplose. M’investirono schizzi di sangue e materia cerebrale. Udii un secondo colpo di frusta sulla destra. Un altro stramazzò. Il fucile semiautomatico Enfield L1A1 volò lontano da lui, dalla sua volontà d’uccidere. Sputava sangue. Urlava in preda a dolori atroci e spasmi muscolari, tentante di trattenere gl’intestini fuoruscenti dalla scarlatta, infernale voragine esplosagli nella battle dress verde. Senza più alcun riparo dal tiro degli cecchini il marconista invocava aiuto via radio. Nel panico i soldati ora sparavano come automi all’impazzata, le terrorizzate reclute colpivano ogni finestra aperta. Da predatori erano passati a prede in trappola! Sotto il tiro incrociato dei Provos i veterani sapevano d’essere in trappola, ma erano ben decisi a vender cara la pelle. Un caporale collimò nell’ottica Trilux del Fal lo sniper sul campanile. Carico d’odio, sparò. Il cattolico urlò. Mollò il Mauser 98k munito di cannocchiale Zf-41. Un volo di trenta metri. Il tonfo a noi inudibile. Gli spari sortivano un effetto infernale. I gas delle cartucce e la polvere da sparo incombusta prendevano alla gola.

“A terra, bambini! Giù!” Urlò Sally. Mimò, mani rivolte a terra. Obbedirono all’istante. Li salvò. Ma terrore e protesi alla gamba paralizzavano la tredicenne Jennifer. Piangeva, tremava. Sally agitò le braccia al cielo, rivolta agli invisibili snipers.

Parve d’effetto. Dei tre della Derry Brigade, quello sul campanile era morto; quello nella casa a destra, - poteva colpire facilmente! -, non sparava più. Cambiava posizione, per non divenire bersaglio degli scozzesi già eliminanti Sean O’Neal? La pietà aveva vinto il cuore di Nathan Mahoney. Col walkie-talkie chiamava la collina.

“Non sparare, Timmy... I bambini... ci sono i bambini!”

Nessuna risposta. Nell’ottica M-84 del Garand M1D Timoty O’Mullighan vedeva l’espressione atterrita di Jenny. Vide i gradi del tenentino. Invece di disperderli, raggruppava i suoi... Folle! Due suoi fratelli erano caduti contrabbandando armi dall’Eire. Le Scottish Guards li avevano assassinati! L’IRA vi aveva perso sei uomini. La versione del ministero dell’Interno ai mass-media, già a conoscenza che i “Provos” erano morti dissanguati, era stata un laconico: “Impossibile ogni soccorso ai terroristi bloccati nella Terra di Nessuno”. Nessun processo v’era stato contro i killers! I suoi fratelli erano morti con la rabbia nel cuore. Una lenta, terribile agonia.... Eliminati come cani rabbiosi!

“A Long day’s dyng, to augment their pain...”
“Un’agonia per tutto un lungo giorno, ad accrescere il loro dolore...” (John Milton, Il Paradiso Perduto, X, 964)

L’indice sudato fremette sul grilletto. O’Mullighan intonò lo slogan dell’Irish Republican Army:

“Verrà il nostro giorno! Verrà il nostro giorno! Verrà il nostro giorno!”

L’urlò al cielo. Senza distoglier lo sguardo dal reticolo di mira, inspirò a fondo.

Negli spari non udii il colpo tirato dalla collina trecento metri dietro di noi. Sally corse verso Jenny. Scattai. Qualcosa le colpì la schiena. La scaraventò in avanti. Terribile, rallentato, il sangue esplose a pioggia. A bocca spalancata, muta, braccia al cielo, occhi sbarrati come di stupore, trascinò Jen’ nella caduta. Persa la gamba artificiale, imprigionata dal suo corpo martoriato, urlava. In un attimo non più spari né urla. Un giovane soldato, lasciato cadere lo Sterling, tremava e piangeva. La gente di Falls Road uscì cauta dalle case crivellate di proiettili. L’agguato era durato un eterno minuto d’orrore. Una spettrale calma calò sui vivi e sui morti. All’arrivo delle ambulanze coprirono Sally con un lenzuolo. Si tinse orribilmente di porpora. Un infermiere protestante sibilò rabbioso:
“Bastardi! Assassini! Proiettili esplosivi e perfetta triangolazione di tiro: di fronte, di lato e da dietro... Una trappola da sadici vigliacchi!”
Le strinsi la mano disperato. Rivissi la follia. Snipers cattolici, - la sua gente! - l’avevano trucidata, con due Scots Guards, mentre tentava di salvare una bimba protestante. Jenny non poteva fuggire; una bomba esplosa tra la folla nel quartiere protestante di Schenkins Road le aveva maciullato una gamba. Sally l’aveva salvata. “Perché?”... Tentai di piangere, invano. Quella notte sognai la mia Stella Marina. A Belfast era cambiata dentro, donando agli altri tutta se stessa e la sua gioia di vivere.

La seppellimmo nella terra amata. Nel cimitero di Miltown, diviso in settore protestante e cattolico, ebbe al fianco Matthew O’Reilly, ventenne, impiccato dopo la rivolta del lunedì di Pasqua del 1916.
Il focoso ribelle dalla spoglia tomba, in cielo l’avrebbe accompagnata cantandole in gaelico nostalgiche canzoni d’altri tempi. Il sole sfumò. Le nuvole portavano la pioggia. Avrebbe lavato via le colpe terrene degl’uomini. Ery mi sosteneva coi familiari di Sally. V’erano pochi amici protestanti. Jenny c’era. La ‘carezzai. Mi sorrise, ma subito si ritrasse. Martha, la madre, vedova con sei figli, mi strinse la mano e mi sussurrò:

“Grazie, Robert. Lei e la povera Sally avete salvato la mia Jen’. E' il secondo miracolo che Iddio ci concede… Che Dio la benedica, che vi benedica.”

Tremai. Or dubitai davvero dell’esistenza di Dio... Un Dio crudele. “Il Dio che da, il Dio che toglie!!!” Distolsi lo sguardo per non piangere disperato.

Padre Marcus Adams, nostro grande amico all’ospedale terminò l’ovazione funebre.

“Ma tu, bianco fiore, hai perdonato chi ti ha strappato la vita”, si asciugò le lacrime, “ma ora va’, Sally O’Connor. Riposa nella pace della luce eterna. Vivrai per sempre nei nostri cuori.”

Al triste canto gaelico la bara calò ondeggiante nella fossa... Era la nostra vita che naufragava.

“Sei nata nel giorno in cui i fiori sbocciavano. Te ne sei andata prima che cadessero. Bella per l’eternità. Vai, mia dolce Stella Marina. Guarderò il cielo e ti rivedrò tra le stelle. Addio, Sally O’Connor, dolce amor mio... Il destino ci separati. Un giorno ci ricongiungerà.”

Non volli più asciugarmi le lacrime. Solo, m’allontanai. Sulla lapide avevo fatto scolpire:

Sally O’Connor

Nata a New York il 17 Marzo 1943
Morta a Belfast il 27 Agosto 1965

Il destino ti portò lontano
Il destino ti fece tornare

“Ho raggiunto quelli che mi aspettavano,
aspetto in Dio quelli che amo” (Sant’Agostino)

...continua su questa stessa pagina più avanti, parte 3^...
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