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Sito Letterario & Laboratorio di Scrittura Creativa di Monia Di Biagio.

"Scritturalia" è la terra delle parole in movimento, il luogo degli animi cantori che hanno voglia di dire: qui potremo scrivere, esprimerci e divulgare i nostri pensieri! Oh, Visitatore di passaggio, se sin qui sei giunto, iscriviti ora, Carpe Diem!

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TI RACCONTO: UNA STRANA STORIA... (Raccolta AA.VV.)
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Monia Di Biagio

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MessaggioInviato: Lun Giu 18, 2007 2:23 pm    Oggetto:  TI RACCONTO: UNA STRANA STORIA... (Raccolta AA.VV.)
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RACCOLTA DI RACCONTI AA.VV. "Ti racconto una strana storia..."

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Ovvero il Nuovo Esperimento di Scrittura Creativa, bandito da Scritturalia!

*************

CON "POST REPLAY" INSERITE PURE, QUI DI SEGUITO, I VOSTRI RACCONTI. GRAZIE!

Se vi andrà di partecipare a questo nuovo gioco narrativo, con il vostro, graditissimo "Ausilio Scrittorio", vedremo di dar vita ad una nuova "Raccolta di Racconti", AA.VV. di Scritturalia!

REGOLAMENTO:

Cari Amici Scrittori,
come già da qualche tempo è NOSTRA CONSETUDINE SCRITTORIA: voglio STAVOLTA proporvi una nuova raccolta a + mani di"STRANI RACCONTI", riservata, come sempre, agli Iscritti di Scritturalia.


Questo nuovo esperimento letterario CONSISTE (poiché di scrittura e lettura ci occupiamo): nello SCRIVERE e PUBBLICARE, QUI SU SCRITTURALIA, "un racconto a soggetto" , di non più di 2 cartelle (ovvero 2 pagine di Word - carattere Times New Roman 12).

L' argomento del racconto partecipante dovrà essere: "TI RACCONTO: UNA STRANA STORIA...." che poi è il titolo stesso di questa raccolta.

Tutti i racconti saranno da voi INSERITI e RESTERANNO pubblicati QUI SU SCRITTURALIA, in questa apposita sezione.

************

DOVE PUBBLICARE

I racconti dovranno essere pubblicati "QUI DI SEGUITO" E SOLO SUL: nostro Laboratorio di Scrittura Creativa, dentro alla sezione "SCRIVIAMO UN LIBRO INSIEME?" e TUTTI NELL'APPOSITO NUOVO TOPIC, intitolato: IL GIOCO DELL' ESTATE 2007, RACCONTI DA LEGGERE SOTTO L' OMBRELLONE!

********

COMMENTI

Ogni racconto inserito potrà essere commentato e giudicato sempre qui di seguito, sebbene naturalmente nella raccolta saranno contenuti solo i racconti.

I racconti potranno essere commentatati [u]da tutti gli utenti di Scritturalia e dagli stessi Lettori-Autori, sia che abbiano partecipato al gioco con un elaborato, sia che si pongano solo come Lettori-Commentatori.


Desideriamo saggiare, con questo metodo, il gusto di chi legge e confrontare il giudizio che daranno con il nostro.

Ben lontano dal volere che questo nuovo "Esperimento Letterario a + mani" sia la piccola copia di un concorso di letteratura, pensiamo che questo gioco possa servire a stimolare fantasia e ricerca degli amici che ci seguono da tempo.

********

E ADESSO CLICCATE PURE SU "POST REPLAY" E INSERITE QUI DI SEGUITO I VOSTRI RACCONTI!

smile 20 BUONA SCRITTURA & BUON DIVERTIMENTO SCRITTORIO A TUTTI!

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Ultima modifica di Monia Di Biagio il Lun Nov 03, 2008 11:50 am, modificato 10 volte in totale
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MessaggioInviato: Lun Giu 18, 2007 2:23 pm    Oggetto: Adv






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Aquilone







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MessaggioInviato: Sab Lug 21, 2007 11:01 pm    Oggetto:  Il rondone.
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Ciao Monia questa sezione non meritava di rimanere vuota, anche se la storia non è un granchè, ma volevo rompere il ghiaccio così magari qualcun'altro potrà proseguire questo gioco estivo.

“Ti racconto una Strana Storia”: “Il Rondone”

Ciao Sandro, come stai? da quanto tempo che non ci vediamo, e i tuoi fratelli? Tutti bene?

Proprio a te pensavo in questi giorni, voglio raccontarti una strana storia, siediti qui accanto a me e cerca di fermare il tempo, dovrai ascoltarmi attentamente. Vado a raccontare.

Ai primi di giugno, sai in quei giorni faceva molto caldo, mentre camminavo, ricordi il fontanone, si lì nella discesa dei lavatoi, ad un tratto mi sono imbattuto in un rondone che poverino era lì a terra tentando di svolazzare inutilmente, perché ferito ad un’ala. Presi quel rondone nelle mani e sentivo il suo cuoricino battere così veloce come una mitraglietta, poverino era spaventato e tremava tutto, ma io lo avvicinai al mio viso rassicurandolo con carezze, facendogli capire che non avevo nessuna intenzione di ferirlo o addirittura ucciderlo. La sua ala destra era danneggiata forse sbattendo contro il riflesso di un vetro, sai verso le 17:00 lì il sole picchia sui vetri dei palazzi e inganna gli uccelli, ti ricordi quanti ne abbiamo ritrovati insieme?. Mentre riflettevo sul da farsi, il povero rondone era lì fra le mie mani in preda al panico, sofferente lo vedevo nei suoi occhietti che si muovevano velocemente, così mi sedetti sul bordo del fontanone. In quel periodo come ricorderai l’acqua scarseggia, tutti gli orti erano in piena attività di annaffiamento e le poche gocce che cadevano come una battuta musicale, rompevano quei silenzi che si interponevano tra le strida del rondone e le voci delle genti nel vicolo vecchio. Come ti dicevo, mentre ero seduto un pensiero sulle sorti del rondone mi venne alla mente, cosa potevo fare per aiutarlo e come potevo aiutarlo, così iniziai a pensare ad una serie di strategie e di soluzioni ma nessuna sembrava sensata e giusta, poi ad un tratto un idea mi venne, portare il rondone da Marione, ti ricordi quello che curava tutti gli animali, abitava in fondo a via Cavour si a due passi da te. Senza esitare ancora mi alzai e con passo svelto mi presentai davanti al suo campanello nervosamente lo pigiai due volte, la sua voce quasi da orco, che riconobbi subito, ruppe quel silenzio e aprì la porta. In mano aveva una civetta che stava curando e quando mi vide con il rondone in mano mi invitò ad entrare. Nella sua casa povera di luce si intravedevano uccelli di ogni specie in gabbia e liberi, un vero salvatore per questi poveri volatili che ogni giorno si scontrano con la realtà umana e con i mezzi metropolitani che a volte li uccidono o li spaventano, per non parlare delle luci che disorientano il loro senso dell’orientamento. Così mi sedetti in quella poltrona sudicia di ogni cosa anche avanzi di cibo, ma Mario teneva più ai suoi uccelli che a se stesso, tutti lo credevano pazzo, invece io ero entusiasta che al mondo esistesse un tipo come lui. Prese quel rondone con una sicurezza immensa, l’uccello era lì sereno come se sapesse che quella era la persona giusta. Mentre Mario lo guardava e lo rigirava scuoteva la testa, e rivolgendosi a me disse “ questo rondone non potrà campare a lungo, anche se lo aiuterò a riprendere il volo non potrà mai volare come una volta e così sarà preda del destino”. Caro Sandro avevo le lacrime agli occhi ma pregai Marione di aiutare quel rondone, in qualche parte del cielo qualcuno lo stava cercando. Con pazienza inaudita riuscì in qualche modo a fasciare la frattura, e un po’ goffo l’uccello muoveva le ali con fatica. Presi in mano quel rondone e ringraziai Mario ed uscii, adesso dovevo fargli prendere il volo e provare se da solo riusciva. Così mi venne in mente che il punto più alto del paese era il vecchio ospedale, da lì avrebbe avuto la forza della corrente ascensionale e forse avrebbe spiccato il volo. Decisi di recarmi in cima al colle e con paura guardando il rondone negli occhi come se capiva ciò che dicevo, presi un po’ di slancio e con due passi indietro la rincorsa era giusta così uno scatto e lasciai nell’aria il volatile che poverino dapprima quasi precipitava perdendo quota poi prese la scia della corrente e riprese quota. Mi passò sulla testa come per ringraziarmi, fece tre o quattro giri e poi scomparve dalla mia vista.

Che gioia Sandro nel vedere quella scena, una sensazione indescrivibile come se nell’anima una ventata di aria fresca era entrata, e poi mi sentivo fiero e quasi un piccolo eroe.

Oggi caro Sandro fa molto caldo e con tristezza sono andato al fontanone magari per rivedere il mio rondone svolazzare nel vicolo, ma niente, sono demoralizzato la tristezza mi avvolge e tutto intorno mi sembra grigio e triste. Ad un tratto però qualcosa di nuovo stava succedendo, da lontano un gruppo di rondoni si avvicinò al bordo del fontanone e senza paura si misero in fila vicino a me, e con cantico da umani intonarono una canzone dolce e allegra, il cinguettio cadenzato rallegrava il mio cuore e gli occhi dei rondoni erano grandi e lo sguardo quasi umano. Dentro me pensai il fratello grande che io ho aiutato vi ha mandato da me per ringraziarmi e così, con sorriso dissi adesso volerò con voi, se voi mi insegnerete a farlo. I rondoni scuoterono la testa e mi invitarono ad alzarmi e a muovere le mie legnose braccia, incredulo iniziai a muovere le braccia che subito divennero ali e con loro mi alzai in volo, ora tutto era sotto di me, i tetti delle case le strade, gli alberi, le colline e le città, stavo volando per volontà ero riuscito a ottenere ciò che volevo da sempre, la libertà. Parlo a te Sandro di libertà perché so quanto ti stia stretta quella prigione dove ti hanno rinchiuso, solo perché eri libero di volare, capisco quanto sia triste guardare il cielo da dentro, invece di cavalcarlo. Sono qui nel cielo e presto incontrerò le nuvole così potrò regalarti qualche mio pensiero, mi raccomando prendilo al volo altrimenti qualcun altro lo prende per te. Abbi cura di te Sandro tanto in qualche modo dovrai uscire da lì, io sarò fuori ad aspettarti.

Sandro ti vedevo fra quelle sbarre con occhi tristi e rassegnati così come d’istinto e con profondo amore, aprii quella gabbia e senza voltarmi indietro tu spiccasti il volo, il volo della tua libertà. Tra le mie lacrime per aver perduto un amico, triste strinsi a me l’unica piuma rimasta in quella gabbia di morte, ora qualcuno saprà ringraziarmi per questo gesto. Difenderò ogni volatile affinché non finisca dentro una gabbia di qualche bambino vizioso che vuole solo per se la gioia triste di un rondone in gabbia.

Ecco che torna la primavera e corro alla finestra Sandro ed i suoi amici torneranno ancora per trascorrere qui sotto il mio tetto altre giornate di gioia sapranno riconoscermi e canteranno ancora per me la melodia di allora.

*******

Simpaticamente, Sergio De Angelis, alias Aquilone.

_________________
L'Aquilone delle parole


Ultima modifica di Aquilone il Ven Lug 27, 2007 1:36 pm, modificato 2 volte in totale
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Monia Di Biagio

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MessaggioInviato: Lun Lug 23, 2007 2:01 pm    Oggetto:  Un Angelo Accanto a Te
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smile 20 Grazie infinite Sergio, per "aver rotto il ghiaccio" in questo nuovo "Esperimento Letterario a + mani" di Scritturalia! Vengo a farti compagnia io, su queste pagine, con la strana storia: "Un angelo accanto a te". Speriamo nella partecipazione anche di altri...

“Ti racconto una Strana Storia”: “Un Angelo Accanto a te!”

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Citazione:
Sinossi:

Questo racconto è stato appositamente scritto per SCRITTURALIA: per la sezione “Impatto visivo” e proprio a proposito dell’immagine, sopra citata dal titolo, appunto: “Un Angelo accanto a te!”. Ed ancora una volta si tratta di un racconto di “vita veramente vissuta” nel quale forse qualcuno di voi, saprà cogliere i segni del Destino. Ed è assolutamente per questo che dopo averla scritta, ovvero riversata a mio modo e sempre “di getto”, “nero su bianco”, su monitor, ho poi anche deciso di inserirla in “Destini”.

Per quanto riguarda l’immagine: non ricordo più, affatto dove e quando la scovai sul web. Di certo stavo minuziosamente cercando un'immagine che come “Avatar” potesse rappresentarmi sul mio sito ed oltre....E ad un certo punto, da qualche parte, vidi questa. Divenne, così da quel momento “la mia interfaccia internettiana”!

Perché proprio un Angelo? Perché quella scritta? Semplicissimo da spiegare:

Perché credo negli Angeli, nella loro presenza "accanto a noi", sempre. Nella loro benevolenza, protezione e perché no? "Concretezza". Perché noi stessi siamo Angeli "incarnati". A tal proposito mi viene in mente una frase di De Crescenzo, che dice così (in riferimento alle nostre Anime incarnate): "Siamo angeli con una sola ala per volare dobbiamo farlo abbracciati." Naturalmente condivido pienamente questa affermazione.

Un ricordo, per me bellissimo e che per sempre serberò nel cuore, è questo che ancora oggi vivido e divertito si focalizza nella mia mente. Una storia questa che vado a raccontare, tra l’altro a qualcuno e per la prima volta dopo diversi anni che mi è personalmente accaduta e che riporto proprio a proposito della "presenza degli Angeli accanto a noi".


Dedica dell’Autrice:

Vorrei dedicare il racconto che segue ad una bimba (ormai cresciuta) di nome Gabry. Alla splendida fanasia o fors'anche "consapevolezza" di quella bambina. E di tutti i bambini del mondo!


************

Alcuni anni fa, in Versilia, una bimba di pochi anni, forse 4 o 5, con la sua bici gironzolava su e giù per il cortile sotto casa mia; e mentre io stendevo il bucato, lei era lì ad osservarmi curiosa, di tanto in tanto si fermava sotto il mio balcone e con maggiore insistenza mi osservava, io le sorridevo e la salutavo....Lei mi sorrideva, poi però scappava via....

Sapevo avrebbe voluto dirmi qualcosa. Attesi lo facesse lei per prima, per non spaventarla.

Un giorno, infatti, prese coraggio e mi chiese: "Ma tu signora come ti chiami?" Risposi: "Monia. E tu?" "Ah Monia-L! Io Gabry. Ciao!" fece lei e ripartì nuovamente, a tutta velocità, con la sua piccola bici.

Da quel giorno anche quando non ero sul balcone, sentii chiamarmi più volte, ripetutamente a gran voce dal cortile: "Monia-L! Monia-L!"

Mi affacciavo sempre, rispondevo a qualche sua curiosa domanda, poi ci salutavamo nuovamente, e lei mi dava appuntamento per il giorno dopo, dicendomi: "Ripasso domani. Ti richiamo, eh!"

Non passarono mai 24 ore prima che lei realmente fosse nuovamente lì sotto il mio balcone e nuovamente mi chiamasse a gran voce: "Monia-L! Monia-L" Ma quel gioco mi divertiva. Sapevo che affacciandomi la facevo felice.

Un giorno Gabry, mi chiamò più forte e più insistentemente del solito.

Dovetti affacciarmi per forza. Prima che si affacciasse il resto del vicinato.

Era difatti già capitato che quando Gabry mi chiamava così a gran voce, si affacciava puntualmente un' altra signora, la dirimpettaia e diceva alla bambina: "Vai a casa, non c'è!" Quelle parole, intruse, mi infastidivano, avevo da fare, sì, qualche volta non mi sarei voluta veramente affacciare, ma al sol sentire quelle parole impiccione, mi affacciavo, apposta! E Gabry, pronta e di tutta risposta a quella donna: "Ah,ah,ah....hai visto che c'è!" E quella donna di corsa si rimetteva, mentre io e Gabry le ridevamo alle spalle.....

Ad ogni modo quel giorno lei, Gabry, mi chiamò più forte del solito, più affannosamente del solito.

Era lì sotto al mio balcone, agitata, che quasi si svociava, con il braccio rigido teso verso l'alto e l'indice della mano destra che puntava dritto verso il tetto, come una canna di fucile. Mi agitai anch'io....Cercai, in ogni modo di mantenere il controllo e chiesi, come al solito con voce pacata: "Che c'è Gabry?"

Ma lei ancor più agitata, con voce affannata, proprio come se con la sua biciclettina avesse appena percorso il tratto Alpino del Giro d'Italia....Sorpresa mi disse: "guarda lassù!"

Quasi mi spaventai.....Anzi mi spaventai proprio! "Dove?" chiesi frettolosamente, la pacatezza era andata a farsi benedire. "Lassù, sulla tua testa, sul tuo tetto, lo vedi?" disse lei a gran voce e sempre con grande agitazione.

Da subito pensai ad un grosso animale sulla mia testa, sul mio tetto ed automaticamente, preoccupata con il cuore in fibrillazione, tanto sono paurosa, mi ritrassi di scatto.

Fu così che di certo, per quanto volessi contenermi per non spaventarla, e visto che fu lei, ad onor del vero a spaventare me, che in effetti lei si accorse del mio scatto repentino che mi fece retrocedere di qualche passo, spalle al muro, per paura che "quel qualcosa" che vedeva lei, a pochi cm sopra di me, mi potesse cadere direttamente in testa!

E sicuramente la bimba, sveglia com'era, colse anche l'espressione spaventata che mi si era stampata involontariamente sulla faccia, mentre indietreggiavo a cercar riparo....Tanto che subito mi riprese e mi disse, sorridendo: "Ma no, non avere paura! Monia-L, guarda è un Angelo!"

"Ehhhh????" Solo questo riuscii a pronunciare e scoppiai a ridere, di me, non di lei. Ripresi così il controllo della situazione, la mia personale. Tornai in me. Tratteni il riso, per non lasciar pensare a Gabry che non le credessi, e sporgendomi ora più tranquilla dalla balaustra del balcone, chiesi: "Un angelo? Veramente? E dove, non lo vedo?" E lei quasi stufa: "Ma lì, proprio lì, lassù, sull'angolo del tuo tetto! E come è bello ha tutte le ali aperte ed è luminoso..."

Breve digressione storica, concedetemela….Bisogna anche tener conto che quelli erano gli anni in cui, avevo appena preso a scrivere il mio primo libro, poi edito: “La Dama Bianca”. Cui sottotitolo è, guarda caso: “Un fantasma in cerca d’autore”. Stavo in quel periodo difatti incominciando a portare avanti la narrazione, della storia di questa eterea figura femminile, che si diceva (così riportava la cronaca Massese) apparisse proprio sotto casa mia, o meglio proprio nella strada marinella, dove io da pochi mesi mi ero trasferita con mio marito, appena sposati e dove presi appunto a scrivere questo mio primo libro. Dunque potete, a questo punto ben capire, che subito pensai: “Non è che Gabry sta realmente vedendo la Dama Bianca?” Proprio su quel preciso angolo del tetto poi dove sotto c’èra non a caso il mio studio scriptorio….

Ad ogni modo mentre ero praticamente rapita da questi pensieri, venni destata, e di botto, ancora una volta dalla voce di Gabry, la quale, ancor più forte, e marcando le sue parole con quel tono di voce talmente cristallino da entrarti dentro le orecchie e non uscirne più, tanto che ancora oggi, come un'eco lo risento, Gabry ribadì: "Eccolo! Eccolo!" Tanto che ancora una volta, colta all'improvviso, mi ritrassi, perché ancora una volta mi spaventò, ed ora a maggior ragione, visto che credevo di avere sulla testa “La Dama Bianca”: "Eccolo lui ti vede, ti sorride! Ti sorride! Ma tu come fai a non vederlo? Lo vedi è proprio lì!"

"Ma io non lo vedo!" dissi io sincera, non volevo dar adito a quella che forse avrebbe potuto essere solo un fantasia di bambina! "Ma tu lo vedi proprio?" Ripresi. "Siiiii. Ti dico di si! Monia-L , ma se cieca o che!!!???"

Pure questa ora! "Signora, dunque per lei già vecchia, scema e cecata!" E pensare che all'epoca avevo solo 27 anni e non stavo facendo proprio una bella figura con questa Bimba.

Dovevo stare al suo gioco. Così incuriosita da quanto mi avrebbe ora risposto, ripresi: "Allora dimmi, Gabry, tu che puoi vederlo: descrivimelo!"

Certo se quello che avrebbe di lì a poco, risposto la bimba, fosse in qualsiasi modo corrisposto a quanto stavo scrivendo, vi assicuro sin d’ora che sarei scappata di gran lena, altro che retrocessione di qualche passo. Sarei uscita di casa e forse in quella stessa non avrei più fatto ritorno!

Invece, non vi dico l’amabile descrizione, qualcosa di talmente armonioso ed al tempo stesso preciso, che certamente non poteva essere tra le conoscenze di una bambina di pochi anni. Me lo descrisse così sapientemente e minuziosamente che alla fine ci credetti veramente. Credetti che quell'angelo fosse "realmente" sul mio tetto.

Ed al tempo stesso tirai un profondo sospiro di sollievo sapendo che non si trattava della Bianca Dama! Tutto sommato, quindi, stavo ancora scrivendo una storia come tante, e non descrivendo quella che improvvisamente era divenuta realtà, ed a me stava benone, così! Si stava passeggiando ancora per i profumosi sentieri della fantasia. Ogni mio timore svanì.

Anzi ora maggiormente interessata ed incuriosita da tanto “lusinghiero ciarlare” di una bimba, prosegui con le mie domande, anche perché le belle storie, soprattutto quelle raccontate bene, mi han sempre affascinato e questa in particolare, anche commosso per la sua beltà. Così chiesi: "E come si chiama? Puoi chiedergli il suo nome?"

Lei guardò ancora, in sù, oltre me, oltre la mia testa e chiese, a gran voce: "Monia-L dice come ti chiami!"

Io, intanto mi guardavo intorno, se un altro solo singolo adulto, fosse passato di lì, o si fosse affacciato, a seguir quei discorsi e me che davo spago, con le mie domande, alle fantasie di una bambina, di certo, mi avrebbe fatto ricoverare.

Nessuno all'orizzonte. Passò qualche istante, nel quale lei, Gabry, in silenzio guardava ancora in sù ed annuiva solamente con la testa ed un silenzioso, quanto dimostrativo (a chi?) di aver compreso tutto: "Uhm...Uhm..."

Di tanto in tanto, guardavo anche io in su, poi guardavo lei....Finché, Gabry riprese le fila del discorso dove lo avevamo lasciato e mi disse, sicura: "Dice di essere un Angelo del Signore. Dice di chiamarsi come me: Gabriele e che non è proprio un Angelo ma un a...un arc...spetta come ha detto?" "Un Arcangelo!" dissi pronta io. "Si proprio un arcr....." e mugulò qualcosa. "Dice pure che lui è sempre con te, ma tu non lo hai mai visto." Questo forse lo aggiunse da sola, o meglio di proprio conto, come si suol dire “farina del suo sacco” per convincermi ancora di più che lui, l’angelo era sempre lì e c’era già stato anche volte anche che io non mi ero mai accorta di lui.

Porca paletta! Ma che d’avvero? Non potevo crederci: l'Arcangelo Gabriele, sul mio tetto!

In una frazione di millesimo di secondo ripassai mentalmente tutta la storia dell'Annunciazione: ero incinta! Pensavo....E sempre nella stessa frazione di secondo, mi rimproverai dicendo e ripetendo dentro me, tra me e me: "Certo che la tua fantasia vola più alta di quella di Gabry! Ma falla finita!"

In effetti la mia coscienza, o la parte Mr. Haidiana di me, mettiamola come volete, è sempre lì a rompere le uova nel paniere, e son certa è lei che non mi permette di fantasticare quanto e come vorrei!

Comunque riprendiamo….

Certo la cosa mi spaventava, incuriosiva, faceva sorridere, essere felice e scombussolata al tempo stesso. Ancora oggi queste sono le mie sensazioni miste ed inestricabili l'una dall'altra.

Certo è mia ferma convinzione che i bambini, specie in tenera età, conservino un legame speciale con l'Assoluto che poi si perde con gli anni e negli anni di crescita. Ad esempio, quanti di noi non hanno avuto durante gli infantili giochi: "un amico invisibile"? Invisibile ai grandi non certo a loro, a noi bambini d'un tempo! C'è anche chi è pronto a scommettere, io sono tra questi, che quella eterea figura, che accompagnava di giorno in giorno i nostri primi passi ed i nostri bambineschi giochi, fosse proprio "il nostro Angelo Custode", che ancora avevamo la capacità di vedere, prima di "perderlo" per sempre e cresciuti dimenticarci di lui, scordarci che lui c'era ancora e non era affatto scomparso, solo perché noi non lo vedevamo più!

Certo è, che per quanto riguarda la storia appena raccontata, in quel preciso caso, in quella circostanza in cui una bimba vedeva il mio di Angelo, oggi posso dire che "forse" si è trattato solo della più che sviluppata fantasia di una bambina, ma a me piace credere che fosse vero: che lei lo vedesse realmente, e che tale nobile smisurata incommensurabile presenza, fosse veramente lì e sempre ed ancora oggi "accanto a me."

Ecco il perché della frase su quell’immagine, sul mio Avatar: "Un angelo accanto a te!"

**********

Lascio così, senza ritegno alcuno,questo racconto, dato che ormai il tutto quanto detto è “nero su bianco”, dunque spronata o no, è voluto uscire dalla mia Anima per giungere nelle vostre mani e sotto i vostri occhi. Che forse ancor di più da oggi mi guarderanno con sguardo indagatore, forse per cogliere quelle mie due personalità, di cui parlavo poc’anzi, o ancor di più: quel “fanciullino” che è ancora VIVE in me, e da quel giorno, dall’incontro con quella fantasiosa ed amabile bambina, so per certo di non aver ancora perduto! Ecco allora che concedo alle vostre grazie, questa mia storia, con il fervido augurio, che anche ognuno di voi, un giorno o l’altro possa incontrare il suo Angelo o perlomeno sapere ch’Esso esiste, tramite qualcun altro, più sensibile e vicino all’Assoluto di tutti noi, come proprio è successo a me!

A voi, che la fantasia vi accompagni sempre, ogni giorno della vostra Vita!
Caramente, Monia Di Biagio.

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Ultima modifica di Monia Di Biagio il Lun Nov 03, 2008 11:41 am, modificato 4 volte in totale
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Monia Di Biagio

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MessaggioInviato: Lun Lug 30, 2007 9:54 am    Oggetto:  TI RACCONTO UNA STRANA STORIA... (Raccolta AA.VV.)
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Ultima modifica di Monia Di Biagio il Ven Mag 14, 2010 10:40 pm, modificato 3 volte in totale
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chiaraperseghin







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MessaggioInviato: Gio Ago 02, 2007 11:45 pm    Oggetto:  La Casa
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Agosto, notte calda e afosa. Il cielo era una tavola nera punteggiata da qualche stella.
Cercando di sopravvivere all'afa e alle zanzare, decidemmo di andare sulla spiaggia.
Eravamo il solito gruppo di amici - dieci in tutto - sette ragazzi e tre ragazze. Ci mettemmo in circolo sul bagnasciuga e cominciammo così a raccontare storie più o meno vere.
Improvvisamente, Matteo richiamò la nostra attenzione.
"Hei ragazzi... ascoltate...VOLETE STARE ZITTI?"
"Beh? Perchè urli? Vuoi svegliare tutto il campeggio e farci cacciare per disturbo della quiete pubblica?"
"Sempre la solita esagerata! Non c'era altro modo per zittirvi."
"Sarà! Ora hai la nostra attenzione, parla!"
"Devo raccontarvi una storia incredibile! "
"Siii...siamo alle solite." replicò Agata, aspirando una lunga boccata dalla sigaretta.
"Non è vero!" rispose Matteo, scuotendo la testa e inarcando le spalle.
"OK, OK" dissi io "Spara!"
"Il 25 aprile scorso i miei vecchi mi hanno costretto ad andare a pranzo da loro.”
"Ah, vicino Tivoli, se non ricordo male!" si intromise Giula.
"Sì, brava. Per non farmi incastrare mi sono presentato con Samantha, anche se..."
"Non avevate già rotto in quel periodo?" lo interruppe Max.
"Quasi. È ciò che stavo per dire se tu non mi avessi interrotto. Comunque, la sera, saranno state le sette, riusciamo finalmente a salire in moto e facciamo rotta verso Roma. Il tempo non prometteva nulla di buono. Si vedevano delle brutte nuvole nere addensarsi su Monte Gennaro ma non mi preoccupai: Monte Gennaro è sempre incappucciato dalle nuvole. Purtroppo, quel giorno mi sbagliavo. Arrivati all'imbocco della Tiberina ecco le prime gocce di pioggia.
Samantha voleva che ci fermassimo da qualche parte, ma io non ero d'accordo. Con Sam, come vi ho già detto, le cose non andavano molto bene e non volevo fermarmi in un bar, dove avremmo finito col litigare. Purtroppo la pioggia aumentava. La visiera del casco trapunta di gocce non mi lasciava molto spazio per vedere la strada. Ero tesissimo, la Statale si stava trasformando in una piscina e la moto uno sci d'acqua. Samantha non parlava, ma mi stringeva alla vita come un nodo scorsoio, sempre più stretto.
Improvvisamente il motore tossì, sbuffò e dopo un ultimo sussulto, la moto si spense.
"Ed ora cosa facciamo?" mi chiese Samantha urlando.
"Scendi! Dobbiamo cercare aiuto."
"Sei uno stupido. Un incosciente! Ti avevo pregato di fermarti. Ora dove andiamo a chiedere aiuto?"
"Ho un'idea! Superata questa curva c'è una casa. Proviamo a chiedere se ci fanno fare una telefonata."
"Figurati se aprono a due estranei in una sera come questa!"
"Basta! Zitta! Si fa come dico io! Avanti, spingiamo la moto."
Superata la curva, come ricordavo, intravidi la casa. Aveva un aspetto spettrale. Samantha non diceva nulla, guardava fissa avanti a sè. Da una finestra al piano terra si scorgeva una luce flebile provenire dall'interno.
"Forse siamo fortunati, qualcuno c'è."
"Io lì non entro." sentenziò Samantha bianca in volto.
"Non fare la stupida! Non ci può accadere nulla."
Issai la la moto sul cavalletto, misi il blocca sterzo e mi avvia verso la porta d'ingresso.
"Sam! Non restare impalata sotto l'acqua. Vieni con me. Non c'è nulla da temere."
Arrivati davanti alla porta, ci scambiammo un’ultima occhiata e poi suonai il campanello. Passarono lunghi, interminabili, secondi, che a me sembrarono ore. Poi, improvvisamente, il silenzio fu rotto da un rumore di passi pesanti che si avvicinavano alla porta. Qualcuno guardò dallo spioncino rimanendo in silenzio.
“Lasciamo perdere, Matteo. Qui non ci risponde nessuno.”
“Ma no, aspetta! Sono sicuro di aver sentito del movimento all’interno.”
Presi la mano di Samantha e la strinsi forte, più per fare coraggio a me stesso che a lei.
“C’è qualcuno? Siamo rimasti in panne con la moto...mi sentite?”
“Qui non c’è nessun meccanico. Avete sbagliato indirizzo.”
“Scusate, forse non mi sono spiegato. Cerchiamo solo un telefono per poter chiamare soccorso.”
“Non mi interessa! Non vi posso aprire. Andatevene!”
“No, aspetti. La prego. Mi faccia fare solo una telefonata. Purtroppo su questa maledetta strada la stazione di servizio più vicina dista 15 km e ormai avrà pure chiuso!”
Samantha mi tirò il braccio affinchè ce ne andassimo, ma io non l’ascoltai.
La casa piombò nuovamente nel silenzio, rotto di tanto in tanto da qualche macchina che sfrecciava dietro la siepe.
Non so dire quanto tempo passò. Improvvisamente il rumore della chiave che girava nella serratura mi fece sobbalzare.
“Grazie! Faccio in un attimo.”
“Mi ascolti attentamente” riprese la voce dietro la porta ancora chiusa. “Apra lentamente la porta, alla sua sinistra troverà un tavolino con sopra il telefono. Faccia la telefonata e poi esca chiudendo la porta.”
Sentii il rumore dei passi che si allontanavano. Deglutii rumorosamente. Afferrai l’impugnatura d’ottone e socchiusi la porta. Mi bloccai sull’uscio. All’interno era buio pesto. Non riuscivo a vedere nulla.
Stavo quasi per aprire bocca quando, improvvisamente si accese una luce sopra la mia testa. In realtà la situazione non migliorò di molto. La luce era talmente debole che a stento riuscii a vedere i numeri sul disco del telefono.
“Papà, sono Matteo. No, lasciami parlare, non posso stare al telefono. La moto è fuori uso. Puoi raggiungermi? Sono sulla Tiburtina. Ad una quindicina di chilometri dopo il distributore. Ti aspetto in strada. Fai presto.”
Riposi la cornetta sul suo alloggio. Feci un passo in direzione della porta e la luce si rispense.
“Grazie, buona sera.” sussurrai timidamente e mi richiusi la porta alle spalle.
Afferrai Samantha per un braccio e quasi correndo la portai sul ciglio della strada. Restammo in silenzio.
Dopo una mezz’ora un paio di fari ci lampeggiarono. Attraversammo correndo la strada e salimmo in macchina.
“Andiamo a casa, ti prego.” dissi a mio padre.
“Ma Matteo, cosa è successo? E la moto?”
“Nulla, non è successo nulla. La moto l’ho accantonata e chiusa con la catena. La recupero domani.”

Matteo ci guardò, ma nessuno di noi fiatò. Rimanemmo in silenzio sul bagnasciuga ad aspettare che l’alba, con il suo gioco di luci e colori soffusi, ci regalasse un nuovo giorno.

Chiara Perseghin
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Raffa







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MessaggioInviato: Gio Ago 09, 2007 10:54 pm    Oggetto:  La pensione
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Non so se questo racconto vada bene per questa raccolta, non sono riuscita a fare di più. La settimana è volata e questo racconto (che quanto meno per stranezza è in tema!) è nato per uno dei concorsi proposti su questo sito. Valuta tu Monia, se dovesse essere fuori tema o eccedere per lunghezza provvederesti a spostarlo dove meglio credi?

smile 2

***************

“Ti racconto una Strana Storia”: “La pensione”.

Stava in un angolo della piccola darsena il magazzino di Tonio il pescatore, alto come le costruzioni di una volta, profondo come la notte, antico come le nenie che accompagnano a riva le barche di sera. Il maestoso portone, condannato dal tempo a perire per il mare che il sole seccava sul legno, veniva aperto di buon mattino e restava così, spalancato, l’intera giornata.
Intorno al magazzino si svolgeva la vita del vecchio Tonio che vi ammassava tutto quanto rappresentasse quel mare che tanto gli aveva dato e pure gli aveva tolto, ma che era la cosa più preziosa rimastagli.
Sedeva, il vecchio pescatore, accanto all’entrata del suo magazzino, con le spalle poggiate all’umido muro riccio di salsedine e sbuffava dalla pipa un fiato pesante disegnando nell’aria sospiri e ricordi. Stava lì, immobile, con gli occhi socchiusi, ad aspettare le storie… perché lui lo sapeva, ognuno degli oggetti riposti nel magazzino, prima o poi si lasciava andare al racconto appassionato.
Quando Marco e Vincenzo erano comparsi all’orizzonte con quel fardello colorato sulle spalle, Tonio aveva avuto la sensazione del tramonto in movimento: gli portavano una vela tutta rossa, che aveva concluso il suo eroico tempo quando il mare impietoso le aveva dilaniato il cuore. I due velisti rivolgevano malinconici l’ultimo sguardo alla vela, che avevano accarezzato con gesti meccanici e frenetici durante le regate: solo adesso percepivano la sua anima.
Meritata pensione dopo tanta fatica, pensavano… e mentre mestamente tornavano a casa, Vela conosceva la vita nuova con dolore profondo. L’aveva sistemata accanto a una vecchia rete Tonio il pescatore, perché lei sola avrebbe potuto consolarla. Lui aspettava… come sempre.
Aveva finto di non capire cosa le stesse accadendo Vela, quando si era vista relegata in un angolo dove più nessuno l’avvolgeva con nastri di lana… era rimasta lì il tempo di una decisione difficile, poi Marco l’aveva ripiegata alla meglio scoprendo le sue ferite: quel manto lacerato che ne aveva decretato la fine . Al buio del vecchio magazzino ora, invece, sognava.
Le pareva quasi di essere sotto coperta, ingoiata dallo stesso buio che segue il sole accecante al momento del cambio, al secondo passaggio, quello di bolina. Stesso odore di acqua e sudore, stessa luce filtrata, mondo appena accennato coi colori della notte e il calore senza fiato, avvolgente, soffocante, fino al lato successivo… quando tirata a forza da braccia capaci, riacquistava la luce gonfia di vento e di orgoglio.
Solo ricordi, amari, pungenti come la fitta provata durante la sua ultima volta in mare. Si guardava intorno cercando di capire, non riusciva proprio a immaginare la sua vita in mezzo a quel vecchiume senza colore.
-Cosa ti è capitato? – le chiese a un tratto Rete che, racchiusa da innumerevoli nodi, pareva un’artritica vecchina e mal sopportava la sofferenza di Vela, nella quale riconosceva un antico sentimento che aveva creduto dimenticato per sempre.
Umida ancora del suo mare ma asciutta e arida nel cuore tradito, Vela prese a dire con un filo di voce:
-Non so più cosa sarò da questo momento, ma fino a ieri ero come una regina, sposa del vento, caldo nel mio ventre a trattenerlo… forza trainante, speranza di vittoria.
-Il mare… sento su di te il suo odore, ancora una volta… - riuscì solo a dire Rete in un accorato sussurro.
Scese il silenzio nel vecchio magazzino, un silenzio fatto di ricordi e dolore che ancora non trovavano le giuste parole. Questo comprese Tonio che, dopo l’ultimo tiro di pipa, ripose la sedia al suo posto di sempre e chiuse il portone senza guardare oltre: sapeva di calare il sipario su un capitolo importante della vita di Vela, sapeva cosa avrebbe significato per lei rimanere al di là, preda del senso di abbandono in un mondo non suo.
Buio assoluto, solo il rumore del mare, ma troppo lontano, respiro lento a tormentare una notte infinita senza veri pensieri, vuota come anima attonita e incredula, incapace di fare ordine in quel caos di se, di forse, di perché, destinati a restare per sempre senza una risposta.
Feriti infine da una luce insinuante, gli occhi di Vela si aprirono a forza sui nuovi compagni e sul primo dei numerosi giorni di una vita diversa che non avrebbe potuto immaginare neanche nel peggiore degli incubi. Perché lei, sola, lì? Era certa che sarebbe impazzita se non fossero tornati a riprenderla! Passarono i giorni e le speranze di Vela lasciarono il posto alla rassegnazione, il suo colore rosso sembrava pian piano sbiadire e Tonio paziente aspettava… e Rete cocciuta non lasciava trascorrere un giorno senza tentare di indurre Vela a parlare, a raccontare di sé, a dar voce al suo dolore perché lei lo sapeva: solo così avrebbe potuto accettare la sua nuova condizione e vivere con serenità la pensione: doveva solo prenderne coscienza.
-Ero una delle reti della tonnara, quella dell’ultima camera, la camera della morte.
Ho sentito il mare lambirmi tranquillo, quando ancora non era tempo di caccia, ho avvertito la frenesia dei pescatori che fiutavano il nemico in arrivo, ne ho sentito l’odore portato dal vento.
Ogni volta una battaglia, sempre la convinzione di vincere, di resistere ai colpi dell’animale ferito.
-Di che parli? – disse una mattina Vela a Rete che ripeteva quella storia da giorni come parlando a se stessa, come per restare viva nel ricordo del tempo che fu.
-Ognuno ha una missione mia cara – rispose Rete gustando quella piccola vittoria, il premio alla sua costanza, la certezza di essere sul punto di acquistare un’amica. Tonio respirò più profondamente come a controllare la smania bambina di chi sa che è arrivato il momento tanto atteso, si accomodò sulla sedia consumata dalle sue membra stanche, posate a raccogliere la vita degli oggetti, vita di mare, del suo mare: ognuno di essi gliene aveva sempre riportato un pezzetto diverso.
-Il mare è lotta, gioia e dolore, morte… laddove una specie sopravvive l’altra deve soccombere, per gli uomini di questa città esso spesso diventa insidia e sudore. E così per noi, al loro fianco, reti ad attendere, reti trascinate lente, reti strette a trattenere il nemico fino allo spasimo, respingendo dolore e fatica, fingendo di non sentire i colpi dell’animale che difende l’ultimo fiato di vita dibattendosi nel nostro ventre, fino a squarciarlo… a volte capita!
E abbassando gli occhi guardava la sua ferita più profonda, ricucita alla meglio con quegli orribili nodi, ci aveva pensato Tonio per consegnarla a una decorosa pensione.
-Non è questo il mare che conosco! – gridò allora Vela cedendo suo malgrado alla provocazione di Rete. -Una storia antica di tradizione e passione, ho sentito più volte raccontare durante le regate. L’uomo che si misura con la natura, navigando per mare con il solo soffio del vento. E braccia infaticabili che senza sosta governano spalla a spalla la barca per realizzare un sogno.
E io… che raccolgo dall’alto il vento come soffio divino, testimone dello sforzo estremo, di un impegno sovrumano, vedo muscoli guizzare in movimenti frenetici, odo voci concitate di uomini composti e voci stridenti di corde che faticano nel tendere il mio ventre con un lamento che pure ha dell’umano. E insieme tagliamo il traguardo, ora vincitori ora vinti… sempre consapevoli della forza che deriva dal saper essere un corpo unico. - Sospirava tristemente ora Vela, come a cercare faticosamente il coraggio per continuare.
-Fino a quando, per il vento più forte e una corda mollata in anticipo, non ti abbandoni sull’acqua… tu che l’hai sempre dominata dall’alto. E l’impatto dilania il profondo e si apre uno squarcio irreparabile. Dici bene tu … a volte capita!
Già il sole calava nel mare tranquillo e già Tonio, riposta la pipa, chiudeva la notte nel vecchio magazzino, accostando il portone sulle ultime parole di Vela, era ora… e ansimava tossendo quell’aria malsana dai profondi polmoni, quasi a coprire la sua stessa commozione.
Uno sguardo al cielo stellato, altra pensione felice!
Ora per la prima volta Vela vedeva la luna, filtrare attraverso le grate sottili della finestra sopra il portone, nel punto più alto di quel posto che pian piano si illuminava, ma il sole era già tramontato, e allora… le cose lucevano per se stesse, per quel senso di affezione che ci spinge prima o poi a sentire nostro tutto ciò che abbiamo disperatamente rifiutato.
La paura del nostro nuovo essere… deboli e persino perdenti, accecati dalla nostalgia del passato, dell’età della forza invincibile, ma basta poco, poi, per comprendere e accettare. Aveva ragione Rete e ora Vela sapeva che era stata lei a cedere, poiché inconsapevolmente stanca, al limite delle forze concesse… la pensione, il riposo, le avrebbero senza dubbio giovato.

Le sarebbe mancato il mare ma alla fine qualcuno, ancora, avrebbe portato a tutti loro sue notizie.

Raffaella Fico.

****************

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MessaggioInviato: Ven Ago 10, 2007 10:47 am    Oggetto:  TI RACCONTO UNA STRANA STORIA... (Raccolta AA.VV.)
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smile 20 Quanto sei brava Raffa! Non mi annoierò mai di ripetertelo! Questo "strano racconto" è perfetto per la nostra nuova raccolta, GRAZIE!
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MessaggioInviato: Sab Nov 01, 2008 9:18 pm    Oggetto:  Il Tesoro degli Sposini
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“Ti racconto una Strana Storia”: “Il Tesoro degli Sposini”.

Il sole ormai era calato d’un pezzo e così dopo una giornata di festa in cui si era mangiato e brindato allegramente tutti gli invitati si alzarono per salutare gli sposi e di conseguenza, come era consuetudine, lasciarli finalmente alla loro intimità. Uscendo naturalmente ognuno volle salutare personalmente la nuova coppia augurando loro ogni bene possibile e qualcuno si spinse anche oltre con le solite battute equivoche e scherzose riguardanti ovviamente i festeggiati, poi tutti si diressero lentamente verso le loro case; era tutta gente che lavorava nei campi e quindi abituata ad andare a letto molto presto per potere ripartire il giorno dopo al primo chiarore. Da li a poco le strade diventarono deserte ed il paese fu avvolto da una quiete generale e rilassante: ormai era diventata notte inoltrata. Non fu così altrettanto quiete per i due nuovi sposini i quali uscirono di casa e presero la strada che li portava verso la fiumara; la quiete che regnava in paese era ovviamente apparente e su questo i due ne erano convinti, prima di tutto per il fatto che in quella circostanza più d’uno si organizzava per tenere svegli gli sposi e poi anche perché, e ci avrebbero giurato su quest’ultimo particolare, molte orecchie si sensibilizzavano enormemente per percepire anche il più debole rumore e molti occhi avrebbero voluto infilarsi persino tra le loro lenzuola. Una luna piena che lentamente si era alzata lassù in mezzo ad un cielo limpido e stellato illuminava la terra quasi a giorno proiettando ombre ovunque e disegnando così strane e magiche figure. La luce lunare illuminava anche il cammino dei due sposini rendendo il loro passo più spedito e sicuro al punto di farlo sembrare affrettato su una strada dove spesso bisognava guardare dove mettere i piedi: non c’era nessuna premura, la mezzanotte era ancora lontana, ma era meglio affrettarsi poteva sempre sopraggiungere un qualche imprevisto. La strada, tutta in discesa, aiutava notevolmente l’andatura ma la sua stessa struttura consigliava una adeguata prudenza: le pietre molto spesso avevano perso la loro sede naturale o predestinata e questo creava un ulteriore trabocchetto per chi in essa si azzardava in una percorrenza notturna. Di solito per giungere giù nella fiumara c’era bisogno d’una buona mezzora, almeno tenendo un’andatura regolare, ma i due con un passo affrettato e saltellante dimezzarono il tempo ed una volta arrivati in prossimità dell’acqua si infilarono nella stradina che li doveva portare sul luogo della loro meta: ai piedi d’un maestoso albero d’arancio. La stradina costeggiava la fiumara da un capo all’altro ora da un lato ora dall’altro cambiando direzione là dove si presentava un ostacolo; per fare ciò si doveva attraversare il corso dell’acqua che si faceva ovviamente dove questa era meno profonda saltellando su delle apposite pietre che erano state sistemate sapientemente a proposito per non bagnarsi i piedi. La fiumara non era di per sé molto affollata, ma di giorno c’era sempre qualcuno a svolgere il proprio lavoro, i due sposini invece, considerando l’ora insolita, la trovarono deserta ed avvolta nella tranquillità che si erano auspicati: il silenzio regnava ovunque. Si sentiva solamente lo scorrere monotono dell’acqua, rotto a volte da un qualche leggero gorgoglio della stessa, che dava in qualche modo un senso di movimento in una calma apparente quasi magica animata anche qui dalle molte ombre che la luce della luna rifletteva ovunque. Finalmente i due arrivarono sul luogo stabilito. Accesero velocemente il fuoco, quindi ci misero sopra la padella che si erano portati dietro, un pizzico d’olio e dentro ci adagiarono dei pesci freschi di giornata. Giusto il tempo che l’olio si scaldasse ed i pesci iniziarono a friggere emanando nell’aria un relativo odore di frittura; quasi nello stesso istante che i pesci cominciarono a friggere qualcosa sotto l’albero d’arancio sembrò muoversi; lentamente da sotto terra spuntò una cassa mentre tra i rami dell’albero una voce misteriosa disse allegramente in un dialetto chiaro e comprensibile: “o n’ebbaru u si puzzanu!” che voleva dire che il contenuto della cassa non aveva avuto nemmeno il tempo d’andare a male e di conseguenza di puzzare. Questa era piena d’una vera fortuna: monete d’oro, calici dorati, gioielli ed altro. Orlando ed Armida, i due audaci sposini, diventarono cosi ricchi almeno a quanto raccontava la gente, ma effettivamente la verità era tutta un’altra. Ebbene Teresina, la nonna materna d’Orlando dopo alcuni anni che si era sposata era diventata vedova: il marito partito per la guerra non era mai più tornato. Col passare degli anni alla vecchia era stata assegnata una sostanziale pensione per i meriti del defunto marito, alla quale con l’età si aggiunse anche quella a lei dovuta per la vecchiaia e per incrementare il malloppo gli era stata concessa anche quella d’accompagnamento a causa della sua cecità: in pratica una vera fonte di ricchezza o come si suole dire un pozzo di San Patrizio. La vecchia, oltretutto, godeva ottima salute e prometteva bene in quanto a longevità anche per il fatto che lei apparteneva ad una famiglia in cui tanti predecessori erano vissuti molto a lungo, rispetto alla media del tempo corrente, e quindi di razza buona. A parte però tutto questo e di quanto la situazione promettesse bene, l’altra faccia della medaglia non era poi così gratificante almeno da un punto di vista morale che coinvolgeva in prima persona il caro e fortunato nipote. L’aveva sentito infinite volte associare il suo benestare al nome della nonna, da alcuni con riferimento esplicito, da altri con argute e divertite allusioni che pungevano ancora più delle prime ma che in ogni caso dicevano sempre la stessa cosa: Orlando sta bene perché al tutto ci pensa nonna Caterina! Pesantemente scocciato da tutte le suddette insane, se pure vere, dicerie ebbene Orlando aveva escogitato, complice ovviamente anche la moglie, di dare vita alla storia dei pesci fritti nella fiumara e a quanto sembrava aveva funzionato perché la gente gli aveva creduto, o perlomeno in paese ne parlavano tutti. La storia dei pesci fritti a mezzanotte sotto l’albero d’arancio da due sposini freschi di giornata che ancora non avevano consumato il loro matrimonio, effettivamente era molto conosciuta in paese, vuoi perchè le credenze fantasiose trovavano un terreno estremamente fertile, vuoi perché il bisogno dava un’ulteriore mano a chi si era sempre divertito a raccontare storie del genere. Qualcuno naturalmente si fece una sonora risata sicuro della falsità raccontata, altri non credettero al racconto ma pensarono ad un possibile ritrovamento d’un tesoro nascosto; altri, i più creduloni, abboccarono come pesci. Fatto sta che il dubbio c’era e questo era quello che i due sposini si erano proposto di ottenere.

Francesco Galeota
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MessaggioInviato: Lun Nov 03, 2008 11:13 am    Oggetto:  TI RACCONTO UNA STRANA STORIA... (Raccolta AA.VV.)
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smile 20 Grazie Francesco, per la tua partecipazione a questa raccolta che spero in qualche modo rimetta in moto il meccanismo di questo libro a + mani, fermo ormai da troppo tempo...

Qualcun altro ha uno "strano racconto" da inserire?

P.S. Il titolo della raccolta in questione, che vado ora a modificare sarà: "Ti racconto una strana storia..." (Raccolta AA.VV.)

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