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Sito Letterario & Laboratorio di Scrittura Creativa di Monia Di Biagio.

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La Montagna delle Scimmie (di Marco Rossi)
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marcorossi







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Località: Lombardia, provincia di pavia




MessaggioInviato: Gio Dic 04, 2008 9:08 pm    Oggetto:  La Montagna delle Scimmie (di Marco Rossi)
Descrizione:
Rispondi citando

Buonasera a tutti. Vi posto l'inizio di questo mio romanzo storico. Il protagonista e lo stesso di "Inseguendo il Destino", Robert Braun jr. war-reporter del New York Times. Questa volta è ambientato durante la guerra del Vietnam nel 1967.

“ The Monkies Mountain ”
“ La Montagna delle Scimmie ”

Parte 1^


New York city
Times Square
11:20 Zulu, July 26th 1967

Pareva davvero che fossi destinato a non fermarmi mai, né a poter vivere una vita “normale”.
Appena tornato dal Medio Oriente, già avevo deciso di ripartire. Troppo grande era il dolore per la perdita di Sarah.
Al NYT non avevo insidiato la poltrona di vicedirettore la redazione esteri. Arthur me l’aveva riproposta, col suo tipico modo di fare, quasi a spronarmi a non pensar come al solito alla coscienza e alla correttezza professionale; non avevo voluto pugnalare alla schiena Simon Weiss, che l’aveva retta benissimo. Strano, “Punch” non aveva tentato d’influenzarmi. Avevamo deciso che sarei rimasto in veste “indipendente”. Per usare un neologismo, sarei stato un free-lance. In un batter d’occhio, e da ciò sospettavo che il volpone avesse già previsto l’evolversi della faccenda, Arth’ m’aveva fatto avere un ufficio al decimo piano del New York Times, la “Sua Creatura”, comunicante col suo, anche se lui in realtà c’era poco, dovendo dirigere l’impero editoriale di famiglia. E m’aveva detto, ridendone, per avermi sempre disponibile da “consulente strategico”. E Tatjana, Arth’ l’aveva assunta. Lavorava con me quale giornalista della mitica “Old Grey Lady”.
Quella mattina, e non credo casualmente, Arth’ mi offrì di fare una passeggiata e una birra in Times Square. Discorrendo di fronte alle Bud giunse al pettine l’annosa quaestio che l'assillava.

“Sai, Rob’, non è che volessi importi di riprendere le redini della esteri, ma la cose con Weiss non vanno più bene come qualche mese addietro. Insomma, è diventato troppo indipendente. Non fraintendermi, il tuo ritorno non centra, o almeno non del tutto. Poco prima che tu ritornassi da Il Cairo, ritenevo giusto renderti la redazione, perciò ho proposto a Weiss...”
Notai che, pur’ essendo i due marpioni amici di vecchia data, e sempre in feeling professionale, Arth’ non lo chiamava più per nome... Non ci riusciva. Si sentiva forse tradito da Simon?
“Ebbene, Rob’, sentiti anche gli umori della redazione, ho proposto a Weiss una soluzione onorevole: gli ho accennato che Sam Lipstein vuole passare il testimone per motivi familiari e sta per lasciare la cellula redazionale di Saigon... E che sarei stato lieto se lui ne prenesse il posto, al centro dell’azione. E lui se l’è presa a male! Con una tale smorfia, - dovevi vederlo! -, mi ha ribadito che in Vietnam non ci sarebbe tornato nemmeno morto! Che la sua parte in loco l’ha già fatta. Di scegliere un altro per il sacrificio. E me l’ha detto con la sua tipica espressione da ebreaccio rincagnato, quella che usiamo con chi ci fa’ un torto! Insomma, con un’occhiataccia sarcastica… mi ha mandato a fare in culo! Ma come cazzo si permette, quel saputello borioso! Si approfitta della mia amicizia! Ho pensato di licenziarlo, lì su due piedi. Ma poi, ti ho immaginato, imitante le toccanti paternali della povera Sarah: “No, Arthur, non si trattano così le persone, non come oggetti da spostarsi a seconda del momentaneo tuo capriccio, né di inesistenti necessità redazionali.”
Arth’ capì’ d’aver fatto centro nell’istante in cui parlai.
“Be’, Arth’, mi ‘spiace deluderti, ma nemmeno a me interessa la cellula di Saigon. Però, se ti serve un free-lance in più, da mandare laggiù sul campo, allora sono disponibile.”

E Arthur, già col “rimorso” d’avermi ricacciato in mezzo ai guai tra i tizzoni ardenti dell’inferno, m’indirizzò una sfilza di paternali... Ma ciò era ‘sì tipicamente il suo modo di fare.
“Ma come, Rob’ mi rispondi così su due piedi? Non senti la necessità di pensarci prima un po’ sopra? Sant’Iddio, non pensi a Erika? E come la prenderà la piccola Sally Annemarie?... La bambina non ha più una madre. Ha già sei anni. Non la stai crescendo per nulla. Si sarà accorta di avere un padre?...”
Gli sorrisi e ordinai altre due birre ghiacciate.

Arthur, Erika e Sally Annemarie, “patatina”, ormai ben’ mi conoscevano. Sapevano che, professionalmente parlando ero un po’ apolide, e che mai sarei cambiato. Il mio lavoro era davvero tutta la mia vita. E accadde ancora in un baleno. Rifeci le valigie, ehm, ne feci di nuove dato che le mie le avevano sequestrate gli egiziani al Cairo, e ripartii. Saputa la notizia, Tatjana avrebbe voluto seguirmi d’impulso. Col dolce buffetto sul mento, come facevo con Sarah, la convinsi che mi sarebbe piaciuto, ma... “Tu devi insegnare a Leo come si guida, qui a New York... E sono certo che al mio ritorno Lev’ avrà già il suo taxi nuovo fiammante! Capì che quel viaggio sarebbe stato un voler ritrovare me stesso... dopo la tragedia di Sarah. Mi baciò teneramente sulla guancia. Fui tentato d’abbracciarla. Le dissi che forse avremmo lavorato insieme sul campo del battle-reportage: questione di Destino. Arrossì. Capì che un posto nel mio cuore se l’era già conquistato appieno.

Decollai dal JFK per il Vietnam il 01 agosto 1967.
Baciai Erika, “Patatina”, Tatjana, Leo, Ekaterina, Ivan, Serghey, Andrej, Michail e Alexandr, i nuovi fratellini russi di Sally, la mia nuova famiglia allargata. Già lontano coi pensieri, m’involai su di un B-707 della TWA.
Destinazione Saigon.


O p e r a z i o n e “ ‘N A M ”


Saigon, South Vietnam
Tan Son Nhut International Airport and U.S.A.F. Air Base
05:46 Zulu, August 02nd 1967

Sbarcai a Saigon dopo un volo interminabile, rincorrendo il rossissimo sole tramontante.
Sì, Mosca e Il Cairo mi avevano colpito: una per l’ordine forzato onnipresente e l’altra per il caos che vi regnava. Ma il bordello anarchico di Saigon, da vero girone infernale dantesco, letteralmente mi shoccò.
Mi resi conto della terribile realtà: atterrare in Vietnam, era traumatico anche per un war-reporter. Pochi minuti prima eri il coccolato passeggero di un jet di linea e, un attimo dopo, ti trovavi ad annaspare nella merda della guerra sino al collo!

Than Son Nhut, ritirata velocemente l’unica valigia e la macchina da scrivere portatile, mi parve davvero in prima linea. Ovunque vi erano sacchi di sabbia impilati atti a fornire riparo, alte barriere metalliche anti-schegge: era proprio come se i Viet Cong… potessero cannoneggiarla da un momento all’altro! Ovunque vedevo chilometri di reticolati di filo spinato. Obbligavano a percorrere vie obbligate tenute sotto tiro da mitragliatrici M-60 su torri metalliche o bunker in cemento armato; sbarramenti stradali, posti di controllo della Military Police, GI’s in assetto da combattimento, aerei da combattimento e da trasporto, elicotteri d’ogni tipo rombanti intenti al decollo o fermi in manutenzione su piazzole di decentramento protette da muri di cemento.

E incontrai di nuovo la morte, lì, nella capitale del Sud Vietnam.
Svoltato l’angolo di un basso edificio di lamiera ondulata, vidi le bare d’alluminio contenenti i corpi dei GI caduti in battaglia. Coperte dalla bandiera nazionale, venivano scaricate da picchetti d’onore; ‘pur formali, mi ‘parvero sbrigativi, sin’anche annoiati, segno che la cerimonia era molto ricorrente. Le portavano in un hangar. Il portale era aperto quel minimo bastante per fare accedere il corteo funebre. Vi sbirciai, immediatamente richiamato ad andarmene da un MP. Quante! Era la prima volta che mi trovavo di fronte a quel tipo di morte, ‘sì anonima. Rimembrai, il funerale di Kennedy, la bara sull’affusto di cannone, il cavallo presidenziale portato al seguito da un ufficiale d’ordinanza; le solenni esequie di un grande capo di Stato, e non quella squallida, vergognosa pseudo-commemorazione dei caduti... Era tutto ciò che l’America riusciva a dare ai suoi figli caduti in battaglia, ai suoi eroi, lì a Saigon. Mi toccò il cuore, shoccò e sdegnò.
Venendo nel Calderone Infernale, ormai rodato, ma ad un ben altro tipo di conflitto in medioriente, sapevo solo vagamente cosa m’attendeva. Sì, conoscevo la storia del Vietnam, Dien Bien-Phu e la guerriglia Viet Cong compresa, ma non ero per nulla preparato a tutto questo… Chiesti consigli a Simon Weiss, avevo un quaderno ricco di suoi accorati consigli circa il modus operandi da adottare sul campo di battaglia.

Incontrai al volo Sam Lipstein al terminal d’imbarco. Sapevo che rimpatriava quello stesso giorno, nonostante non fosse ancora giunto il cambio. Pensai alle modalità della sua “fuga” e ne sorrisi… Era da folli rifiutare un soggiorno all-inclusive, lì a Saigon... la mecca del peccato e anche trampolino privilegiato della carriera di un war-reporter! Lì, per noi del NYT quanto più imparzialmente possibile, dovevi raccontare ai lettori il ciclone bellico che ti circondava… restando però comodamente al sicuro nell’occhio quieto!… O almeno così la pensavo allora. Non conoscevo Sam. Capii che partiva davvero di fretta. Fu così gentile da offrirmi il bicchiere della stampa al bar. Sollevato al sentirmi dire che Arth’ stava per mandare qualcuno, mi accolse come meglio poté in quella bolgia infernale.

Accennò di non esser riuscito ad accreditarmi come reporter presso i comandi americano e vietnamita; pareva che qualcuno avesse smarrito la pratica. In un tale, incontrollabile bordello, non potevo che crederci. Mi rassicurò che il vice del suo vice stava “seguendo” very close la pratica, in attesa dell’approvazione degl'alti papaveri militari, e ne sogghignò:

“Non preoccuparti, Rob’, qui funziona tutto così: se ti dicono di passare oggi a ritirare la giacca lavata, scordatelo pure e passa tra una settimana... così eviterai di fare due volte la strada. Soprattutto, prendi tutto con estrema filosofia. Pensa che, nel tragitto dall’hotel Rex a qui, - tre fottuti chilometri! -, mi hanno rubato due valigie su otto e la macchina da scrivere!… Se le staranno già dividendo, ‘sti gran figli di puttana gialli! Maledetti gooks! E’ anche per questo che rimpatrio. ‘Sto fottuto paese alla lunga ti fa saltare i nervi! A dire il vero un po’ mi ‘spiace: sono un gran casinista, e in questa merda ribollente mi ci trovavo benissimo, sinché mia moglie non ha minacciato di divorziare! Comunque, sappi che il comando USA ci conferisce il grado di maggiore. E’ una precauzione, dicono quei rottinculo del Pentagono, qualora i VC ci catturino, obbligandoli così a trattarci come ufficiali. Ma una volta, a Hué, con Simon Weiss mi sono tuffato in uno stagno merdoso, constatando il trattamento riservato dai viet cong ai POW! Urlavano come matti invasati, per farli uscire dai cespugli, sparando in aria raffiche d’Ak-47... e poi, ai gonzi abboccanti, una palla dritta nella nuca! Alla faccia dell’articolo 13 della terza convenzione di Ginevra! Tutto questo ti può accadere in prima linea, indistintamente, che tu sia un GI o un war-reporter… Ma nemmeno qui a Saigon ce la spassiamo: quest’anno i pigiami neri hanno già ucciso tre reporter. Resisti a tentazioni investigative; evita come la peste il quartiere cinese, è un fottuto caposaldo VC! E’ il Cavallo di Troia di Saigon!”

L’altoparlante annunciò il check-in per il suo volo.
“Be’, ti saluto, Rob’. Auguri e… In Culo Alla Balena! Ah, sì, procurati un interprete, preferibilmente carina, o finirai col culo nella merda e... Ehi, ehi tu, posa subito le mie mazze da golf!” Urlò. Partì a razzo, sbracciandosi, a inseguire un ragazzino vietnamita che nella ressa correva verso l’uscita gravato da scintillanti mazze griffate, senza che gli onnipresenti MP si degnassero di fermarlo! Sì, perché a Saigon doveva esser normale che un ragazzino cencioso corresse a giocare a golf alle otto del mattino... inseguito da un esagitato urlante!

Fu questo il mio impatto con “le comitée de bienvennù saigonnaise”. Essì, dovevo adattarmi al volo a quell’ambiente già tentante di sopraffarmi.
Iniziai dall’indispensabile alloggio. E mi accorsi che, se l’esser free-lance indipendente garantiva una relativa libertà di "parola" e di movimento, molti lati oscuri occupavano in recto della medaglia, il lato scomodo della guerra. Dall'inizio del 1967, con l’operazione “Cedar Falls” la presenza dei mass-media in Vietnam del Sud era esplosa. Ormai v’erano 80 testate giornalistiche presenti, oltre 400 persone compresi i familiari dei folli temerari portantiseli appresso.

Saigon era una “Torre di Babele”! Quaranta etnie di trenta nazioni affollavano Saigon e le città del sud; duecento erano i civili USA impiegati dai media, con cinquanta war-reporter e fotoreporter in prima linea. Era ormai impossibile sistemarsi negli alberghi “In”; restavano solo quelli aventi caratteristica degli scarafaggi compresi nel prezzo, spiaccicati a ciabattate sulla tappezzeria ammuffita staccantesi dalle pareti lignee in decomposizione! In fatto di appartamenti, i GI’s e le varie organizzazioni governative, civili e militari, si erano accaparrate tutto! Simon aveva telefonato a Cao Kim N’gujem, suo grande amico di bagordi e director dell’hotel Continental.

Il Continental era un luogo già mitico nella Saigon anni ‘50, sulla cui famosa terrazza panoramica s’erano dati appuntamento diplomatici, giornalisti, prostitute e spie... tutti “en attendant” quei Godot che erano i guerriglieri comunisti del vietminh... Era la memoria di una Saigon romantica, languida e peccaminosa… mentre nel 1967, il mio presente, era solo infinitamente più pericolosa d’allora. Ebbi il flash di una famosa foto di “Life” anni ‘50, immortalante un guidatore di risciò... ancora “in piedi” dopo che una bomba gli aveva tranciato via le gambe! E Simon aveva calcato la mano nell’accreditarmi con l’amico Cao Kim, svelando che ero cugino del Boss del New York Times, e che giocavo a tennis col President LBJ. E credo che Cao kim ne avesse catapultato giù dalle scale un poveraccio non ammanigliato!

Preso possesso d’una camera al Continental, gremito di reporter e troupe TV, passai al punto due del Vademecum Weiss. Erano le dieci. Armato di coraggio mi tuffai nel traffico virulento e miasmico di Saigon. A piedi stentai a trovar l’indirizzo di Madame Trang. Vi giunsi dop’aver chiesto in francese a due anziane vietnamite e ad una ronda MP. Non sbilanciatosi Simon, sospettavo che si trattasse d’una maitresse. La maestosa villa parve confermarlo. Fatto accedere nella villa-pagoda da una cameriera in livrea blu, dovetti ricredermi. Susy Trang, - non era il suo vero nome, seppi poi che si chiamava May Linn Trang -, era una donna colta, raffinata e ‘sì esoticamente affasciante. Cinquantenne, le primavere se le portava più che bene. Simon le aveva telefonato, annunciando il mio arrivo e raccomandando di darmi il massimo supporto… E stava per mandare la Rolls a prendermi al Continental. Discorremmo con musica di Beethoven in sottofondo. Si informò su di me. Pochi minuti, mi parve d’averle raccontato tutta la mia vita. Sorseggiando il caffé, buonissimo e aromatico servito da un canuto domestico che mi ricordava Ho Chi Minh, mi diede la prima cattiva notizia vietnamita.

“Vede, mister Braun, mi ‘spiace, la mia agenzia non ha più interpreti disponibili. Se li sono accaparrati tutti le testate giornalistiche e TV, calate in massa su Saigon come uno stormo d’avvoltoi. Già fiutano l’odore acre del sangue che vi verrà versato. E dei conseguenti scoop da premio Pulitzer. Oh, mi ‘spiace, dimenticavo che non tutti i reporter sono della stessa pasta... Simon m’ha parlato di lei come di una persona eccezionale. Inoltre, seppur essendo il mio paese occupato, e noi per nulla liberi, peggio ancora che sotto i francesi e con la corruzione e il malaffare dilagante, non posso lamentarmi di chi paga in dollari, lordi di sangue, ma che fanno sopravvivere il mio povero paese, ‘pur nel marasma d’anarchia circondanteci. Sa’, Robert, lei non può immaginare com’era idilliaco il Vietnam, l'ex Indocina francese degl'anni '30, 'pur anche allora occupato da una potenza straniera. Ma ora, bando alle nostalgie coloniali. Veniamo al suo problema. Come risolverlo?”

Il maggiordomo sdentato, che le era rimasto in piedi al fianco, sibilò in francese a madame:
“Ehm, madame, ci sarebbe la figliola della povera Esther...” E madame s’illuminò.
“Già, la giovane Nicole Ndjem. Oh, mi scusi, Robert. Nicole è figlia di una mia cara amica francese, purtroppo deceduta l’anno scorso per un male incurabile. Ha la sua stessa età, nata nel ‘45 alla liberazione dall’occupazione giapponese. Povera Nicole, era legatissima alla madre e stenta a riprendersi dalla sua dolorosa e prematura scomparsa. Il padre era vietnamita, di Saigon, ed era gelosissimo di Esther, bellissima ragazza francese giunta in Indocina coi genitori nel 1936. I suoi genitori, poveretti, non sopravvissero alle crudeltà della guerra. Giovanissima, Esther s’innamorò di un giovane capo della resistenza. Scampata alla guerra, rimasta sola al mondo, restò incinta. Si sposarono. Purtroppo, Minh era iperpossessivo, come tutti i vietnamiti d’altronde. Il matrimonio naufragò. La lasciò, il vigliacco! Emigrò al nord, ad Hanoi. Si dimenticò di moglie e figlia. Fece una brillante carriera nell’esercito vieth minh e divenne un eroe a Dien Bien Phu. Poi venne la partenza dei francesi, la guerra civile. Alla divisione del paese in due stati, con le frontiere blindate sul 17° parallelo, Minh non tornò più; forse è stato un bene per Esther e Nicole. Esther lo amava; le ultime parole sibilatemi prima di morire, con l’ultimo sorriso, sono state per lui, con una lettera che mai gli potrò consegnare… Riguardo a Nicole, è una brava studentessa dell’ultimo anno della facoltà di lingue estere. E penso proprio che sia l’interprete che fa per lei…”

Non capii perché Madame Trang prese a guardarmi con un tal’ sorrisetto soddisfatto, tutto all’orientale, che non dismise nemmeno quando ci salutammo. Un po’ a disagio, le promisi di tornare.
“Ci conto, Robert, e assieme alla dolce Nicole, spero proprio...”

Affittai una scassata Renault-4. Spacciata per taxi da un cartone scritto a matita, attendeva i clienti buttata sotto un albero. Il conducente v’era stravaccato dentro, a ronfare con un rognoso gatto siamese appisolatogli sul fianco. Lo svegliai tirandogli un piede; la lercia ciabatta, sfilatasi, era caduta a terra da un bel po’, ormai lorda di cacca di piccione. Alto meno di un metro e sessanta, l'omuncolo giallo in maglietta verde USAF, con ancora tanto di grado e nome del graduato a cui era appartenuta, e pantaloncini “camo” da Marine, balzò in piedi spaventato. Forse pensando a una rapina, urlò ripetutamente, si protesse il viso con le mani, per salvarsi i pochi denti che ancor aveva in bocca. Poi capì che ero un cliente. Riubicato il restìo gatto nel bagagliaio, buio e soffocante da dove l’udivo lamentarsi, dandogli una scatoletta di carne da mangiare per calmarlo, pulì alla meglio il sedile posteriore, Vi sistemò uno sgonfio cuscino bisunto a camuffare uno squarcio. Aperta la portiera ribelle cigolante, mi fece accomodare letteralmente spingendomi dentro. Temeva che qualcuno gli sottraesse il pollo!

Partimmo in una grigia nube miasmica; mi ricordò Mosca e la Gaz di Leo. Capii subito che saremmo divenuti grandi amici. Wong masticava solo un po’ di francese e di inglese. Disse di venire dalla provincia di Da Nang. Di esser un ex contadino fuggito alla miseria e alla guerra. Sopravviveva scorrazzando gli americani per la capitale… E parlava a razzo! Quando riuscii a farlo tacere, gli ordinai di fermare l’auto. Accostò sotto a una quercia secolare. Sedetti davanti con lui. E scoprii che aveva appena sei anni più di me. Ne allibii. ‘Pareva mio nonno! Povero diavolo... Vita durissima, la sua.

Erano le undici. Nel caos accresciuto, stentammo a trovare l’indirizzo datomi da Madame Trang. Wong si fermò più volte nei bar per informarsi. Tornava sorridente. Mi rassicurava, in parte mimando: “Adesso io capito. Ora io trova.” Squittiva in inglese primordiale; non capivo un accidente dell'indecifrabile gorgogliare vietnamita. Io, il poliglotta! Sì’, l’interprete mi era vitale, come l’aria di Saigon, per altro inquinatissima.

Mezz’ora dopo Wong trovò finalmente l’indirizzo, a meno di tre chilometri da dove l’avevo assoldato, stimai. Da ridere, avrei fatto prima a venirci a piedi! Era la parte vecchia della città, quella che Simon e Sam mi avevano data per pullulante di VC! Vie strette e ingombre di rottami d’ogni genere e rifiuti appestanti. Wong indicò un vicolo. Dissi d’attendere. Prima di inoltrarmi gli allungai cinque dollari. S’illuminò. Mi ringraziò quasi genuflettendosi. Non capii che tale mancia, lì a Saigon equivaleva alla decade di stipendio da operaio. Ma lui, scapolo, buttò l’auto sul marciapiede e svanì nel bar antistante. Nel vicolo, dal selciato stranamente in ordine, fui inghiottito dal buio portone. Nonostante la carenza d’illuminazione era pulito, a differenza della strada. Trovai i campanelli. Accesi lo zippo. Lessi il nome: Esther Murat-Ndjem... Omonima, o parente di “Quel” Gioacchino Murat, maresciallo di Napoleone I° e poi re di Napoli? Suonai. Non risposero. Dopo tre tentativi raggiunsi Wong nel bar diroccato. Mi portò di corsa una birra gelata. Rifiutai diplomaticamente il bicchiere, giallognolo e scheggiato. Scacciata una torma di laceri ragazzini, ripulita una sedia traballante, Wong accennò di accomodarmi al tavolino.

“Tu no trova donna? Tu no preoccupa. Donne a mercato. Presto donne torna per arrostire pranzo e preparare “nuoc mam”... E noi trova donna che interessa te. E tu, allora contento, và’ con lei!… lassù!… E Fiki-Fiki!!!!”
Rise a matto e mi diede una pacca d’incoraggiamento sulla spalla.

Preso a osservare la miseria, non capii cosa intendesse dire. Annuii assente. Rassegnato, mi sorbii la birra. Bevvi alla bottiglia, che aprii sforzandola contro al bordo del tavolino di ferro... Mmmhhh! Ero assetato o era davvero buona? Già, colera a parte. Wong iniziò a insegnarmi l’idioma locale, con scarsi risultati. I ragazzini scacciati erano tornati. Ci accerchiavano ridenti, al mio imitare uno scolaretto ebete nel ripetere stentato incomprensibili parole dell’idioma vietnamita. Nonostante le preghiere di Wong a non farlo, da bravo yankee colonialista comprai loro dei dolci… E ben li gradirono. Ne fummo assediati e non mi avvidi della ragazza entrante nel portone.
Dopo mezz’ora, spariti i ragazzini ormai sazi, Wong mimò rassegnato:

“Forse donna mangia fuori. Forse a casa di amico Marine?” Ne rise. Poi, si alzò. Andò verso il portone buio. “Ora io suona campana. Forse donna entra di retro.” Un attimo, tornò di corsa. Gli domandai in francese:
“Lorsque, Wong, est ce que tu me dis? Elle n’est pas encore rentrée, c’est vrait? Allora, Wong, non è ancora rientrata?”
“Io no suona, ma grassa vicina dice che donna già venuta.”

Tornai a suonare. Mi rispose una bella voce vietnamita. Non capii un accidente. Passai la palla a Wong che le spiegò. Passò qualche attimo di silenzio e d’incertezza, poi la porta automatica dell’ingresso scattò. Wong mi cedette il passo. Salimmo la scala. Mi sorrise e poi, giunti al piano, mi sussurrò: “Io detto donna che tu giornalaio yankee. Che tu vuole lei. Che tu ha dollari... Sì, ma vicina grassa dice che è bella donna... Lei ha aperto noi, bene, bona cosa, lei vuole subito te… ma tu ha tanti soldi con te?...”
Oh cielo! Wong pensava che m’avessero indirizzato a casa di una prostituta! Stavo per spiegargli l’equivoco. Il dubbio mi assalì... Oh, cazzo!... Cosa cavolo le aveva detto al citofono?…”

La porta dell’appartamento s’aprì. Noi nel buio corridoio, alla celestiale visione risaltante nella luce soffusa della lampade a muro interne, le parole mi si strozzarono in gola. Wong avvampò. Ora ne ebbe la certezza. Sì, costei era davvero una prostituta! Non entrò. Mi spinse dentro, ora mi sorrise sornione. Le gorgogliò qualcosa in viet’. Non capii praticamente nulla, ma il viso angelico della giovane sbiancò e poi avvampò… ma non ci scacciò. Entrati, ‘pur ospitale, sparito il sorriso messasi ben con le spalle al muro, sibilò:
“No so quale palla fumosa le abbia benduto, quel piccolo macrò, ma se l’ha pagato più di un dollaro l’ha fregato! Io non sono quella che le ha dato a intendere. Ed ora, se ne vada, o chiamo la polizia!” Indicò il telefono a muro.
Ero ‘sì scombussolato, giurando a me stesso che avrei torto il collo a Wong, non m’accorsi che ora parlava in inglese. La sua voce era ‘sì melodica da ipnotizzarmi. Infatti, m’incantai. Ne fissai l’Hao Dai, il tradizionale vestito sino-vietnamita di seta, nel suo caso blu mare, col piccolo dragone ricamato sulla manica sinistra; e con quel popò’ di spacco... e le gambe!”
“Allora, se ne va… o devo davvero chiamare la polizia?!!”
“Mi scusi, v'è stato un malinteso. Mi indirizza a lei Madame Trang. Mi serve un’interprete. Sono un reporter del New York Times.” Titubò. ‘Sì alta, per metà francese. Al vedermi studiarla, pensò che la stessi spogliando con gl’occhi. Arrossì. Entrò nel fascio di luce della lampada. Stupendo nasino “à la française”, occhi leggermente a mandorla e le azzurrissime iridi! Sì, decisamente “une vietnamienne anomala... e fatale!”
Solo allora capii il sorriso sottilmente divertito di Madame Trang. Sì, la simpatica volpona aveva previsto proprio tutto.

Saigon, South Vietnam
United States Embassy
CIA Laison Office
09:48 Zulu, August 3rd 1967

Il telefono squillò nell’ufficio del colonnello Graham Green.
Il funzionario della CIA, lo chiamavano “Colonnello”, essendolo stato nel corpo dei Marines, manteneva i collegamenti tra la Central Intelligence Agency, l’US Army e i servizi segreti sud-vietnamiti. Ma il suo compito sul campo era di tener a bada le teste calde dei mass-media nazionali, ben più pericolosi dei VC!
“Buongiorno Graham, sono Williams da Langley. Come stai? Sì, anch’io, grazie. Chiamo per avvisarti: il pacco è giunto ieri a Than Son Nhut. Abbiamo provveduto a inviarti copia del suo fascicolo. Bada a non sottovalutarlo. E’ astuto. E pericoloso. Mettilo sotto stretta sorveglianza. Quella testa di cazzo, in Egitto ci ha procurato non poche rogne. Il direttore in persona ha dato ordine di renderlo inoffensivo ostacolandolo; idem per quanto riguarda gli imput provenienti dal Pentagono. E informa chi di dovere, lì a Saigon e la station in Thailandia, qualora il pacco decidesse di farci una passeggiata. Ti saluto.”
Appena ebbe riattaccato, Green compose un numero di Saigon.
“Buongiorno, signor generale, sono Green. Scusi il disturbo. Il pacco che attendevamo è arrivato ieri a Tan Son Nhut. Sì, in effetti è ‘parso anche a me che si è mosso ‘sin’ troppo presto. Sì, signore, anch’io mi sono domandato il perché, e se il cazzone ha una famiglia in patria... all’apparenza non ce l’ha, e se ce l’ha non gli sta molto a cuore da come si sposta ‘sì velocemente da un continente all’altro per venire a romperci i coglioni... Ma è una cosa che approfondirò, non appena mi arriverà la sua pratica classificata. Sì, signore, concordo con lei: è pericoloso per la sicurezza nazionale e va tenuto sotto stretto controllo. Diramerò subito le disposizioni ai miei uomini. Sì, ne sono informato: la questione dello spionaggio alla nostra ambasciata a Il Cairo è stato un affaire davvero deplorevole. Mi fa’ sospettare che costui non sia in realtà colui che vuol apparire. Anche l’annuncio contro la guerra qui in Vietnam sul New York Times… E’ ovvio che ha avuto il placet dell’editore. Sì, Signore, comprendo, Sulzberger è potente, intoccabile; ma il suo fantaccino, stavolta, le prometto che lo stronchiamo. Se proprio non possiamo dare scacco al re, possiamo falcidiarne i pedoni. Certo, signore, concordo con lei: tre squadre che lo tengano sotto controllo H-24. La ragguaglierò stasera. La saluto, signor generale. Ossequi alla signora.”
Green riattaccò. Aveva informato il generale Robert Westmoreland, comandante in capo delle forze armate statunitensi nel teatro d’operazioni del sud-est asiatico. Ora sapeva di averne l’appoggio incondizionato. Accesosi un sigaro Havana, serrandolo tra le labbra guardò fuori dallla finestra il caos di Saigon e sibilò:
“A noi due, cazzone. Vieni a rompermi le uova nel paniere, ma io ti stacco le palle... e te le rimando a casa per posta!”

Saigon, South Vietnam
Hotel Continental
10:35 Zulu, August 05th 1967

In quei giorni non disquisii sul perché, o sui molti e compositi perché di quell’assurda guerra. Era solo follia!
Non v’era nemmeno una pseudo-consolazione economica ad alleviare la nostra pressione sul popolo vietnamita: i nostri erano soldi per pochi. E il mare di dollari affluente a Saigon sarebbe stato la principale causa della nostra sconfitta militare e politica. Oh, sì, era vero, i dollari arricchivano americani e vietnamiti, ma alienavano a tanti, troppi cuori l’immagine dell’America, la liberatrice di popoli oppressi. I vietnamiti erano nauseati dal boom gonfiato dell’economia. L’inflazione galoppava al centottanta per cento! Lo sfrenato consumismo e l’individualismo, importati dai GI’s offendevano la suscettibilità e la morale vietnamita. I soldati USA, oltre a diffonder l’uso della droga tra la popolazione, mercificavano al massimo il sesso. I puritani codici morali e le tradizioni vietnamite in fatto di corteggiamento erano continuamente calpestati. Le donne venivano vergognosamente molestate per le strade di Saigon, e ancor più nelle città di provincia. Le campagne erano alla totale mercé dei generali americani: regnavano sovrani con i loro pari grado e vassalli sud-vietnamiti. La prostituzione dilagava. Sì, le donne vietnamite, sempre più spesso bambine, ci stavano… ma la loro era una questione di pura sopravvivenza. Ebbene sì, in Vietnam stavamo facendo di tutto per farci odiare. Ancor più dei giapponesi e francesi, in un recente passato dimenticato. Non mi capacitavo del perché l’amministrazione Johnson, a Washington non se ne rendesse per nulla conto. La visione che il presidente aveva del Vietnam, esclusivamente ottenuta dalle cartine militari e dalle foto aeree, era lontana anni luce dalla terribile realtà sul campo di battaglia… e nelle città del sud ormai in preda all’anarchia.

Alla prima “riunione” nella mia stanza al Continental parteciparono Nicole e Wong, ormai assunti. Il regolamento vietava tassativamente che gli ospiti si portassero in camera donne... che non fossero fidanzate o mogli, ma bastavano pochi dollari, valuta corrente al posto delle svalutatissime piastre sud-vietnamite, per far riscrivere tutti i regolamenti. Mi adeguai alle usanze corruttive. Nonostante le paternali moralistiche, ‘pur non facendolo a fin’ di male, contribuivo a rendere sempre più corrotto il Sud Vietnam.
In Vietnam da free-lance, senza credenziali NYT, mi avrebbe reso la “vita investigativa” ancor più ardua. Ero già all’empasse sulla via da imboccare nell’approccio al war-reportage. L’inchiesta doveva essere diretta al nocciolo dei mille, terribili fatti e tragedie locali della guerra in corso, comprese quelle totalmente esulanti il piano militare e vessanti i civili sino alla tortura e all’assassinio indiscriminato? O dovevo assumere un “approccio trasversale”? La tattica a basso profilo era probabilmente più conveniente, meno appariscente, meno esponetemi alle rappresaglie. Investigando mi sarei scontrato ancora col Pentagono e con la CIA imperversanti in Vietnam, loro regno assoluto. A Saigon sarebbe stato ancor più pericoloso e arduo che in Egitto. Ora avevo due collaboratori, i miei nuovi amici, ora a rischio a loro insaputa. Avevo un conto ancor aperto con le lobbies politico-militar-spionistiche di Washington, che non perdonavano mai gli sgarri subiti, presunti o meno che fossero. Non volevo mettere in pericolo le vite di Nicole e di Wong. Decisi di non dar nell’occhio, lì a Saigon. Avrei iniziato rastrellando la provincia. Esposi loro il mio piano:

“Ho raccolto indiscrezioni negli ambienti militari. L’alto comando concede licenze speciali ai GI portanti nelle retrovie un determinato numero di POW Viet Cong. Si dice, istituite per prevenire le uccisioni indiscriminate dei prigionieri di guerra attuate dai GI.” Ne scrutai le espressioni. Rimasero neutre. Confermò che anche nella capitale il comune cittadino vietnamita sapeva quanto accadeva nelle province e sulla linea del fronte, ormai estesasi a quasi tutto il paese... In Vietnam non v’era più un fronte. La guerra era ovunque! Era saldamente in mano alla guerriglia tenente in scacco i GI’s!
“Sono previsti tre giorni, soprannominati “Rest and Recreation R&R”, in località quali Vung Tau, Cam Ranh Bay, Nha Trang, Qui Nhon, Chu Lai e Da Nang. Voglio appurare se è vero che i GI, stanchi di vedere i propri compagni uccisi o mutilati da un nemico invisibile, hanno preso l’abitudine di uccidere tutti i VC catturati. Se è vero che vengono commessi crimini: omicidi, stupri e sevizie, ebbene io sono qui per investigare. Qualcuno al NYT potrebbe obiettare che in guerra accadono – danni collaterali -, macabro eufemismo, e che sono un war-reporter e non un assistente sociale. Ma Press e mass-media d’una nazione civile trattano la guerra in tutti i suoi eventi ed eccessi collaterali, per quanto spiacevoli possano rivelarsi. Perciò, Nicole, di questi campi R&R elencati sul block-notes, quale scegli?”

Ci pensò un attimo, e poi, essendoci già stata, scelse Da Nang.
Puntò l’indice al campo R&R di China Beach. Dopo pranzo partimmo con la disastrata R-4 di Wong. A differenza di Simon, sempre in feeling coi piloti suoi amici di bagordi e di pocker, riuscendo a scroccar loro passaggi sugli elicotteri CH53 “Sea Stallion” o Bell-204 “Huey” dell'U.S.Army e dei Marines, dovemmo adeguarci alle circostanze.
Nicole mi prospettò un viaggio lungo, stressante e azzardato.
Incollando sul vetro anteriore il cartellino “Press”, deglutii amaro.

Da Nang, South Vietnam
In approach to “China Beach”
14:25 Zulu, August 06th 1967

Il viaggio verso nord fu davvero allucinante ben oltre le previsioni.
Due ponti saltati in aria ci costrinsero a imboccare vie secondarie sterrate uguali ai letti di fiumi in secca. Sobbalzi, mal di schiena e spinte alla Renault che si insabbiava sempre più spesso. Rimpiansi la trazione integrale del mio scassato Dodge ex militare lasciato in garage a New York. Nonostante tutto, osservando il fumo d’incendi all’orizzonte, - e lì eravamo teoricamente ancora nelle lontane retrovie! -, la fortuna ci arrise. Impiegammo oltre vent’otto ore per giungere a Da Nang. E vi scoprimmo che gli hotel erano strapieni! Nemmeno cento dollari, - era una cifra enorme lì in Vietnam! -, proposti come busterella a tre direttori, riuscirono a procurarci un buco decente. Wong risolse il dilemma.

“No problema, Wong ha soluzia!” Detto ciò, cacciò fuori dal bagagliaio, assieme alla sua mansuetissima gatta siamese spelacchiata di cui m’ero dimenticato e che prese a farci le fusa, tre sacchi a pelo US Army. Dormivano in compagnia di scatole di razioni “K” dell’esercito. Capii da dove provenivano. Wong subdorò la mia ridente disapprovazione:
“Io no ruba, no ruba. Regalo di mio amico Marine di Amerika!” Rise.

Io e Nicole ridemmo con lui. Accettammo la sistemazione sotto le stelle. Andammo a farci la doccia in un bagno pubblico. Wong, ‘pur originario di Da Nang non si fidava per nulla dei suoi compaesani. Restò di guardia all’unico mezzo d’assalto... della raccogliticcia "Armata Von Braun".
“Be’, almeno abbiamo risparmiato cento verdoni di Arthur,” le dissi, “vuol dire che dopo la doccia andremo a sorbirci un bel gelato a carico del NYT!” Lei annuì sorridente, si umettò le labbra per esternarmi l’approvazione.

Prossimi a China Beach, capimmo: quello era davvero il paradiso in terra... anzi, all’inferno!
Dopo solo un chilometro di strada appena riasfaltata, scoprimmo… che anche l’Eden aveva le sue belle limitazioni nell’accesso.
Il primo posto di blocco dell’MP ci fu fatale.

“Sì, lei è un reporter accreditato, signore, ma ho degli ordini precisi da eseguire. Né lei, né i due gooks musi gialli potete accedere all’R&R Zone. E’ zona off-limits ai civili. Faccia invertire la marcia alla macchina. Ostacola il traffico.” Mi restituì il tesserino della Press, irremovibile.
Per quanto ne sapevo le R&R non avevano limitazioni d’accesso ai mass-media accreditati. Il bestione violava la libertà d’informazione. Ma capii che se anche gliel’avessi fatto presente, sotto forma di velata minaccia, il bisonte scuoiato mi avrebbe riso in faccia, alla mia folle pretesa d’accesso da sfottuto novellino FNG del Vietnam… e andandosene mi avrebbe alzato sprezzante il medio.
“Problemi?” Domandò Nicole, vedendomi risalire in auto, più abbattuto che arrabbiato. Wong fumava silente e nervoso una Marlboro dopo l’altra e saettava con gli occhi tutt'attorno.
“Nulla da fare. Non si passa. Credo che anche agli altri posti di blocco sarà la stessa solfa. Accidenti! Dover tornare a Saigon a mani vuote, sconfitto alla prima battaglia! Al Pentagono ce l’hanno con me, Nicole, a causa d’una storia egiziana scoppiata a giugno di quest’anno, e anche per il fatto che nel giugno 1965 al NYT ho fatto pubblicare un articolo di ben tre pagine contro l'intervento militare in Vietnam, dichiarato a pagamento per salvaguardare Arthur, e firmato da seimila professori universitari. Avuto sentore in anticipo di cosa bolliva in pentola, il Pentagono tentò di bloccarlo. Mobilitò gli avvocati. Non trovarono appigli giuridici; non potendo appellarsi alle norme macchartiste anticomunisti, riuscimmo così a mettergliela legalmente in quel posto! Di certo, ora a Washington attendono frementi di pareggiare i conti.”
A quel punto, ‘pur se non mi fece domande per approfondire i fatti svelati, le lessi negl’occhi che alla prima occasione avrebbe approfondito la questione con una ricerca nella biblioteca dell’università. E quel suo interesse bastò ad appagarmi. Ripensai al tenente dei parà che l’aveva apostrofata indicandola con disprezzo. Lei aveva assistito a dieci metri di distanza… Al rombare d’autocarri M-35 e APC M-113A1 UCAV dei Marines, i cui autisti e fanti si sporgevano a urlare quando la vedevano, non aveva udito il commenti sui “musi gialli”. Che imbecille, l’ufficiale della 101^ Airborne “Aquile Tonanti”. Essì, lui, i viets li riconosceva al fiuto, coglione. Strano che fosse paracadutista; la zona era sotto la giurisdizione dei Marines. Wong invertì la marcia.
La guardai bene… e per la prima volta da quando l’avevo conosciuta con “occhio davvero diverso”… Oddio i suoi jeans: fantastici! Nicole passava dal tradizionale Hao Dai all’indumento simbolo dell’Amerika e ti faceva impazzire! Mmmhhh!!!… E quell’idiota plantigrado la chiamava musa gialla! Non pareva per nulla vietnamita: alta un metro e ottanta; Oh, sì, aveva gl’occhi leggermente a mandorla e la pelle ambrata, ma nel mio immaginario era già divenuta una… Musa Divina!

Un’ora d’inutili tentativi di forzare il blocco da varie strade e ci ritirammo sconfitti. Non si passava da nessuna breccia.
Non potevamo che scrutare da lontano col binocolo l’ormai per noi irraggiungibile China Beach. E dirle addio per sempre. Ci ritirammo bastonati oltre il fiume Da Nang, a leccarci le ferite a Red Beach sulla Da Nang Bay. Wong ci fece strada. Il proprietario del bar, Charles Wung, anch’egli meticcio, festeggiò calorosamente il ritorno di Wong. Ci offrì da bere. Poi, appartatici sulla decrepita veranda con vista mare, di fronte a tre Coca ghiacciate raccontai loro:

“Sai, Nicole, tutto è iniziato qui. L’otto marzo 1965 i 3.500 Marines della 9^ Marine Expeditionary Brigade, trasportata dalla 76^ Task Force anfibia, e posta al comando del generale Frederick J. Karch, presero terra per proteggere l’aerobase USAF di Da Nang. Sbarcando i “Leathernecks” erano pronti a vendere cara la pelle; invece, i “Colli di Cuoio” furono accolti dai duecentomila abitanti festosi mettenti loro al collo ghirlande di fiori. Quando in redazione al NYT giunsero le foto dello sbarco vedemmo che il generale Karch non sorrideva mai; aveva un’espressione da CAZZONE!. Be’, io non l’ho conosciuto; poteva esser davvero scorbutico, o forse non l’avevano promosso, o punito, sbattendolo a Da Nang invece che a Honolulu… o forse già prevedeva l’infernale bordello in cui ci stavamo caccianod. Be’, io, Robert Braun Junior, free-lance e war-reporter designato da sua Maestà Arth’ Ochs Punch I°, non voglio tornare a Saigon riaccompagnato dalle presunte atrocità commesse dai GI’s non investigate. Cosa suggerite di fare per castigar i cazzoni arroganti dell’MP, e i generali che credono di poter mettere impunemente i bastoni tra le ruote della libera stampa? Che facciamo? Desistiamo, o...?”

Nicole spiegò il senso del discorso a Wong che non era riuscito a starmi dietro. Quando ebbe capito, sorrise.
“Amico Wung dice no problem per China Beach. MP blocca perché loro Boss incazzati che Viet Cong sommozzatori ha fatto saltare ponte su fiume Da Nang. Si noi vole, lui ‘compagna sin’ là, attraverso pista VC... Io risponde lui sì?...”
Io e Nicole capimmo al volo cosa fosse la “Pista VC”! Era la “Pista Victor Charlie! Il Sentiero dei Viet Cong!”… da cui compivano fulminei raid contro il presidio di Da Nang e da cui poi svanivano nel nulla!... E Wong voleva che ci fidassimo di mister Wung, il suo amicone d’infanzia? Osservai l’oste, appollaiato dietro al bancone a spiarci. Aveva la tipica faccia da comunista, subdola e traditrice?... No, ma era papabile quale caposettore dei Viet Cong!
“Ehi, ehi, Wong...”, gli sibilai, stando ben attento a non farmi sentire da Wung, che ora aveva gl’occhi puntati altrove ma i padiglioni auricolari totalmente orientati verso il nostro tavolo sotto la veranda antistante la baia, “... ehi, ma ti sei ammattito? E se quello è un VC? E se ci sorprende l’MP? Quelli ci accolgono a raffiche di M-16, e non coi fiori, come nel 1965! No, no, non s’hà da fà’!” Gli ordinai. Wong alzò le spalle deluso.

Da Nang, South Vietnam
Red Beach
16:55 Zulu, August 06th 1967

Per sfuggire alla calura e all’afa opprimente calammo su Red Beach.
Wong arrossì, negandosi. Non voleva assolutamente farsi vedere in costume da Nicole. Lei si divertiva, sin’a farlo urlare cianotico, rincorrendolo ridente attorno alla Renault. Parevano inverosimili fratelli al mare. Alla fine Wong restò’ all’ombra del chiosco vendente meloni dove avevamo parcheggiato. Io e Nicole ci mettemmo in costume. In bikini era una Bomba Sexy! La spiaggia era deserta. Fatto il bagno nell’acqua smeraldina, piacevolmente tiepida, andammo a prender il sole su una roccia sporgente dalla sabbia farinosa e simil-caraibica. Stesi sullo stesso, comodo e grande telo da spiaggia variopinto, “recuperatoci” in loco da Wong, mentre le goccioline ci evaporavano velocemente sulla pelle, perfettamente ambrata la sua... e meno bronzea la mia, - nonostante l’Egitto!-, sorridenti e scrutantici da sotto ai Ray-ban, dopo qualche minuto passato in silenzio a rosolarci al sole le domandai:

“Dimmi, Nicole, ma chi sono realmente i Viet Cong?”
Sulle prime mi parve che trasalisse. Fu come se quella fosse stata l’ultima domanda che avrebbe sperato che le ponessi. Sì, lo so la mia era solo un’impressione, e la conoscevo da pochissimo, ma...
“Vedi, Robert, sinceramente”, e fu quel suo iniziare con “sinceramente” che mi ricordò la povera Sarah, quand’ancor non ne conoscevo i collegamenti col Mossad, “Non saprei come descriverli. Non ho mai conosciuto alcun Viet Cong all’università, per quanto siano presenti tra i miei compagni. Ma potrei citarti re Leonida alle Termopili. L’effetto dei VC è lo stesso: temporeggiatore. Logorare i nervi al nemico, sfinirlo in un’interminabile guerra, come fece il viet minh coi francesi. Odio il governo di Saigon, inetto, corrotto e totalmente asservito a voi americani; ma odio in eguale misura la nomenklatura di Hanoi. Ma non credo che i comunisti siano i mostri sanguinari descritti dalla stampa. E credo che il generale Giap non si faccia illusioni sulla capacità del Nord Vietnam di vincere lo strapotere militare di Washington. E voi yankee lo sapete bene, altrimenti non vi sareste tuffati in questa guerra folle. Ma credo che, dopo due anni e mezzo d’impegno diretto nel conflitto, ora temete i VC... Come definire un Viet Cong? E’ un contadino. E i contadini in questo nostro povero e martoriato paese sono temprati da secoli di schiavitù. Ma la resistenza al dolore del Viet Cong, a privazioni inimmaginabili, potrebbero davvero renderlo lo scoglio su cui potrebbe far naufragio l’America di Johnson...”

Quella sua definizione, ‘sì essenziale ma veritiera, mi piacque subito. Sì, a pensarci bene era la mia stessa definizione del VC. E nelle sue parole traspariva ammirazione per il Viet Cong. Idee letali da esternare. E li ammirava davvero, non solo in quanto combattenti irriducibili, ma perché rappresentavano lo spirito combattivo di un popolo… i cui guerrieri ninja erano quei piccoli, inverosimili uomini indossanti il caratteristico pigiama nero. E questo perché, nonostante Nicole avesse anche un passaporto francese, quello era il suo popolo e il suo Paese. E tutto ciò avrei fatto bene a fissarmelo nella mente.
Da war-reporter immaginai un minuto guerrigliero Viet Cong, steso nella sua buca nella jungla a combattere i GI, ad attendere impavido, sfidandole per 60 piastre al mese - meno di due dollari! - migliaia di letali bombe sibilanti sganciate da centinaia di giganteschi e invisibili B-52D Stratofortress... la nera morte alata!
E capii che non potevamo vincere quella guerra.

Da Nang, South Vietnam
Red Beach
07:30 Zulu, August 07th 1967

In quella solare mattina di quasi mezz’agosto, con il solleone e l’afa già tormentanti, ci ritrovammo al punto di partenza in stallo totale.
I raggi del sole illuminarono lo sfacelo del mio reportage già abortito in partenza. Mi svegliai irato. Avevo passato la notte a difendermi da insetti e zanzare, terrorizzato d’esser morso da un serpente velenoso. Wong s’era svegliato prima dell’alba. Lo sentivo rassettare i bagagli sull’auto. Incapace di alzarmi, sentendomi come apatico, nonché le ossa tutte doloranti, davvero distrutto, sentivo respirare Nicole, calma al mio fianco. Un telo tenda mimetico militare retto da quattro pali ci faceva da tetto, divisi soltanto da tre scatoloni adattati, la “parete” proteggente le rispettive intimità... E quando nella notte, forse a causa dei fagioli in umido ex-militari rifilatici da Wung assieme allo squisito stufato di bufalo alle erbe, m’era sfuggito un poderoso peto, tanto improvviso e virulento che non ero riuscito a reprimerlo, m’ero sentito morire di vergogna... Avevo sperato che lei non avesse udito. Invece, lei e Wong avevano riso nelle tenebre, all’unisono, e a lungo, augurandomi in vietnamita la buona digestione e la buona notte... Ah-ah-ah!!!... Good Night AmerikA!...

Seduto sul sacco a pelo, stiracchiatomi e rinfrescata la faccia con l’acqua già calda della borraccia, feci cenno a Wong. Pensò che avessi appetito. Giunse di corsa, con una ciotola piena di fagioli avanzati la sera prima. Al vedermi rabbrividire, sia alle vista delle mosche che la ricoprivano, che al ricordo dell’indecoroso scombussolamento di stomaco, rise davvero di gusto. Poi mi mostrò la mano nascosta dietro la schiena. Teneva un borsa di tela contenente due banane e una noce di cocco. Incassai l’ironia e lo ringraziai, pisciandomi quasi addosso dal ridere per il senso dell’humor di quella simpatica pulce Viet’, ma contenendomi. A bassa voce per non svegliare Nicole, gli dissi:
“Trova mister Wung Van Din.”

Bevvi il dolce latte di cocco e mangiai una banana. Buttai l’altra a due scimmie: avevano dormito su una vicina palma e nottetempore avevano preso a esplorarci rumorosamente i bagagli entrando nell’auto dai finestrini aperti. Wung Van Din arrivò dalla cucina asciugandosi le mani in un telo lordo di una imprecisata salsa sanguinea. Dopo la nottataccia, dovevo avere davvero un aspetto da cane bastonato. Guardò Wong, che fece spallucce.
“Mi dica, Mister Braun, cosa posso fare per lei.”
“Ieri Wong m’ha detto che può farci giungere sino a China Beach, sfuggendo all’MP.” Si guardò intorno, annuì cauto. “Accetto, signor Wung. Ma evitiamo la - Pista VC -. Sa, ho la responsabilità di miss Ndjem.” Vidi l’espressione: pensava che avessi paura, e che celassi la mia viltà dietro a Nicole! Avvampai, dandogli la falsa conferma... Fremetti, ma non m’importò se dubitava di me, purché ci facesse giunger presto - e sani! -, su quella dannata e fottutissima spiaggia.

Wung organizzò in un attimo. Dopo meno di venti minuti ci affidò al suo “uomo più fidato”, ci disse con enfasi indicando un pescatore vestito miseramente. Nell’istante in cui strinsi la mano di Chang, un omone alto per essere un viet’, mi chiesi dov'avesse nascosto l’Ak-47 Kalashnikov?
Col piccolo sampan dal motore a gasolio tossicchiante e sbuffante, in mezz’ora di lenta navigazione ci portò a China Beach. Sottocoperta, tra reti e casse vuote puzzolenti, vedemmo la Montagna delle Scimmie e il Mar Cinese meridionale. Ad un tratto il sampan rallentò. Udimmo Chang urlare dalla ruota del timone... Dall’oblò chiuso vedemmo affiancarci un pattugliatore fluviale PBR armato. Un MP intimò col megafono d’invertire la rotta e di allontanarci lesti dalla spiaggia affollata di militari. Minacciò l’abbordaggio. Chang prese a inveire in dialetto. Nicole mi tradusse:

“Voi MP, gente cattiva e senza cuore, tutti male! Tutti corrotti! Guarda, guarda là, MP yankee... due grossi sampan... quelli, quelli sono i VC!... E adesso vendono birra e ananas a soldati su spiaggia!”
“Zitto! Stai zitto, rigurgito di vomito giallo rottinculo! Chiudi quel cesso di boccaccia, o ti abbordo e ti sbatto tutti i denti in gola! Gira la prua del tuo merdoso sampan e vai a fare in culo da un’altra parte! Immediatamente!” La voce tonante del grugnente sergente pareva texana.
“Perché impedire me di vendere bibite? Io ho tre figli piccoli a casa. Ecco, prendi due casse birra. Bevi, Va via, ingozzati a mia salute... e non rompe più me coglioni!”
Temetti l’abbordaggio, con le gravi conseguenze dello scopririci a bordo implicanti la mia espulsione immediata dalla zona di guerra e l’arresto per Nicole, che sarebbe finita in pasto alle iene assatanate dell’MP e dei servizi segreti dell’esercito… e poi passata ai militi vietnamiti!… Invece, due MP trasbordarono la birra e ci lasciarono passare!

In pochi minuti fummo a poche decine di metri da riva. Superata la rete di motovedette, nessuno più si preoccupò di noi. Mentre scivolavamo sulla lancia con cui Chang ci avrebbe sbarcati, vedemmo giungere due lanciati gommoni Zodiak da dodici metri. A bordo almeno due dozzine di biondissime infermiere in costume da bagno... Era il diversivo che ci serviva per riuscire a sbarcare indisturbati. Chang ci spiegò ridente:
“Essere infermiere di nave ospedale di Croce Rossa. Tedesche bionde. Cura vittime civili di guerra, ma ora andare a fare bagno e a prender sole a China Beach... E pure a far scoppiare risse tra GI... e mandarne tanti a ospedale!”
Lo sbarco in massa delle valchirie teutoni sviò l’attenzione dei graduati bagnini collegati via radio con l’MP. Da torri di osservazione in perfetto stile californiano, sibilarono richiami all’ordine nei fischietti. Plotoni di neri mitraglieri e squadre di Marines ingaggiarono il corpo a corpo con le ridenti e mielose nurses inviate dalla Dea Bendata. Disordini scoppiarono. La spiaggia piombò nell’anarchia. A centinaia abbordavano le tedesche in oltre un metro d’acqua. Molti altri gommoni stavano arrivando. Esplose un divertente caos.

Passò mezz’ora prima che le acque si calmassero. Oltre cento infermiere si scelsero l’accompagnatore. La massa d’esclusi tornò delusa ma ravvivata al dolce far nulla. Nessuno ci aveva notati. Nicole indossava un paio di shorts Avirex di cotone color havana, una maglietta verde smanicata militare: un po’ bagnata, risaltava il bikini da bagno. Si proteggeva la testa dal sole con un berrettino blu della portaerei America CVA-66 con cucita una patch di stoffa dello stormo aereo imbarcato il CVW-6. Il leggero giubbetto Avirex di cotone era dentro la borsa di vimini, assieme al telo da spiaggia e alla borsetta. Sì, ora, in un istante, si era trasformata davvero in un sensualissimo Marine da sbarco!

Il centro R&R di China Beach s’estendeva a est di Da Nang fra le grotte buddiste del Monte di Marmo sino alla stazione radar ubicato sulla Montagna delle Scimmie.
Le infrastrutture dei marines s’erano estese ancor più dell’USAF Da Nang Air Base. I Seebees, le Api del Mare, s’erano dati un gran da fare sui sei chilometri di sabbia bianchissima. L’area era punteggiata da piccole dune con arbusti, pini e palme. Ovunque bungalow di legno e chioschi di vendita. Dalla Pink House ci giunse nella brezza marina l’aroma d’aragoste e pesce cucinati a getto continuo. E il lunch costava solo poche, svalutatissime piastre! E nelle stanze a retro si poteva fare un bagno turco e sottoporsi a “Massaggi!”, decantavano i cartelli a calamitare clienti. Allibito, consultai la cartina militare dei Marines procurata a Saigon: l’area era indicata “Dangerous Zone!”

“Uhm, quasi quasi, dopo la nottataccia passata all’addiaccio, un bel massaggio alla cervicale me lo farei fare...”
“Be’, Robert, sei maggiorenne e vaccinato. E sei pure il mio datore di lavoro... E il Boss non si contraddice mai! Se ritieni che possa farti stare meglio, Buana, ti ci accompagno... Ma sappi che molti dei GI’s usufruenti i - Massaggi! - finiscono tutti in infermeria, a farsi curare la gonorrea... E a volte anche peggio: circola la storiella, divenuta ormai leggenda fra i militari, di un povero GI che si è ritrovato il pene tagliato di netto da una lametta da barba su un tappo si sugero... che una subdola massaggiatrice VC si sarebbe infilata nella vagina... Però, se tu vuoi solamente farti massaggiare la schiena dolorante, vieni, ti accompagno... Che fai, ora, titubi?…”
Risi. Presala sotto braccio, ci avviammo verso un grande bungalow-chiosco dotato di una veranda ombrosa e gremito di GI's rumoreggianti in siesta e festa.

“Chu hoi, chu hoi! Mi arrendo! Vieni, Nicole, hai vinto un maxi frullato di banane, gelato e panna.”
Mi stizzì sentirmi definito solo come il suo “datore di lavoro”. Solo? Speravo in qualcosa di più… intimo? E constatai che, coi rischi che le facevo correre, la pagavo una miseria. Un avido schiavista! Mi strinsi ancor più a lei. Entrammo quasi abbracciati nel bungalow. I GI's smisero di rumoreggiare e la guardarono muti. Pensai: ecco un modo per non dare nell’occhio! La spogliavano con gl’occhi. La cosa m’infastidiva, ma cosa potevo farci... se lei era una Venere ammaliatrice! Ordinammo le consumazioni; per trovare posto sull’affollata veranda dovemmo disturbare un gruppo di GI di colore occupanti un lungo tavolo di ferro col piano di linoleum ricoperto di bottiglie e lattine di birra vuote.

“Scusate ragazzi, possiamo avere l’onore di sedere al vostro tavolo?”
Nicole si scusò e disse di dover andare alla toilette. Mi presentai loro:
“Piacere, Robert Braun, corrispondente free-lance del New York Times.” Tesi la mano al caporale; pareva essere il “Boss” della banda di fratelli neri.
“Piacere, fratello, caporale Samuel Washinghton, caposquadra mitragliere. Permetti che ti presenti la band di canaglie.” Me li presentò tutti e undici. Uno, il caporale Olmos, non l’avevo notato da tant’era piccolo, era un esule cubano. Samuel aggiunse sorridendo:
“Sì, Olmos è la nostra pecora nera. Ma dobbiamo tenercelo e sopportarlo, altrimenti lo stronzo minaccia di denunciarci per razzismo!” La squadra rise alla faccia di Olmos che distribuì undici alzate di mano a medio eretto. Samuel riprese. “Scusa l’invadenza, fratello bianco: dove hai scovata quella pollastra coi controfiocchi? Non è di Da Nang? Enno’, quella è una sublime carrozzeria da Saigon! Un articolo davvero di Gran Lusso! Quanto t’invidiamo, fratello, noi, povera carne da cannone buona solo per il tritacarne della jungla!”
“Be’ Samuel, mi ‘spiace deluderti, e mi ‘spiace ancor più per me, ma la signorina Ndjem è solo la mia interprete.”
“Sì, vabbé, fratello. Okay, okay, ti crediamo... Ma dai, raccontacene un’altra, di balla!... Perché, se non è la tua pupa, bada che noi innestiamo la baionetta e partiamo all’assalto!”
“Okay boys, faccio di tutto per farla innamorare, ma con scarso successo. Se permettete offro un giro di birra, o qualcuno preferisce del latte?” Risi.
“Bravo, Rob’! Così ci piaci. Ma bada, poi dovrai subirti altri dodici giri di tavolo da noi offerti. Attento a non finirci sotto! Suvvia, vuol dire che ti daremo una mano a conquistarla. Sì, entro stasera ti faremo espugnare la paradisiaca postazione! Non è vero, ragazzi?...” E or se li squadrò arcigno.
“Oohhh! Uuups! Come tu comandi, daddy Samuel.” Risero all’unisono.

Sì, già mi piacevano quei simpatici folli. Nicole tornò.
“Ragazzi, permettete che vi presenti la signorina Nicole Ndjem.” Li conquistò col sorriso. Passammo tre ore a conoscerci. I dodici ragazzi, appena tre anni più giovani di me, rappresentavano l’America più povera, quella dimenticata dei quartieri degradati e delle realtà sociali più drammatiche. Chiamati a forza alle armi dalla leva, erano stati sbattuti in Vietnam a combattere la sporca guerra del ricco uomo bianco. Una situazione che ben conoscevo. Martin Luther King sperava: “I have a dream”; loro non potevano permettersi il lusso di sognare alcun miglioramento sociale: l’America, la mia amata America, non sarebbe mai stata anche la loro; erano figli di un Dio Minore. ‘Pur sopravvivendo all’inferno del Vietnam, sarebbero tornati nel patrio anonimato e avrebbero dovuto cavarsela con salari da fame. Era una realtà terribile, ma non potevo fare nulla per cambiarla. Perché mai, io, agiato white-man avrei dovuto farlo?... In fondo al mio DNA ero identico agli uomini contro i quali al NYT avevo intrapreso la “Mia Crociata”.
Volli conoscerli più a fondo. Scoprii che Samuel e Luther, avevano la mia stessa passione per la storia; e Antonio, Mike e Mark quella, - “insana” la definiva Erika -, delle armi da fuoco; l’avevo sempre avuta, ma l’avevo ampliata conoscendo la povera Sarah il cui padre, Otto, aveva una smisurata collezione, che ora curavo io, a New York. Lì a Da Nang, ‘pur appartenessimo a classi sociali agl’antipodi, era bello stare con loro; anche se in patria probabilmente le “convenzioni” ce l’avrebbero impedito. Ad un tratto, unii il dilettevole all’utile e andai all’assalto:

“Ehi, Samuel, è vero che vi concedono tre giorni di licenza R&R se riportate sei prigionieri VC al comando di compagnia?”
“Esatto. E’ grazie a 72 POW VC se ci siamo conosciuti. Be’, Antonio, Sammy e Mike non hanno catturato nessuno, ma avevamo Gooks esuberanti, potevamo escluderli dalla gita a Da Nang? E poi, mica sappiamo se quelli erano VC, o solo dei poveracci di contadini cenciosi… capitati nella risaia sbagliata al momento inopportuno? Siamo GI’s e non investigatori. Comunque, meglio POW che morti. Scusi il crudo linguaggio, miss Ndjem. Non era mia intenzione offenderla... Ovviamente, nemmeno io volevo combattere la fottuta guerra dei bianchi!... Ma potevo forse saltare la coincidenza aerea a Travis? E farmi sbattere nel carcere militare di Leavenworth? In una lercia galera d’Alabama pullulante di klansman del Ku Klux Klan?... Be’ meglio quest’inferno che quello!”
“Oh, non devi scusarti, Samuel, ti capisco perfettamente.”
“Inoltre”, continuò Samuel, “è stato istituito il conteggio dei morti VC. Inventato da Westmoreland? E così la statistica e scesa sul campo di battaglia, forzando la mano ai comandi di divisione. Non so se mi spiego: se un comandante di battaglione si accorge che la sua unità non ha mantenuto il conteggio previsto statisticamente, gli viene una crisi depressiva. Per pareggiare la macabra contabilità, mette sotto pressione crescente i comandanti di compagnia; li costringe ad aumentare le uscite notturne di pattuglia LURP: e così cresce esponenzialmente il rischio di morire inseguendo il target d’una fottuta statistica! E tra i GI’s non c’è nessuno disposto a morire in questa guerra di merda! In breve i nervi dei fanti, ma anche di capisquadra, plotone e compagnia saltano. E finisce che si spara su una colonna di contadini tornanti dai campi, o su dei ragazzini cercanti cibo o di recuperare i bossoli sparati per venderli e sopravvivere. E mi viene l’atroce dubbio che qualcuno, non riuscendo ad accumulare i morti previsti, se li procuri, in un modo o nell’altro. Sì, le mie parole possono apparirvi folli, ma è la verità. Ora però, scusate, non voglio più parlar di guerra. Domani torniamo in linea. Beato Antonio. Gli mancano solo due mesi di questa merda fottuta. Prosit. Alla salute di Antonio. Lunga vita a te; che tu possa conquistare una stupenda e dolce cavallina mora da domare... e avere una numerosa e chiassosa prole, fratello mio...”

Pranzammo con loro sotto alla veranza di mama-san Linn. Dopo tre ore ci salutammo, già da amici. Scambiati gli indirizzi, quelli in Vietnam e quelli in patria, lasciammo la squadra della 25^ divisione di fanteria: Samuel, Luther, Mark, Antonio, Mike, Sammy, John, Robert, Spike, Lukas, Anthony e Harold. Tornammo alla spiaggia per reimbarcarci. Ma il sampan era sparito; e anche gli altri due più grandi: l’MP aveva forse finito di godersi la birra e gli ananas estorti, e li aveva scacciati? Violando i taciti patti di non belligeranza?
“Che facciamo adesso?” Mi domandò Nicole.
“Nulla, usciamo dal cancello principale.”

C’eravamo quasi riusciti. Con no-chalance superammo il cancello d’accesso alla spiaggia R&R. Raggiungemmo il posto di blocco successivo, l’ultimo. I militi MP, vedendoci avanzare sicuri ed essendo io occidentale, ora davvero abbracciati per sceneggiare, non venne il dubbio di fermarci e chiederci i documenti. Loro compito era controllare chi entrava a China Beach, e non chi ne usciva. All’ultima barriera salutammo i due caporali, guardanti Nicole a bocca aperta. Ricambiarono con mielosi sorrisi.
“E’ fatta!” Sibilai. Accennai a un taxi in attesa; sgommò verso di noi. Udimmo un urlo alle nostre spalle.
“Ehi, avete controllato quei due?... Come sarebbe a dire che stavano lasciando l’R&R Zone?... Bloccateli, idioti!”
Ci voltammo e vedemmo l’ufficiale dei parà giungere; era quello che ci aveva respinti il giorno prima. Ci raggiunse di corsa con i due MP, ora impugnanti le Colt 1911-A1, e ci intimò minaccioso:

“Ve l’avevo detto di non ritentarci. Siete in arresto!”

...Continua su questa stessa pagina con la parte 2^...


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MessaggioInviato: Dom Dic 14, 2008 11:27 pm    Oggetto:  La Montagna delle Scimmie (parte 2^)
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Rispondi citando

“ The Monkies Mountain ”
“ La Montagna delle Scimmie ”

Parte 2^



Saigon, South Vietnam
United States Embassy
CIA Laison Office
18:05 Zulu, August 07th 1967

Il colonnello Green telefonò al generale Westmoreland.
“Buonasera, Signor Generale. Sono Green. La chiamo per informarla che il - pacco - s’è già inguaiato. Sì, di già. L’hanno arrestato a Da Nang, dopo che era riuscito a forzare i posti di blocco ed entrare a China Beach. Crediamo per incontrar qualcuno. Abbiamo bloccato le uscite. Setacciamo la spiaggia, interrogando tutti. Scopriremo con chi aveva il rendez-vous, e ‘sì importante da rischiare il tutto per tutto. Sono d’accordo con lei, Signore, potrebbe trattarsi nuovamente di spionaggio a favore del nemico. Dal fascicolo che ho letto, emerge netto il profilo del traditore comunistoide. Il tenente Smith, nostro agente aggregato alla 101^ divisione, l’ha colto in flagrante mentre tentava d’allontanarsi con l’interprete, tale Nicole Ndjem, studentessa a Saigon a quanto pare. Si, Signor Generale, ora sono detenuti nella sede locale dell’MP. Come? Ah, sì, bene, capisco, Signore. Concordo con Lei. Saranno più al sicuro nella sede locale dell’Agenzia. Provvederò a farveli trasferire, in attesa che arrivino i miei uomini da Saigon per interrogarli.
La saluto, Signore. La richiamerò stasera.”

Da Nang, South Vietnam
Military Police Headquarters
21:00 Zulu, August 07th 1967

Il tenente della 101^, ormai dubitavo che lo fosse, - mi puzzava di CIA! -, tornò al comando dell’MP.
Venne dritto verso le celle. Ci avevano rinchiusi separati, divisi da un corridoio, potevamo vederci e parlare. Un MP ci aveva ammoniti a non tentare di passarci oggetti, ma ci avevano già perquisiti e ripuliti di tutti gl’oggetti, fazzoletti compresi! Le celle erano rettangoli formati da sbarre d’acciaio infisse a pavimento e soffitto al centro di uno stanzone, tenute sotto efficace controllo visivo incrociato da due GI armati di M-16. Il “tenente” era accompagnato da un brutto ceffo in borghese, vestito così in disordine che pareva essere appena uscito dalla centrifuga di una lavanderia a secco.
“Nicole, sta tornando il tenente Smith con un brutto ceffo dalla faccia di uno che ha appena scontato l’ergastolo! Che brutta cera. Ispira davvero allegria. Ecco, potrei chiamarlo Allegria!”

E scoprimmo che “Allegria” non parlava mai. Era muto? Smith ci consegnò, con tutti i documenti e oggetti personali, toltici dall’MP, in scatole di plastica trasparenti riportanti all’esterno elenco riepilogativo. Notai che non avevano sequestrato le due macchine fotografiche né i rullini già impressi. Se mi ritenevano un pericoloso sovversivo, aveva un senso tutto ciò? “Allegria”, raggiunto e attorniato da due gorilla, ci portò via ammanettati. Fuori era buio. Attraversammo in auto Da Nang sino alla periferia ovest, vicini al mare nei pressi di Le My. Un pesante cancello in ferro battuto s’aprì. Entrammo nel parco d’una villa ottocentesca. L’ingresso era un corpo di guardia. Ci fotografarono, di fronte e profilo, con lavagnette riportanti un numero di matricola, nel mio caso il 65834, e la data, scritte col gesso bianco... come coi criminali. Senza proferir parola, entrati nella villa la porta scattò dietro di noi. Ci tolsero le manette. Fatti salire due piani di scale ci rinchiusero insieme in una cella. Mi guardai intorno. Ricavata dividendo una stanza, quattro metri per tre con grate d’acciaio alla finestra. La raggiunsi e vidi Da Nang by night e la baia con trasporti militari e petroliere ancorati alla fonda in attesa d’entrar nel sovraffollato porto e scaricare. A quattro chilometri sulla sinistra le luci del grande deposito petrolifero della Esso di Lien Chieu. Tornai da Nicole.

“Dove siamo, Robert?” E, soprattutto, chi sono questi brutti ceffi asociali? Mi incutono davvero timore.”
“Non so dirti esattamente dove siamo, Nicole... Periferia ovest di Da Nang. E i tipacci qui fuori, credo che siano della CIA.”
Nicole chiamò i carcerieri. Doveva andare in bagno. Nessuno rispose. Notammo il secchio di ferro sotto al lavandino. Preparai un separé, un lenzuolo delle brande da campo fissato ad un chiodo nella parete e una scopa alla finestra. Potè soddisfare i suoi bisogni. Indi mi appartai io. Quando finii, s’era rinfrescata con l’acqua fredda del lavandino e con un pezzo di sapone da bucato. Feci altrettanto. Poi, mi buttai sulla branda addossata alla parete di destra che scricchiolò sinistramente. Il materasso era lercio e sfondato.
Esausti, ci assopimmo. Fu un sonno senza sogni.

Saigon, South Vietnam
United States Embassy
CIA Laison Office
23:05 Zulu, August 07th 1967

Il colonnello Green lesse il rapporto dei servizi segreti sud-vietnamiti appena giunto tramite una staffetta motociclista. Parlava correntemente il vietnamita, il fascicolo era classificato “Top-Secret”, non voleva traduttori a ronzargli attorno.
La scoperta lo lasciò sbalordito. Afferrò il telefono.
“Scusi se la disturbo, Signore... Ehm, sì, effettivamente sono ancora in ufficio... Grazie, Signore, è mio dovere. Ma la chiamo in quanto sono appena venuto a conoscenza di una notizia che ha dell’incredibile... La ragazza che le ho accennato essere stata fermata con Braun, la sua interprete... ebbene, Signore, lei stenterà a crederci, ma abbiamo degli sviluppi che vanno ben oltre le nostre migliori aspettative d’ipotesi... Ah, sì, bene, Signore, vengo al dunque, mi scusi: la ragazza è la figlia del generale Minh!... Esattamente, Signore, quel generale Minh, il capo di stato maggiore dell’NVA, il criminale Esercito del Popolo del Nord Vietnam! Sì, sì, ne sono certo. Sto scorrendo copia del fascicolo inviatomi dai servizi segreti di Saigon, relativo alla madre deceduta della ragazza, tale Esther Murat-Ndjem. Sissignore, glielo fotocopierò di persona, immediatamente, e glielo porterò io stesso, domattina in ufficio... Intanto, stanotte le preparerò una relazione riassuntiva del fascicolo stesso, in quanto si tratta di almeno duecento pagine di rapporti successivi scaglionati nel tempo. Intanto, se lei telefonerà per autorizzarmi, ritirerò al comando dei servizi segreti dell’Esercito anche il fascicolo relativo al generale Minh Ndjem. Sissignore, concordo con lei, abbiamo scoperchiato il calderone giusto... Stavolta travolgerà quel bastardo del NYT!... Le auguro la buonanotte, Signore.
Green riattaccò. Posò soddisfatto il fascicolo sulla scrivania. Slacciata la cravatta della camicia e accesa una Camel, sibilò vittorioso:
“A noi due, cazzone! Sei fottuto!”

Da Nang, South Vietnam
Secondary CIA Building
06:05 Zulu, August 08th 1967

Non so dire per quante ore dormimmo, dato che non avevo più l’orologio. Mi alzai dolorante a causa del materasso duro, infreddolito dato che m’ero tolto la giacca havana di lino, non m’ero coperto col lenzuolo e lasciata la finestra aperta. Mi rinfrescai la faccia con l’acqua fredda e andai alla finestra.
L’alba. Il sole sorgeva da dietro le montagne dell’interno. Ero certo, ci trovavamo in una sede CIA. La grande villa a tre piani costruita dai francesi era in pessime condizioni. Nel giardino, mal curato e infestato da erbacce, non vidi nessuno. Notai che nella notte erano giunti due pulmini Volkswagen targati Saigon. Era il team dell’Agenzia giunto per interrogarci? Udii voci al primo piano. La luce era ancora accesa. Era il salone. Diverse persone vi facevano colazione. Dalle finestre spalancate udii rumore di stoviglie. Riscrutai il vasto giardino. Vidi due sigarette accendersi sotto un pino marittimo. Aguzzai la vista. Visualizzai le sagome di due guardie in abiti civili armate di M-16A1. Dalla villa uscirono altri due civili armati di M-1 carbine. Iniziarono un evidente giro d’ispezione. Dovevano essere circa le sei. Le sigarette vennero spente in un lampo. Le guardie corsero nelle rispettive postazioni. La sorveglianza non era un granché. Avvertii il languore allo stomaco... Anche le caramelle mi avevano tolto, quei cazzoni! La voce di Nicole mi distolse.

“Robert, sei già sveglio? Ma che ore sono?”
“Sono circa le sei. La villa si sta risvegliando. E c’è una novità: due pulmini targati Saigon giunti stanotte. Hanno corso come forsennati, o erano già in zona. Credo che sia il team della CIA... quelli che dovranno interrogarci...”

Si alzò. Venne alla finestra e vide i Volkswagen. Deglutì. Era come se... come se solo adesso recepissi che, più che aver paura nascondesse qualcosa... o qualcuno nella sua vita... Suo padre? Dalla morte della madre, se ne era messa in contatto?... Se era diventato un pezzo grosso di Hanoi, un eroe, stando a quanto asserito da Madame Trang, di certo aveva collegamenti VC a Saigon. E forse non era vero che si era completamente disinteressato della sua famiglia del sud... E capii che, accettando l’impiego, il doversi venir a trovare sotto torchio da parte della CIA, Nicole non l’aveva messo in conto. Mi guardò. La rassicurai. Ero in grado di farlo? Analizzai la mia posizione. Rabbrividii: assumendola, senza nemmeno pensarci un attimo, avevo cacciato la testa nel cappio!... Ed ora, i bastardi della CIA si sarebbero inventati chissà quale frottola, che mi collegasse a suo padre ad Hanoi, pur’ di fottermi!

“Non temere, Nicole, non abbiamo commesso reati. Appena viene Allegria, esigerò di telefonare a Saigon. Non può negarmelo. Il rappresentante legale del NYT verrà a recuperarci. Procureremo una grana a questi imbecilli, incapaci e ottusi. Vedrai, il caro Allegria diverrà ancor più allegro... e spettinato!”
Riuscii a farla sorridere. Forse inavvertitamente, o forse per la stanchezza, non l’aveva mai fatto prima, mi appoggiò la testa sulla spalla della camicia senza maniche. Sospirò, senza nulla dire. Ne avvertii la tensione. E avvertii la carezza serica dei suoi lunghi capelli, sciolti dalla lunga treccia per rinfrescarsi. Mentre stavo per parlarle, forse per dirle qualcosa che avevo sempre pensato, sino dal primo istante che l’avevo vista, ma che non le avevo mai detto... fu come se il cielo s’incendiasse...

Sulle prime pensammo a fuochi artificiali. Ma poi, capimmo e ne tremammo. Razzi Viet Cong! Bombardavano il deposito della Esso, tirando dalla zona di Cu De. Impossibile che il forte presidio di Da Nang, quasi tutta la 1^ Marine Division, reparti minori dell’US Army e dell’USAF, avesse il nemico ‘sì alle porte della città! Ai piani bassi gente correva alle finestre. Nel parco guardie urlavano. Udimmo voci vietnamite: erano cuochi, supporter locali della CIA, informatori, membri dei servizi segreti vietnamiti? Fummo distolti dal tetro spettacolo pirotecnico. Non era solo una azione di disturbo; era un attacco in forze. Da Nang si risvegliò. Mitragliere antiaeree rafficavano rosari di proiettili traccianti verso Cu De. L’artiglieria dei Marines tuonava da postazioni interrate a difesa dell’aeroporto. Ma il tiro di controbatteria era fiacco e sparso. I Marines colti di sorpresa! Il tiro dei lanciarazzi, ora anche di mortai pesanti e medi, si spostava verso di noi. La barriera di fiamme avanzante aveva già superato Le My. Stava per raggiungerci come un terribile rullo compressore. Al tremare di muri e vetri, le urla di terrore nella casa e nel parco aumentarono. Il panico dilagò. Tre civili, occidentali, uscirono di corsa dalla villa; balzarono su uno dei Volkswagen e fuggirono, imboccata la strada in discesa direzione ovest, verso il mare... Idioti! I folli omuncoli CIA, imboscati a Saigon, correvano dritti tra le fauci del drago!

La trascinai nell’angolo della stanza dante sul corridoio interno. Addossai le brande metalliche al muro; ammucchiai sopra i materassi e ci riparammo sotto. Le prime salve di razzi piombarono sulla zona. La villa tremò sin nelle fondamenta. Un razzo Katiusha esplose in cortile. La finestra fu divelta con un sordo schianto. Vetri e calcinacci ci arrivarono sui piedi sotto le brande e si piantarono nel muro sopra di noi. Fumo nero, denso e soffocante invase la stanza. L’intonaco del soffitto si sgretolò. Il pavimento ci sobbalzò sotto i piedi. Crepe si aprirono nel muro. Proteggemmo le vie respiratorie con i fazzoletti bagnati. Non si vedeva quasi più nulla. Sentii sibilare tre salve di razzi katiusha in arrivo sul parco. E giunsero anche le bombe di mortaio da 120 e 82 millimetri. Tre esplosero in giardino e due sul tetto della villa. Il muro con la finestra crollò con fragore nel piazzale... Eravamo uno degli obiettivi! Eravamo in trappola! E ricordai un articolo di Time: dopo il bombardamento i Viet Cong attaccavano sempre gli obiettivi con la fanteria!... Oh Cristo!...
I pigiami neri stavano arrivando!!!

D’improvviso il fuoco cessò. Non più alcuna voce, né invocazioni d’aiuto.
Probabilmente erano tutti corsi a ripararsi in cantina. Aumentò l’odore acre del fumo su di noi. Fuori udivamo le fiamme crepitare violente. Il tetto bruciava! Eravamo rinchiusi, dimenticati nella fornace! Uscimmo da sotto le brande. Battei i pugni contro la porta d’acciaio. Tentai d’aprire lo spioncino. Sprangato. Invocai aiuto. Dopo pochi attimi di silenzio, con l’infernale sottofondo delle fiamme crepitanti consumanti la villa, udimmo un’esplosione al pianterreno. Tememmo che riprendesse in bombardamento. Udimmo di nuovo urla e gente che correva al piano terra. Tremai. Corsi alla breccia nel muro. Guardai di sotto tra il fumo: troppo alto per calarci. D’improvviso, come vomitate dal fitto parco, un’orda di figure nere urlanti invase la villa. Una sentinella fu falciata. Udimmo solo urla e raffiche al pianterreno, e poi anche al primo piano. Una voce strillò sul pianerottolo e il corridoio antistante la cella. La spinsi sotto le brande. Qualcuno aprì cauto lo spioncino di ferro. Occhi a noi invisibili scrutarono dentro la cella. Udimmo un clang. La porta si aprì.

Per vincere il fumo, ombre entrarono con torce elettriche. Fasci di luce baluginanti m’inquadrarono. In due o tre, urlanti, mi balzarono addosso. Mi bloccarono le mani dietro la schiena. “Se ti picchiano, non reagire, Robert!... Non farlo mai, per Dio!” Mi aveva pregato Simon, memore della sua dura, pluriennale esperienza vietnamita. Non opposi resistenza. Erano nani, ma le loro mani erano morse d’acciaio. Uno mi costrinse a inginocchiarmi con un colpo alle reni col calcio dell’SKS-45. Mi piegai dal dolore. Mi legò brutalmente le mani dietro la schiena col fil di ferro. Subii passivo. Un’ombra s’accorse di Nicole. L’afferrarono. Urlò di terrore. Tentai di divincolarmi. Mi colpirono ancora. Ricaddi in ginocchio. Una mano mi afferrò per i capelli. ‘Pur nel fumo, vidi l’ombra estrarre l’arma dalla fondina. Armò il cane e me la puntò alla nuca... Ero morto! Stesa a terra, Nicole comprese il dramma e urlo ancor di più. La presero, schiaffeggiarono e buttarono a terra... Quelli erano bestie feroci!

D’improvviso, un’altra ombra entrò dalla porta spalancata alle mie spalle. Urlò un ordine ai bastardi che stavano per farmi fuori. Lasciatomi cadere a terra, risposero all’unisono. Mi voltai. Alla tenue luce d’una lampada a petrolio, vidi due stivali uscenti dalla stanza. Le bestie ci trascinarono fuori a calci. Zoppicavo a causa di una tardiva bastonata ritorsiva sferratami dal verme più basso, il più cattivo dei tre aguzzini. Mentre scendevo i gradini traballante, il sadico si divertiva a pungolarmi con la baionetta della carabina Moisin-Nagant-44 per farmi correre. Tra il fumo non vidi più i gradini. Caddi. Urlante, uno mi colpì sulla testa con la canna di un datato revolver Lebel.
Avertii il sangue colare. Mi alzai e, lasciata la villa ardente, ripresi a correre attraverso il buio parco di pini con Nicole ansimante al mio fianco.


Northern Regions of South Vietnam
Hills at South-West of Da Nang
06:35 Zulu, August 08th 1967

Ci sospinsero di corsa fuori dalla villa devastata, sempre più lontano, col sole alle spalle... sempre più di corsa... sempre col sadico nano attaccato al culo com’una zecca a punzecchiarmi.
Fuggimmo di corsa per oltre un’ora. I VC che ci sospingevano brutalmente in avanti avevamo un preciso piano di fuga e di esfiltrazione da Da Nang. Incolonnato, correndo sempre a testa bassa, non vedevo più Nicole dietro di me. Non osavo voltarmi... il bastardo non aspettava altro. Temetti per la sua vita. In quanto vietnamita non gli serviva come merce di scambio. Poi la udii urlare. Stavo per alzare la testa, e voltarmi, incorrendo così nelle ire del nano malefico che mi ingiuriava a getto continuo, quando lei lo scostò da me con uno spintone. E lui non reagì. Rimase amorfo e poi, con un brusco gestaccio e forse una gutturale bestemmia viet, la lasciò fare. Mi si affiancò e mi sostenne. La vidi più forte di me, sia moralmente che fisicamente. Tentò di sorridermi.

“Oh, Robert, Gesù, quanto sanguini!” Tentò di fasciarmi la testa col foulard che s’era tolta, ma il sadico nano urlò un veto. Glielo strappo di mano e lo buttò a terra, nella polvere, ridendo e calpestandolo con disprezzo... Poi, l'additò con disgusto e l’udii sibilare in vietnamita una delle poche parole che avevo imparato:
“Puttana!”
Lo fissai con rabbia omicida e la cosa lo fece ridere ancor di più. Mi sputò addosso e, mimato il gesto della copulazione, fece scorrere l’indice sulla gola. Nicole gli urlò qualcosa, ma lui con la mano le fece un distratto cenno di starsene zitta, se voleva vivere ancora per un po’. Rise.

Stavo per mettergli le mani attorno al collo, quando la voce del suo capo, la stessa della villa che riconobbi, mi salvò ancora la vita. Era tornato indietro, risalendo la lunga serpentina. Urlò al nano che stavamo rallentando la colonna in disperata fuga. Riuscii a vederlo in volto solo di sfuggita; un raggio dl sole filtrante dalla fitta cappa di vegetazione m’accecò. Fece dietrofront. Sudatissimo, tornò di corsa a guidare la testa del serpente in rotta di scampo. Il sadico si imbelvì con me all’onta del richiamo subito. Sferratomi un calcio, mi sibilò in inglese biascicato:

“Tu fatto umiliare me da colonnello... Tu morto!” Ripassò minaccioso l’indice a scorrergli sulla gola. Ma poi lasciò che Nicole mi sostenesse. Le urlò bestemmie affinché mi facesse correre. Per quanto altro tempo corremmo non so. Nella maratona forzata mi mancò il fiato. Tolta la giacca l’annodai alla vita. Era giorno. Udii vicinissimo il sibilo lacerante di un jet. Alzai gli occhi, laddove la vegetazione era meno fitta; vidi un F-100D, bassissimo, e poi un altro. E il rombo dei contenitori di Napalm esplodenti trecento metri davanti a noi. Nonostante gli alberi, che ne avevano smorzato la virulenza, la vampata c’investì. Colpivano la testa del serpente in fuga. L’arrivo della cavalleria non mi risollevò per nulla. La caccia ai VC era aperta: tra l’incudine e il martello! L’aver risollevato la testa mi costò una bastonata. All’urlo di un ufficiale, il nano e gli altri due ci spinsero in un canale d’irrigazione. Ci ritrovammo a correre affannati nella melma sino alle ginocchia.

Scivolammo nel fango. Riuscimmo a sostenerci a vicenda. Evitai altre botte. In un attimo di pausa della colonna la guardai negl’occhi. Era stanca anche lei, davvero spossata. Mi ripulii il fango e il sangue coagulato dal viso. Sorrisi stentato e le sibilai:

“Scusami, Nicky, per averti trascinata in questo casino.”
“Non pensarci, Roby. Ora pensiamo a come uscirne vivi.” Mi sorrise e carezzò la guancia infangata... E mi aveva chiamato affettuosamente Roby, al sentirsi chiamare Nicky... E il più dolce sorriso che m’avesse mai donato... Mi ridiede la forza di correre.

Verso le otto mi ripresi un po’, ‘pur nel ritmo incalzante della marcia forzata. Ero digiuno da sedici ore. Entrammo in una radura. Guerriglieri VC riposavano sotto le piante, poche decine. La colonna s’era smembrata. Solo dieci minuti. La fuga riprese. Sentieri celati. La boscaglia s’infittì. Ci ritiravamo verso l’interno. Da Nang era a ovest. Le tenevo la mano. Guardavo il terreno, per evitare che il nano si accanisse ; non mi bastonava da mezz’ora, non l’udivo più... l’aveva arrostito il Napalm? Sperarlo sarebbe stato chieder troppo al Fato. Avvertii qualcosa aleggiare in aria: non era un odore, era una sensazione. D’improvviso Nicole mi lasciò la mano. Tenendo lo sguardo a terra, l’udii parlare in vietnamita. Chiedeva le bende al nano? Le aveva impedito di fasciarmi col foulard? La ferita sanguinò ancora. Mi passai la mano nei capelli sozzi di sangue coagulato e di fango. Sussultai alla fitta, sfiorando il taglio nel cuoio capelluto. Mi parve uno squarcio enorme. Una terribile emicrania. Rassegnato, mi soffiai il naso con la mano e me la pulii nella giacca annodata alla vita.

Il consiglio di Simon s’era rivelato vitale: se catturato, avrei dovuto dimostrarmi sottomesso e timoroso dei VC. Ciò li avrebbe convinti della loro onnipotenza, permettendomi forse di vivere. Sino ad ora aveva funzionato, orgoglio ferito a parte. Azzardai. Levai gl’occhi e rividi gli stivali marroni che mi avevano salvato la vita nella villa graziandomi dal colpo alla nuca.

Il sole filtrante tra i rami m’accecò. Lo vidi. Aveva un passamontagna di tela coprente la faccia. Desideravo vedere il volto del mio salvatore; ma capii: era meglio che non potessimo identificarli, dato che poteva essere gente normalmente circolante per le vie di Saigon e Da Nang... forse non saremmo morti. Lo ringraziai con un sorriso e un cenno del capo. Si chinò, per quanto fosse piccolo e stando io acquattato a terra, e mi porse una borraccia militare, una fetta di lardo e un pezzo di pane nero Li accettai. Lo ringraziai. Mi salutò portando la mano alla visiera del casco coloniale di sugero e tela verde eredità dei francesi. Se n’andò. Urlò qualcosa al nano, appostato al nostro fianco come un ragno in agguato; il mostriciattolo scattò sull’attenti e grugnì’. Ordine di lasciarmi in pace? La bestia non mi tormentò più, limitandosi a punzecchiarmi con la baionetta del Moisin M-44 quando rallentavo.

Nicole mi sorrise. Inutilizzabile il foulard, se non lavandolo in pozze putrescenti, estrasse un fazzoletto rosa di cotone ricamato. Il nano e il suo sgherro risero; mimarono che ero una femminuccia smidollata. Nicky li arringò di zittirsi. Alzarono le spalle; mangiavano addossati a un albero, tenendoci sotto tiro. Nicky inumidì un fazzoletto con acqua di una borraccia, Mi ripulì delicatamente la ferita alla testa. Urlò qualcosa al nano. Si alzò. Sbuffante, venne verso di noi. Illuminato da un raggio di sole, lo vidi in tutta la sua ripugnante bassezza. Grugnì da sotto il passamontagna. Nicky chiese bende e disinfettante. Lasciati in custodia del suo vice, un ragazzino mascherato d’una quindicina d’anni armato di PPS-43, andò a cercare un kit di medicazione; dubitai che i VC l’avessero. Io e Nicky ci dividemmo il rancio Viet Cong.

Saigon, South Vietnam
United States Embassy
CIA Laison Office
08:05 Zulu. August 08th 1967

Il colonnello Green telefonò al generale Westmoreland.
“Buongiorno, Signor Generale. Sono Green. E’ accaduto un grave incidente a Da Nang. La nostra sede secondaria è stata attaccata dai VC. Tutta la città è stata sottoposta ad un attacco in massa con l'uso di mortai e lanciarazzi. Il nostro personale è stato massacrato, compreso il Team che avevamo inviato per l’interrogatorio. Sì, concordo con lei, è davvero una rogna. Il problema è che i Marines del 5° Reggimento non hanno trovato i corpi del pacco e dell’interprete. Se non li ritroveranno nei pressi della villa, eliminati con un colpo alla nuca, temiamo che li abbiano catturati. No, Signore, non li abbiamo fatti comparire negli elenchi delle vittime. Sì, d’accordo con lei, Signore, noi non li abbiamo mai arrestati. E può essere che i VC sbrighino il lavoro sporco al posto nostro. La saluto, Signore. La chiamerò nel pomeriggio per il rapporto di routine.”

Northern Regions of South Vietnam
Hills at South-West of Da Nang
08:45 Zulu, August 08th 1967

“Dove credi che ci stanno portando, Roby?”
“Lo ignoro, Nicky. Credo sulle colline, laggiù, nella loro base.”
Continuavamo a chiamarci coi vezzeggiativi. Ci piaceva.

Avevamo appena mangiato l’ultimo boccone che il nano tornò trafelato, senza né bende né disinfettante. Ringhiò alla recluta di farci muovere. E questa mi spronò urlante col calcio rabbioso nello stomaco. Mi alzai traballante e vomitai il cibo rancido. Seppi riderne con Nicole:
“Meno male, Nicky, la schifezza era pesante!” I morsi della fame ripresero ad attanagliarmi lo stomaco dolorante. Sorrise stentata. La vidi esausta. Salimmo a serpentina tornanti di colline, una dopo l’altra.

D’improvviso si scatenò la sparatoria alle nostre spalle, a non più di un chilometro nella jungla. La retroguardia impegnava i Rangers di Saigon lanciati sulle nostre tracce. Le prime armi furono RPD, Ak-47 e lanciarazzi RPG-2. I sudisti dell’ARVN erano caduti in trappola. Fuoco di Kalashnikov, dirompente ma breve. Ancora poche raffiche di fucile mitragliatore RPD di copertura, e poi solo il tiro rabbioso delle mitragliatrici M-60 e degli M-16. La retroguardia VC s’era già sganciata nella jungla. I Ranger, temendo nuove imboscate, si sarebbero fatti cauti. La colonna aumentò il passo. Distanziammo le scariche di fucileria sudiste. Udii esplodere, sopite per la distanza, le mine Claymore di preda bellica piazzate dai VC. Ora i Rangers avrebbero interrotto l’inseguimento per riportare a valle morti e feriti. Il contatto s’era interrotto, per nostra fortuna.

Dopo dieci ore di marcia, meno forzata della precedente, raggiungemmo la base VC, sei misere capanne di bambù dal tetto di paglia celate dalla folta vegetazione alla base di un monte. Dal sole dedussi che erano le diciannove. Ci scaraventarono in una grotta ingombra di casse vuote di munizioni. Senza dire parola, ci incatenarono alla parete. I due sadici sgherri-custodi ci odiavano di cuore, glielo si leggeva in volto, io l’oppressore e Nicole la traditrice. Catene rugginose permettevano di muoverci di tre metri. Uscirono con le lanterne. Calò la tenebra. Un raggio di luce entrava da una fenditura nel soffitto della caverna. Lontano, non ci dava sollievo, né speranza, quali POW... sì, prigionieri di guerra, una guerra mai dichiarata, e di un esercito inesistente. La convenzione di Ginevra sul trattamento dei prigionieri non si poteva applicare nel nostro caso, lo sapevamo. Un paio d’ore e ci rassegnammo all’attesa snervante. Nessuno ci portò cibo o acqua. Dovemmo soddisfare i bisogni corporali lì dov’eravamo, ripulendoci alla meglio con paglia e foglie. Al limite estremo delle catene, scavai in terra una buca con le mani e dopo la ricoprii. L’antro puzzava come una cloaca, infestato di pulci, ragni e topi.
Stremati, senza più la forza di parlare, ci addormentammo subito.


Northern Regions of South Vietnam
Hills at South-West of Da Nang
Viet Cong Base
04:45 Zulu, August 09th 1967

Dopo l’ennesima notte tormentata fu il canto di un gallo a svegliarmi.
Nella notte avevano portato una lampada a petrolio. La stentata fiammella danzava a scandire lo scorrere della notte. Che ore erano? Senza alcun riferimento, se non il canto del gallo, dedussi che dovevano essere le cinque. Constatai che una mattiniera gallinella aveva scodellato un uovo sulla paglia accanto a noi. Lo raccolsi. Era ancora caldo... in vita mia non avevo mai preso in mano un uovo appena sfornato. Non avrei voluto svegliare Nicole. Pareva una bambina sognante. Respirava calma, le spalle coperte dal mio giubbotto di cotone e dal suo. Le posai dolcemente la mano sulla spalla. All’istante si svegliò. Scattò terrorizzata con le spalle alla parete rocciosa. Capì che ero io. Le mostrai l’uovo. Facendo attenzione, ruppi il tuorlo e glielo passai:

“Bevilo, Nicky, l’ha appena sfornato una gallinella VC.” Lo sorseggiò appena. Me lo ripassò. L’eliminai all’istante.
“Credo che siano quasi le cinque, Nicky. Fuori albeggia; le indicai la fenditura nel soffitto roccioso schiaritosi.
“Oh, Roby, come vorrei potermi lavare la faccia...”

Il campo si risvegliò. Venne un vecchio VC. Non aveva il volto mascherato. Ci porse due gusci di noce di cocco pieni di brodaglia giallo-verdognola, un cocktail di verdure ancor fumante. Bevemmo la mistura insipida; al calore dilagante nei nostri corpi ci sentimmo risorgere. La notte all’addiaccio aveva lasciato il segno. Il naso mi gocciolava. Il vecchio portò un secchio d’acqua. Potemmo bere e, finalmente, lavarci un po’. Restò’ a guardarci. Sorrise e annuì alla nostra sindrome da pulizia. Quando finimmo, senza dir parola, sempre gentile, raccolse il tutto e se ne andò. Lo sentimmo parlar con qualcuno appena fuori. Il giovane VC di guardia scostò il telo verde occultante l’entrata e sbirciò dentro per assicurarsi che a pancia piena non ci venissero idee di fuga. Lo riconobbi dal mitra, era lo stesso del giorno prima. Non più col volto coperto, un ragazzino grazioso... nonostante il calcio rabbioso sferratomi il pomeriggio precedente. Il fatto che si lasciasse identificare ci turbò. Sorrise e si ritrasse. Ricalò il telone, togliendoci la luce trasparente per un istante. Capimmo: non temevano più che li identificassimo... era bene o male... per la nostra salute? Non si comportava più da belva sanguinaria. Ora i VC si sentivano al sicuro, nel territorio che controllavano, ma in pianura molti avevano le famiglie e, quando vi compivano i devastanti raid, non volevano rischiare di farsi riconoscere dai compaesani militanti nell’ARVN, l’esercito sud-vietnamita, che si sarebbero vendicati trucidandone i parenti. Urlai al ragazzino:
“Ehi, dobbiamo lavarci. Mi capisci? Sento il rumore del ruscello”, mimai la cascata d’acqua, “chiedi al tuo capo di scortarci al fiume.” Entrò. Non capì. Nicole tradusse. Il ragazzo arretrò di scatto, come se l’avessimo schiaffeggiato. Scrollò ripetutamente la testa, a sottolineare l’impossibilità assoluta a concederci un bagno ristoratore.


...Continuerà su questa stessa pagina con la parte 3^...
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