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Sito Letterario & Laboratorio di Scrittura Creativa di Monia Di Biagio.

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La lunga guerra (romanzo fantasy di Laura Costantini)
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lauracostantini








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lauracostantini is offline 

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MessaggioInviato: Ven Ago 07, 2009 4:45 pm    Oggetto:  La lunga guerra (romanzo fantasy di Laura Costantini)
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Capitolo I (prologo)

C’è una domanda che, prima o poi, tutti i miei studenti fanno: “Come si fa a protrarre una guerra per 518 anni?”.
E io non so come rispondere. Mi appello solo al presupposto inoppugnabile che una guerra è stata effettivamente combattuta per 518 anni e che ne abbiamo tutta la documentazione. Il mio assunto di base è che, riproponendo le condizioni di allora, una guerra lunga mezzo millennio potrebbe combattersi anche a partire da oggi. Il segreto è nell’essere umano e un’analisi dell’aggressività umana non rientra nelle mie funzioni. Sono solo un professore di storia, titolare di una cattedra universitaria bistrattata in un mondo che risorge dalle ceneri della barbarie. O forse vi sprofonda di nuovo, volontariamente cieco e sordo ai moniti del passato. Il mio mondo anela alle macchine. Io non posso far nulla per soffocare questo anelito, se non ricordare. Ricordare anche per chi non vorrebbe. Anche per chi non può, perché tenuto nell’ignoranza della logica e della tecnologia.
Sono qui per raccontarvi una storia che affonda le proprie radici in un passato millenario, che si tinge a volte di leggenda. La storia del mio mondo e di come rischiò di essere cancellato per sempre.
Probabilmente nessuno di voi ha mai sentito parlare di Oqrius. Non vi biasimo, le mie lezioni non sono mai molto affollate. Forse esprimerei meglio il concetto se dicessi che le mie lezioni sono sempre molto disertate. In ogni caso, Oqrius fu uno stato molto grande e molto forte. Oggi diremmo una superpotenza. E non vi stupisca il fatto che fosse governato da una monarchia. Ho notato spesso che la mentalità odierna associa la monarchia all’arretratezza. Niente di più sbagliato. Oqrius era un regno molto, molto progredito. Aveva un territorio vasto e ricco di risorse naturali. La casa regnante era molto attenta ai progressi della scienza e si era guadagnata fama di mecenatismo e liberalità. Non sto dicendo che tutto fosse perfetto. Come ogni società progredita, Oqrius aveva i suoi problemi di inquinamento, di criminalità, di disoccupazione. Si, direi proprio che non ci fosse allora, come ora, niente di nuovo sotto il sole. La casa regnante di Oqrius aveva la sua buona dose di difetti. Ma uno di questi era particolarmente... pernicioso. Si, direi che pernicioso è la parola giusta. I sovrani di Oqrius si erano convinti, nel corso dei secoli, di essere i difensori dell’ordine e della legalità nel mondo. Ancora una volta non dico niente di nuovo, vero? Lungi da me l’affermare la necessità dell’egoismo dei popoli. Ma se la monarchia di Oqrius non si fosse autoinvestita del dovere dell’altruismo, il mondo si sarebbe risparmiato la più lunga guerra a memoria d’uomo. O forse no?
Lungo i confini meridionali di Oqrius, si trovava lo stato di Neapyx. Una repubblica. Il fatto che oggi la forma repubblicana abbia prevalso sulle altre forme di governo non implica necessariamente che sia la migliore. A quei tempi, sicuramente, non lo era. Neapyx era uno stato turbolento, in continuo fermento. Il problema principale era l’oscillazione continua tra una repubblica presidenziale, piuttosto bellicosa, e una repubblica parlamentare, molto più tranquilla. Il territorio di Neapyx era, ed è, uno dei più belli del mondo. Foreste, laghi, sistemi montuosi e dolci colline, fiumi impetuosi e spettacolari cascate. Insomma, niente che tornasse utile all’agricoltura, all’industria, alla viabilità. Costruire una strada a Neapyx era quanto di più dispendioso si potesse immaginare a quei tempi. I sostenitori della repubblica presidenziale erano anche i sostenitori della necessità di ottenere da Oqrius il territorio di Melignon. Ottenere non è il termine esatto. Melignon era una palude enorme, un territorio insalubre e desolato, ed era sempre appartenuto a Neapyx. Ma Oqrius aveva i mezzi per bonificarlo e la repubblica, quella parlamentare, glielo aveva ceduto in cambio di un terzo della produzione agricola che ne sarebbe derivata dopo la bonifica. Era, più che altro, un contratto d’affitto. Oqrius tenne fede ai suoi impegni, i prodotti agricoli arrivavano regolarmente e tutti erano contenti. Ma Melignon non si rivelò fertile solo in superficie. Il sottosuolo era un brulicare di minerali indispensabili all’industria. Oqrius non aveva alcuna intenzione di dividere con la repubblica anche quelle risorse e ai parlamentari andava bene così. Non dovete pensare che il loro fosse un consenso prezzolato, non soltanto. La saggezza può a volte vestire la maschera della vigliaccheria. Oqrius approfittava della ricchezza di Melignon, ma da quella ricchezza ricavava anche smog nell’aria, veleni nei fiumi, malattie, scempio della natura. Neapyx era un paradiso e i parlamentari volevano che rimanesse tale. E non ne scapitava neanche la situazione finanziaria. Non dovete credere che io stia mancando al primo dovere dello storico, l’obiettività, per schierarmi da una parte o dall’altra. Lasciate che vi faccia un esempio: Oqrius aveva, a quei tempi, lo stesso potere di un grande capitano d’industria, e gli stessi problemi. Se Oqrius e Neapyx fossero stati degli esseri umani, il primo avrebbe avuto serie possibilità di morire d’infarto, dopo aver sofferto per anni di un’ulcera particolarmente aggressiva. A Neapyx non c’era potere, ma c’era denaro a sufficienza per garantire a tutti un’esistenza lunga, sana e piacevole. Ai presidenzialisti tutto ciò non piaceva. Rivolevano Melignon e tutte le sue ricchezze, in nome del progresso. E trovarono chi li appoggiò.
A nord di Neapyx e ad ovest di Oqrius, c’era il regno di Dafmor. Oqrius aveva il potere, Neapyx la bellezza, Dafmor aveva il mare. Il suo territorio era una striscia lunga e stretta di spiagge e scogliere protese sull’oceano e dall’oceano, fin dall’origine dei tempi, aveva saputo trarre tutto ciò di cui avesse bisogno, e anche di più. Dafmor era un regno speciale, aveva dalla sua il coraggio sviluppato in secoli di lotta con l’oceano, aveva l’inventiva che gli aveva permesso di coltivare l’acqua e di costruire navi sempre più veloci e sicure. A Dafmor erano stati fatti i primi tentativi di volo umano. A Dafmor era nata la prima monorotaia protesa sulle scogliere. Tutto il mondo riconosceva al regno del mare un ruolo di grande rilievo nel progresso della civiltà. Aveva tutte le carte in regola per diventare una superpotenza, e voleva diventarlo.
Questa era la situazione. Le premesse per una guerra erano mature già da qualche decennio quando i presidenzialisti di Neapyx tentarono il colpo di stato, validamente aiutati dal piccolo ma efficientissimo esercito di Dafmor. La scintilla scatenò un immenso incendio che bruciò le ricchezze di Oqrius, la bellezza di Neapyx, le invenzioni di Dafmor. Bastò mezzo millennio di guerra per riportare il mondo nel medioevo. La storia che voglio raccontarvi comincia da qui, dal medioevo che dominava il mondo nel 518° anno dall’inizio della Lunga Guerra.

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Laura Costantini
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MessaggioInviato: Ven Ago 07, 2009 4:45 pm    Oggetto: Adv






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lauracostantini








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MessaggioInviato: Lun Ago 17, 2009 6:37 pm    Oggetto:  La lunga guerra (romanzo fantasy di Laura Costantini)
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Capitolo II
Ghillean uscì dall’udienza con il re indecisa se essere infuriata o sbalordita. Ritirò dal vestibolo le proprie armi e si allontanò nel corridoio allacciando la cintura che sosteneva spada, pugnale e pistola. Da quando, circa duecento anni prima, un sovrano di Oqrius era stato assassinato da uno dei suoi generali, nessuno veniva ammesso armato alla presenza del re. Ghillean era quanto di più simile a un consigliere si potesse immaginare. Lionel, il re, le dava ascolto, soprattutto dopo che avevano fatto l’amore. Si, perché Ghillean era una delle sue amanti. Ma non si facevano eccezioni neanche per lei. La perquisizione prima di entrare negli alloggi del re non cessava di infastidirla, ma al tempo stesso la lusingava. Lionel la considerava potenzialmente pericolosa e ciò la distingueva dalle altre donne che frequentavano il suo letto. A essere onesti non era l’unica cosa. Le altre non venivano interpellate sugli affari di stato.
Percorse il lungo corridoio fino alla scalinata che discese velocemente, facendo risuonare gli stivali sui gradini di pietra. Il tempo dei marmi pregiati era finito da secoli ormai. Quello che definivano palazzo reale era in realtà una cupa fortezza, un avamposto militare sorto sulle colline che dominavano Dukros, la vecchia capitale in rovina. Si stava dirigendo all’ala riservata al Tecnico-capo per avere qualche particolare in più sull’idea pazzesca che Lionel le aveva esposto poco prima. Contrariamente alla maggior parte di coloro che risiedevano nel castello, Ghillean non provava per il Tecnico-capo ammirazione o soggezione. Il suo lavoro di storica nella biblioteca reale, lavoro che aveva svolto fino alla morte di suo marito, il generale Vallen, l’aveva resa immune all’aura magica e stregonesca che circondava i pochi Tecnici rimasti. Ghillean sapeva che la loro presunta onniscienza era ben poca cosa se paragonata alle conoscenze degli scienziati del passato, quelli che avevano reso la Lunga Guerra un riuscito gioco al massacro.
Savil, il Tecnico-capo, la accolse con un cenno del capo per poi tornare immediatamente alle pagine fragili di un vecchio volume. Ghillean vide che era un testo di astronomia.
“Tu credi veramente a questa storia?” chiese sedendo.
Savil alzò gli occhi al di sopra degli occhiali.
Era calvo, pallido, piuttosto gracile e ne era felice. Qualcuno doveva avergli detto che quello era l’aspetto di un Tecnico. Indossava sempre un ampio camice bianco e portava appeso al collo uno strumento che non aveva niente a che vedere con le sue mansioni. Ghillean sapeva che era uno stetoscopio, uno strumento medico, ricordo di un tempo in cui la medicina non era una pratica empirica.
“Non è una storia,- rispose chiudendo con un gesto secco il volume.- E’ la realtà, anche se non pretendo che tu lo capisca.”
Ghillean lo guardò senza nascondere il disprezzo.
“Fino a tre secoli fa,- obiettò - esistevano ancora telescopi e radiotelescopi in grado di appurare una simile ipotesi. Ora non esistono più e nessun tecnico di Oqrius o di Dafmor sarebbe in grado neanche di capire come funzionassero. Su quale base tu affermi una cosa del genere?”
Savil odiava quella donna. Era l’ultimo esemplare di quella genia di intellettuali che avevano proliferato a Oqrius agli inizi della Lunga Guerra. Una seguace del libero pensiero che rifiutava di venerare il dio delle formule e delle equazioni.
“Calcoli - rispose. - Numeri, cifre, leggi matematiche.”
“Balle!- lo corresse Ghillean - Una cometa non è una formula. C’è o non c’è. In mancanza di strumenti adeguati, i miei occhi valgono quanto i tuoi e io non vedo nessuna cometa in giro!”
Savil si produsse in un sorrisetto saccente.
“Hai mai sentito parlare di comete ricorrenti?” chiese.
“Certo, e se sono ricorrenti è proprio perché nessuna si è mai schiantata contro il nostro mondo.”
“Ne convengo. Solo che il mondo ha cambiato posizione.”
Questo al re non lo aveva detto e sapevano tutti e due il perché.
Lionel era un buon sovrano, un ottimo stratega, ma non brillava per la sua cultura. Il Tecnico-capo era gongolante per l’effetto ottenuto. Ghillean stava cercando di richiamare alla memoria le sue nozioni astronomiche. Orbite, afelio, perielio, piano equatoriale… oscillazioni dell’asse.
“Ne sei sicuro?” chiese dubbiosa.
Savil sorrise con malignità.
“Se vuoi posso mostrarti i calcoli” propose, consapevole di portarla su un terreno che le era sconosciuto.
“No. Tra quanto dovrebbe accadere...la collisione?”
“Tre mesi, più o meno.”
Ghillean, che stava fissando la parete coperta da vecchie mappe celesti e ancor più vecchie carte geografiche, riportò lo sguardo su di lui.
“Più o meno? I tuoi calcoli non lo sanno con precisione?”
“Certo. Ma non avrebbe senso mettersi a parlare di ore e minuti. Il problema è un altro.”
Ghillean si alzò e cominciò a percorrere la stanza.
“Magari fosse uno solo. Il re mi ha detto di quel pastore di Kiderion. E’ ancora qui?”
“Certamente. L’ho fatto trattenere.”
“Vorrei parlargli.”
“Non vedo cosa potrebbe dire a te che non abbia già detto a me.”
La donna gli si fermò davanti. Il Tecnico-capo era alto, ma piuttosto curvo. Il suo corpo era solo un supporto per la grossa testa oblunga. Era giovane, ma non aveva mai maneggiato un’arma in vita sua.
“Savil, ti dirò chiaramente ciò che sai già: non mi fido di te. Tutta questa faccenda puzza d’imbroglio. Non credo nelle coincidenze e mi sembra quantomeno strano che quel pastore e la tua cometa siano arrivati al castello insieme!”
Si fissarono.
“Non ha alcuna importanza che tu non abbia fiducia in me,- scandì l’uomo - perché tu non sei altro che una delle donnette che il re sbatte a turno. Scommetto che esci adesso dal suo letto. E dimmi, Ghillean, ha chiesto il tuo parere prima o dopo averti montato?”
Nella foga le aveva spruzzato saliva sul viso.
Ghillean respirò a fondo prima di rispondere.
“Augurati che io non abbia mai la prova dei miei sospetti, Savil. Perché il re crederà a me, non dimenticarlo.”
Non le piacque ciò che lesse dietro gli occhiali, ma non volle aggiungere altro. Voleva parlare con il pastore di Kiderion. Da sola.

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