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Sito Letterario & Laboratorio di Scrittura Creativa di Monia Di Biagio.

"Scritturalia" è la terra delle parole in movimento, il luogo degli animi cantori che hanno voglia di dire: qui potremo scrivere, esprimerci e divulgare i nostri pensieri! Oh, Visitatore di passaggio, se sin qui sei giunto, iscriviti ora, Carpe Diem!

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Quegli occhi da bambina
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Anya







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MessaggioInviato: Lun Nov 08, 2010 8:50 pm    Oggetto:  Quegli occhi da bambina
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E' la prima volta che scrivo qui... e siccome ho scritto vari libri anche piccoli, vediamo se a qualcuno piace leggere ciò che scrivo... se qualcuno è interessato XD Potete anche commentare, anzi, lo apprezzerei XD
Buona lettura!


Prologo
Racconti del passato


Mi chiedo spesso il senso della vita.
Mi chiedo perché alcune persone nascono povere mentre altre così pieni di soldi che non sanno nemmeno dove devono metterli.
Alcuni nascono per essere ricordati, altri per essere sepolti in una fossa comune.
Alcuni per recitare dinanzi a tanta gente senza provare un minimo di vergogna, altri stanno dietro le quinte a servire chi dinanzi a un pubblico appare.
Alcuni nascono per diventare ballerini famosi, altri per far i camerieri.
Beh, a me spettano entrambe le ultime due. Ballerina e cameriera.
Ma la mia vita non era sol questo: nacqui in un piccolo paese sperduto. Mia madre era incinta di un mascalzone e, quando il “fidanzato” lo scoprì… semplicemente scomparve dalla circolazione. All’ora mia madre aveva soltanto sedici anni e il problema principale per lei era: <<come dirlo a mamma e papà?>>. Avrebbe preferito anche farne a meno ma la pancia continuava a crescere e ben presto non ci furono nemmeno bisogno delle parole per spiegare. Mio nonno chinò il capo e fu mia nonna a parlare.
<<Perché non hai detto nulla?>> chiese, con voce delusa.
<<Avevo paura>> ammise mia madre scoppiando a piangere.
Mia nonna si mise a ridere e così anche mio nonno. <<Avevi paura?? Figlia mia… ma come avremmo potuto dirti di gettare una nuova creatura? Lì, dentro la tua pancia, sta crescendo una creatura nuova. Quella creatura sarà mia nipote, sangue del tuo sangue e anche del mio. Come avrei potuto dirti di gettarla nei rifiuti?>>
E così mia madre abbracciò i suoi genitori. Dopo quattro mesi mia madre si ritrovò nel lettino di un ospedale a partorirmi. A quanto mi hanno detto fu un parto duro. Ci furono dei problemi…E non so spiegare bene. Ma andiamo avanti… Mia madre riuscì a darmi alla luce e sul suo viso sgorgavano lacrime di dolore e gioia.
<<Quelli che non vogliono uscire dall’utero della madre sono quelli che usciranno dal mondo. Sono quelli destinati a diventare qualcuno…>>
Si… diventare qualcuno. Mi sarebbe molto piaciuto diventarlo, ma scelte non avevo molte.
Dopo quattro anni mia madre si sposò con Francis, l’uomo perfetto per lei: uno snob di prima classe che pensava prima a mettere dei soldi in tasca che baciare la moglie. Che preferiva far il riposino del pomeriggio che uscire. Che tutti i sabati invitava amici a cena e poi andava a giocare a carte inondando la stanza da gioco piena di fumo. Lui era fatto così… però una cosa che dovevo ammettere era che amava veramente mia madre. Era la donna della sua vita e, alla sua morte, non pensò minimamente a prendersi qualcun’altra. Sebbene non avessi mai visto una lacrima scendere dal suo viso, sapevo benissimo che soffriva moltissimo. Ricordò ancor oggi il giorno del funerale di mia madre. Io avevo appena otto anni. Vedevo la bara mogano dinanzi ai miei occhi e non avevo alcuna voglia di piangere. Mia nonna si sosteneva con una mano sopra la mia spalla. Il velo nero le copriva il volto pallido. Posso ancor sentire i suoi gemiti di dolore che cercava di trattenere sotto un fazzoletto. Ma nemmeno questo bastava a farmi piangere. Mi dicevo che ero una stupida, che se non piangevo voleva dire che io non volevo bene a mia madre. Che ero una figlia ingrata. Ma di piangere per finta non ne avevo alcuna voglia. Mia madre diceva sempre: <<O si vive con sentimento o è meglio la morte>>. Ciò equivaleva con i veri sentimenti. Piangere per farsi vedere era una cosa inutile. In quel momento voltai il mio sguardo verso Francis. Nemmeno lui piangeva. Fissava con gli occhi languidi la bara di mia madre mentre veniva ricoperta dal terreno. Nei film vedevo spesso di mariti che si tuffavano dentro la bara piangendo come matti. Ecco, io preferivo che non lo facesse e non perché mi avrebbe messo in imbarazzo ma perché sapevo che non sarebbe stato da lui. Lo preferivo in quel modo, con gli occhi coperti dagli occhiale da sole – sebbene di sole non ci fosse traccia – e le mani conserte al petto.
Fu Francis a prendersi cura di me dopo la morte di mia madre. Mia nonna aveva insistito per prendersi la mia custodia ma Francis disse che io avevo bisogno di un padre e così mi prese con se.
Col tempo capii che non mi teneva a casa sol perché io avevo bisogno di lui, ma anche perché lui aveva bisogno di me. Imparammo a sostenerci a vicenda. Lui mi trattava come una figlia, ma nel nostro rapporto mancava la parola. Parlare… a noi non serviva. Ci bastava guardarci negli occhi per capire il nostro umore, i nostri problemi. Lui alle volte mi guardava senza parlare e poi se ne andava. Da lui mai un consiglio, mai.
La notte lo sentivo entrare nella mia stanza mentre credeva che io dormissi. Si sedeva ai piedi del mio letto e mi accarezzava la fronte. Era lì che parlava. Mi diceva che non avrebbe dovuto prendermi con sé perché lui non era l’uomo giusto per farmi da padre. Diceva che le cose andavano sempre più peggiorando e che aveva il timore che prima o poi io mi sarei stancata di vivere con lui e sarei sparita nel nulla. Diceva che aveva bisogno di me, che mi voleva bene come mai nessuno… che somigliavo a mia madre sempre più. E io sapevo che non mi avrebbe mai fatto del male. Francis era gentile e premuroso. Mia nonna aveva timore, invece. Ma come non accettare la sua paura dopo tutto quello che si sente alla tv di ragazzine violentate dai mariti delle madri? Sono i primi a uscire di testa ma… Francis no.
E così andai avanti fino all’età di quindici anni.


* PS: ho già la continuazione... ma se qualcuno ha qualcosa da dire, che commenti pure... metterò in seguito la continuazione in modo da dar tempo a qualcuno di leggere *[/b]

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Anya
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MessaggioInviato: Lun Nov 08, 2010 8:50 pm    Oggetto: Adv






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Monia Di Biagio

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MessaggioInviato: Mar Nov 23, 2010 11:59 am    Oggetto:  
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Ciao Anya, ti ho corretto il titolo "Quegli" al posto di "Quei", inoltre la scritta rossa te l'ho messa in orange, se preferisci un altro colore dimmelo, ma non usare il rosso che sullo sfondo blu da fastidissimo agli occhi ;0) !

Io, tra le varie sezioni, ti leggo sempre con molto piacere, come credo anche altri, e l'inizio di questo tuo nuovo "libro a puntate" mi piace molto, perché scrivi bene e perché certamente sarà una storia "tutta da seguire" e scoprire passo-passo! Il consiglio che ti do è si di far trascorrere un po' di tempo tra un capitolo e l'altro, ma non troppo (altrimenti il lettore potrebbe stancarsi dell'attesa e scordarsi dell'episodio precedente) perciò quando avrai pronto un nuovo capitolo, pubblicalo pure!


XD

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Anya







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MessaggioInviato: Mar Nov 23, 2010 3:49 pm    Oggetto:  
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Intanto mi scuso per aver perso un pò di tempo... Ma non ho avuto tempo e mi sono rimessa adesso al pc... ma per farmi personare metto più puntate. Spero che siano di vostro gradimento, kiss!

Capitolo 01
Il licenziamento.

La sveglia suonava sempre alle otto, ma io ero solita svegliarmi con qualche minuto di anticipo. Restavo con gli occhi aperti a fissare il soffitto bianco. Il bianco mi ricordava sempre la pace, perché se proprio dovevo attribuire un colore alla pace era proprio il bianco. E allora lo fissavo e restavo in pace con me stessa fino al giorno dopo, e così anche quello dopo e quello ancor dopo. Eppur ogni giorno in più della mia vita mi sembrava un giorno in meno della vita che avrei tanto desiderato. Io, che desideravo aver un ragazzo in grado di sapermi amare. Io che avrei preferito far leggere le mie storie a qualcuno invece di leggerle e rileggerle io stessa. Io che avrei preferito suonare dinanzi a un pubblico invece che rinchiudermi dentro la mia camera con la chitarra in mano e mettere nota sopra nota formando qualcosa.
E invece… Invece mi alzavo la mattina alle otto, andavo a scuola e mi ritiravo alle quattordici. Ritornavo a casa, mettevo nella padella qualcosa come QUATTRO SALTI IN PADELLA e mangiavo con la compagnia del nulla, del silenzio. Alle volte mi dava compagnia Francis, ma la cosa non cambiava tanto. Fra noi il rapporto era costituito solo di sguardi, sorrisi sarcastici e amari. Nemmeno un <<Come stai?>> o <<Come è andata a scuola oggi?>>. Mai... e magari lo preferivo. Tuttavia, non avevo mai avuto scelta. Dovevo prendermi questa o andare a vivere dai miei nonni. No, preferivo star con Francis. Fra i due quello che aveva più bisogno di affetto era proprio lui e avevo il timore che se me ne fossi andata avrebbe potuto far qualcosa di orrendo e di stupido. Comunque, la mia giornata continuava con i compiti del giorno, qualche attimo di scrittura e composizione dinanzi la pianola o la chitarra e poi sarei dovuta andare al Pub Night dove mi esibivo dinanzi a un pubblico di ubriaconi, e dove avrei continuato a far la cameriera fino alle quattro del mattino.
La sveglia suonò con lo stesso ritmo di ogni giorno.
Tutu…tutu…. Tutu…
Allungai la mano e la spensi. Un'altra giornata inutile stava per aprirsi al mio cospetto. Mi alzai dal letto raggelando. Immediatamente misi il pigiama e andai a chiamare Francis. Lo trovai steso sul letto di traverso, a pancia sotto. Ai piedi del letto c’era una bottiglia di Wodka rovesciata. Sospirai incrociando le braccia al petto. L’aveva nuovamente fatto: si era ubriacato di nuovo. Non sapeva far altro da qualche tempo…insomma, da quando la mamma era morta. Spendeva tutti i suoi soldi per comprarsi quelle bottiglie di liquori con cui affondava i suoi sentimenti. Aveva sempre gli occhi rossi, i capelli lunghi e più bianchi di prima. La pelle si andava sciupando riempiendosi piena di rughe, giorno dopo giorno.
Mi avvicinai a lui e lo scossi. <<Francis?>> lo chiamai con un sussurro. Nulla…Non si muoveva nemmeno. <<Francis… Sono le otto!>> chiamai nuovamente. Sapevo che quel giorno aveva una riunione di lavoro e che doveva essere puntuale. Il principale l’aveva minacciato di licenziarlo se avrebbe nuovamente fatto ritardo e, l’ultima cosa che volevo veramente, era proprio che lo licenziassero.
Con lo sguardo inondato di sangue mi fissò come se fossi un estraneo, per poi sorridere come al solito con quell’espressione pazza.
<<Buon giorno..>> sussurrò, alzandosi con la forza delle braccia per poi voltarsi e mettersi le calze. Il grosso era fatto. Si era alzato.
Lo lasciai nella camera a far ciò che faceva ogni mattina. Io andai al bagno e velocemente mi preparai a vestirmi, pettinarmi e truccarmi.
Alle otto e quindici andai in cucina e presi un cornetto. Francis era lì intento a mettersi la cravatta. Come al solito, non era capace. Mi avvicinai e gliela misi perfettamente facendo un grosso nodo.
<<Ecco…>> sussurrai facendo un sorriso.
Lui ricambiò con lo stesso, dandomi una pacca sulla spalla e scombinandomi un po’ i capelli. Prese la sua valigetta ventiquattro ore e uscì.
Io aspettai altri quindici minuti prima di gettarmi per strada con i capelli al vento e la borsa che strisciava ovunque. Come al solito perdevo l’autobus e quindi dovevo farmela a piedi. Ormai non ci facevo più caso. A scuola arrivavo con qualche minuto di ritardo ma, sapendo la mia situazione, i professori non mi dicevano nulla. Mi accomodavo nel banco da sola con il quaderno davanti a prendere appunti, ma alle volte la mia testa veniva provocata dalla fantasia. Cingendo la penna nella mano sinistra, cominciavo a scrivere un testo narrativo, o testi musicali, o disegnavo. Canticchiavo qualcosa nella mente e la voce dei professori svaniva nel nulla. Non esisteva alcun Dante Alighieri, nessun Napoleone, nessuna Spagna, Regno Unito o Francia. Semplicemente non esisteva il mondo; solo io, la matita e l’mp3.
La scuola si concludeva alle quattordici e io andavo nuovamente per strada. Al ritorno camminavo più lentamente visto che Francis arrivava sempre tardi da lavoro. Non c’era alcun bisogno di correre.
Con le argentee fissavo le vetrine. Quanto avrei desiderato potermi comprare un vestito, un paio di stivali o anche sol una cinta! Ma con quel che ricevevo io al Pub Night non mi sarebbe nemmeno venuto un paio di orecchini, figurarsi una cinta in pelle. E di chiedere soldi a Francis… non ci pensavo nemmeno!! Lui aveva già i suoi problemi e io non volevo causargliene altri.
Mi ritirai a casa. Chiamai l’ascensore ma, come al solito era rotto. Sbuffai fissando le scale. Cinque piani. Mi arresi cominciando a salire gradino dopo gradino, fermandosi ad ogni piano. Ero gia stanca per la strada che avevo fatto per tornare a casa. Ma arrivai vincitrice al quinto piano. Misi la chiave nella serratura ed aprii. Immediatamente un forte odore travolse le mie narici. Conoscevo perfettamente quell’odore ma il sol pensiero mi fece impallidire. Chiusi appena la porta, gettai la borsa per terra e mi tolsi il giubbotto strada facendo. Lo trovai in cucina con una bottiglia di whisky in mano. I suoi capelli scombinati, gli occhi rossi e le labbra viola. La mano gli tremava ma lui continuava a bere, a ingerire quel veleno. Perché l’alcool non uccide sul colpo, ma sapevo che prima o poi l’alcool l’avrebbe ucciso.
Francis non mi aveva ancor visto e io non sapevo se farmi vedere o andare direttamente in camera mia facendo finta di nulla. Lo sentii ridacchiare come un pazzo per poi affondare nuovamente le labbra nel collo della bottiglia. Il liquore gli finì di traverso e cominciò a tossire. Sputò qualche goccia per poi ricominciare a ridere.
<<Gliel’ho fatta vedere io a quei bastardi! Licenziare me… come si permettono! Cani rognosi!>> imprecava contro se stesso.
Misi le mani in testa. Era stato licenziato. Stavamo nella cacca, in poche parole. Perché Francis non sapeva nulla del mio lavoro e, anche se, con quel che guadagnavo come avremmo potuto vivere in due? Era impossibile! Decisi di farmi avanti, ma facendo finta di non aver assistito alla scena.
<<Ciao…>> salutai con un sussurro posando le chiavi sulla tavola. Mi sedetti di fronte ad esso e lo osservai bere. Tuttavia, gli feci un sorriso, anche se dovette risultare finto.
<<Da quanto mi osservi, Tanya?>> mi chiese con un sussurro.
Io abbassai il capo, quasi pieno di vergogna. Divenni rossa in un sol secondo come se l’avessi visto nudo e fossi stata lì ad osservarlo come un ebete. In realtà non ero io quella che doveva provare vergogna, ma lui. Era lui che beveva come un ubriacone. Era lui che aveva perso il lavoro per il suo stato.
<<Sono… sono tornata…adesso>> balbettai nel suo stesso tono di voce.
Lui mi guardò per poi ridere a bassa voce <<Non mentirmi Tanya. Sei la mia unica fonte di verità, e non vorrei perdere anche questa. Il mondo mi mente ma io voglio sempre contare su di te>>
A quelle parole gli occhi mi si riempirono di lacrime ma non volevo piangere. Non davanti a lui che non aveva nemmeno fatto scendere una lacrima per la morte di mia madre.
<<Non è il mondo a mentirti, ma tu che copri le orecchie per non sentire la verità>>
Anche qui si mise a ridere. Sapeva qualche volevo dire, sapeva che ero contraria al fatto che bevesse in quel modo. Sapeva che tutto ciò mi dava fastidio, eppure prendeva la bottiglia dinanzi ai miei occhi e beveva. Beveva fino a sentirsi male. Era diventato una spugna in grado solo di bere.
<<Perché ti hanno licenziato?>> gli chiesi di scatto.
Francis si fermò fissando un punto ignoto.
<<Semplicemente perché non sono me stesso. Perché non svolgo più bene il mio dovere>> rispose.
Lo guardavo…non potevo far altro che guardarlo. Ma se fossi stata più grande o anche sol più coraggiosa, gli avrei mollato un ceffone e gli avrei detto che mi faceva schifo. Gli avrei detto che il suo principale doveva esser arrivato al limite, che aveva perso tempo a licenziarlo. Gli avrei detto che non meritava nemmeno di stare dentro una casa conciato in quella maniera, che stava diventando un barbone di quelli che si vedono per strada a chiedere l’elemosina.
E invece?
Invece mi alzai con il capo chino e, mentre andavo nella mia camera mi uscii dalle labbra <<Domani mi cerco un lavoro>> e lui non mi fermò nemmeno.

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MessaggioInviato: Mar Nov 23, 2010 3:51 pm    Oggetto:  
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Capitolo 02
Dietro una maschera.

Non avevo nemmeno voglia di mangiare. Mi rifugiai dentro la mia camera, una stanza dalle pareti bianche, un semplice letto, una scrivania con sopra penne, matite, album da disegno e un computer portatile dove scrivevo i miei racconti e anche un diario segreto. Mi sedetti sopra il letto. Con un colpo di piede di tolsi entrambe le scarpe e abbracciai le ginocchia. Nelle orecchie le cuffie dell’mp3 che intonavano la mia giornata con “Alla mia età” di Tiziano Ferro. Fissai l’ignoto immaginando a come sarebbe stata la mia vita se il tumore non avesse rapito mia madre. Sicuramente migliore. Francis avrebbe il suo lavoro, non si nutrirebbe di robaccia e avrebbe sempre avuto un buon aspetto. Io non avrei dovuto lavorare per due, non avrei dovuto star fino a notte fonda in un Pub dove ad entrare sono sempre gente che non hanno buone intenzioni.
Ma il destino è il destino e nessuno può cambiarlo. Nemmeno il Dio che sta in cielo a cui io non credo e non credo che potrei mai credere.
Era la prima volta che temevo qualcosa. Era la prima volta che mi trovavo in quella situazione. Fui tentata di chiamare mia nonna e dirle ciò che stava accadendo, ma poi sarebbe venuta a casa e avrebbe preteso il mio affidamento. Mia nonna era ancor una tipa giovane che sapeva guidare l’auto e sapeva usare il computer. E quale nonna sa osare il pc oggi giorno?? Quasi nessuna.
Parlare con mia nonna, quindi, era da mettere da parte.
Presi il computer portatile per vedere le e-mail che erano giunte.
Libero.
Libero Donna.
Libero Uomo.
Cavolate! Cancellavo una alla volta quelle e-mail. Per chattare non avevo alcuna compagnia. Non avevo amici, né a scuola né al Pub Night. Misi una pagina Word e scrissi una pagina di diario. Avevo riempito già tre pendrive con quelle pagine. Erano i miei spazi, i miei pensieri, le mie disperazioni e quei attimi – anche se pochi – di felicità. Ricordo ancora adesso quando cominciai a scrivere un diario. Avevo appena tredici anni ed era successo qualcosa a scuola. Fu allora che decisi di sfogarmi con un amico immaginario. Lo chiamavo Ivan. A lui dicevo di tutto: del mio primo amore, delle mie fantasie su di esso, sul mio lavoro e di chi era veramente. Scrivevo di Francis, del nostro rapporto. Ma specialmente scrivevo dell’ignota Tanya, che non conosceva nessuno e di cui nessuno sapeva nulla. Tanya? Ah si… Ma chi?! Le immaginavo dire così le persone e non avevano alcun torto. Nessuno avrebbe voluto conoscere una ragazza come me.

E quando arrivava la sera, io mi preparavo per uscire. Francis andava a letto alle otto e io fingevo di andarci anche per farmi i compiti. In realtà riposavo per altre quattro ore prima di alzarmi a mezza notte e prepararmi ad essere un'altra persona. Una persona totalmente diversa da me.
Se io tendevo a coprirmi sempre più, l’altra cercava sempre di scoprirsi.
Se io avevo il timore che la gente potesse pensarla male, l’altra se ne infischiava e continuava a fare ciò che aveva cominciato.
Se io preferivo star a letto, sotto le coperte, ad ascoltare musica o a leggere qualcosa, l’altra preferiva scatenarsi a ritmo di musica.
Diverse ma uguali.
Perché sebbene lei fosse totalmente diversa da me, il corpo era sempre lo stesso. Ero io quella mezza folle che la notte si scatenava a ritmo di musica al cospetto di gente che beveva e si ubriacava, chi fumava riempiendo il luogo di fumo.
Anche quella sera Mystica entrò in azione. Vestita come un cameriere francese, ma al femminile. Le code di pinguino che sembravano far la coda al mio sedere. Un cappello a cilindro che teneva ferma la mia chioma castana. Un bastone fra le mani. Ma la cosa fondamentale era sempre la maschera abbinata al vestito. Una maschera che stava sulla linea degli occhi e che quindi non copriva nulla se non quella parte di viso. Il sorriso più strafottente del mio, pieno di malizia, trasgressivo quasi. La voce più forte e più aggressiva. I movimenti più equilibrati e veloci.
E tutti si divertivano a vedere Mystica togliersi la maglietta lasciando i seni all’aria (anche se coperti dal reggiseno) e successivamente anche i pantaloni, restando solo con un intimo. Mystica li sentiva e si divertiva, mentre io provavo una gran vergogna per me e per la ragazza che si prestava a quelle scene. Sapevo che Mystica non mi avrebbe portato in nessun altro luogo se non direttamente in qualche vicolo cieco in compagnia di un poco di buono. E allora, forse, avrei smesso. Ma quella sera dovevo parlare con il principale. Volevo un aumento.
Alle due del mattino finii di ballare e, togliendomi la maschera, mi sentii nuovamente io. Era come se quella maschera mettesse dentro me qualcun altro, ovvero proprio Mystica. Andai nel camerino di Mystica togliendomi tutto ciò che aveva a che fare con lei e indossando gli abiti che avrebbe fatto di me la cameriera del luogo.
Ma prima di andare a servire la gente, cercai il mio capo. Lo trovai quasi all’ingresso.
<<Ehi?>> lo chiamai.
Lui si voltò guardandomi prima in cagnesco e poi con un sorriso <<Ah, ciao… Bei balletti questa sera! Sempre invenzione tua?!>> urlò. Con la confusione che c’era sentire era impossibile.
<<Si, opera mia!!>> urlai scandendo per bene le parole. <<Vorrei chiederle una cosa!>> lui mise le mani conserte e io fui pronta <<Vorrei un aumento!>>
Il suo sguardo cagnesco ritornò sul volto grosso di lui <<Non credo di aver capito bene!>>
<<Voglio un…>> provai a ripetere ma mi bloccò.
<<Ho sentito bene quello che vuoi ma non né capisco il motivo>> ripeté inarcando un sopraciglio.
Sospirai <<Mio padre ha perso il lavoro e ci servono dei soldi>> provai a spiegare e sperai che come spiegazione gli servisse. Ma le mie speranze svanirono invano.
<<Scordatelo. Ti pago anche troppo per quello che fai, ragazzina. Sai che succede se la polizia viene a vedere che faccio lavorare una ragazzina di quindici anni? Sai che succede? Mi getta in galera come tutte quelle fogne che sfruttano i minori per il loro lavoro. Fatti i bastare i 500€ o se fuori>>
<<Tu hai bisogno di Mystica>>
Per lui fu come un colpo alle parti basse. Lo avvertì dalla sua espressione. <<Io non ho bisogno di nessuno>>
<<Ah,no? Proviamo a vedere che fine fa il tuo locale se Mystica non si fa viva per una settimana?>> lo sfidai con un sorriso sulle labbra. Forse essere Mystica non mi faceva tanto male.
<<Tu hai bisogno di questo lavoro. Tu hai bisogno di soldi>>
<<Posso sempre cercarmi un altro lavoro e far scomparire Mystica dalla circolazione. Tu non so se troverai un'altra allo stesso livello di Mystica>>
Lo fissai negli occhi. Se fosse stato un animale si sarebbe messo a sbuffare dalle orecchie e dalle narici. Ma alla fine si arrese.
<<Va bene. 700€ sia per Mystica che per te, ok? Ma basta più…>> così dicendo se ne andò lasciandomi al lavoro di cameriera.

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MessaggioInviato: Lun Nov 29, 2010 8:41 pm    Oggetto:  
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Capitolo 03
Evan

Anche con 700€ le cose non andarono certamente meglio.
Francis passava le intere giornate steso sul divano a bere e così anche sul letto. Sedeva a tavola sol per mangiare qualche boccone di cibo scongelato e per bere un bicchiere di acqua. Acqua… perché ero io che glielo davo. Non gli permettevo di bere nemmeno del vino a tavola. E almeno lì mi rispettava. Beveva quel bicchiere d’acqua a piccoli sorsi, come se l’acqua nella gola lo graffiasse, come se gli dasse fastidio il suo sapore. Che poi ha dell’ironia, visto che l’acqua non ha alcun sapore. E che senso avesse il mio fare non lo capisco nemmeno oggi che racconto questa storia. Era come se con quel bicchiere d’acqua potessi togliergli tutto l’alcool ingerito. Come se potessi guarirlo. Ma tanto sapevo che, dopo aver pranzato o cenato, si rinchiudeva nella sua stanza a bere altri litri e litri di qualsiasi liquore. Rhum, Wisky, Wodka… Beveva la qualsiasi. Insomma, mi illudevo giorno dopo giorno con quel bicchiere di acqua che gli facevo bere a pranzo e cena.
Ogni pranzo e cena era solito mangiare ciò che c’era a tavola prima di alzarsi dopo cinque minuti e scomparire nella sua stanza. C’erano sere in cui non volevo nemmeno andare al Pub Night, non mi andava di ballare e non mi andava di servire gente che mi toccava il sedere e mi diceva che avevo le tette grosse. E io dovevo lasciare passare tutto, anzi sorridere. Se no, altro che 700€… sarei stata licenziata! E se non li portavo io i soldi a casa chi poteva farlo?

Dopo due settimane ero stanca. Dormivo poco e nulla e la scuola stava andando a rotoli, sebbene ce la mettessi tutta per seguire le lezioni. Ma capitava anche che mi addormentassi in classe durante la lezione di storia, o che la mia fantasia mi facesse volare sopra le nuvole. E i professori erano sempre più scocciati di questa mia disattenzione.
Solitamente a ricreazione mi appartavo in una parte del giardino ad ascoltare l’mp3 e a disegnare qualcosa. Tenevo l’album sopra le ginocchia e la matita stretta nella sinistra. Ed ecco che, come per magia, venivano fuori essere strani, con le orecchie a punta, occhi viola e capelli neri e lunghi. Erano mondi fantastici quelli che vedevo con i miei occhi. Quelli che disegnavo con essi. Era il mondo dove avrei voluto vivere io, il mondo dove chiunque è felice, dove nessuno ha problemi, dove puoi vivere anche duecento anni.
Un sorriso mi si formava ogni volta che disegnavo una linea. La musica che intonava il mio modo di fare. La mia vita era caratterizzata ormai solamente da matita, musica e album. Mi bastavano questi tre ingrediente per fare di me una persona felice. E c’è chi aveva il coraggio di dire che la felicità poteva comprarsi solo con i soldi. Beh, a me ne bastavano pochi.
Non lo vidi nemmeno arrivare in quell’attimo. Ero così concentrata a disegnare che non mi accorsi nemmeno dell’arrivo di un ragazzo. Mi accorsi di lui sol quando sentii qualcuno che mi osservava. Lentamente mi voltai e, quando incrociammo gli sguardi non gli passò nemmeno per la testa di deviare lo sguardo. E così il mio sguardo grigio si incontrò con quello azzurro di lui. Non sapevo se sorridere o se prenderlo a parole. Non mi piaceva essere guardata specialmente mentre disegnavo. Eppur le mie labbra formarono una specie di sorriso.
<<Che stai facendo?>> gli chiesi, mettendo una mano sulla fronte per proteggermi gli occhi dal sole.
Lui fece spallucce senza smettere di guardarmi, un sorriso sulle sue labbra magre <<Ti osservo>>.
Ecco, era la cosa che proprio non sopportavo: essere osservata. Venivo osservata tutte le sere a causa di Mystica, mettevo in mostra il mio corpo da bambina ogni notte, ed essere osservata anche quando cercavo di essere una ragazza normale mi dava un certo fastidio.
<<Perché?>> questa volta seriamente.
E lui, invece di alzarsene e andarsene come volevo che facesse, si mise nuovamente a ridere. <<Perché?>> richiese <<Perché pensi che ci debba essere un motivo per osservarti?>>
Questa volta fui io a osservarlo. <<Ti ho posto prima io la domanda, non lo sai che è maleducazione rispondere con una domanda?>>
Anche questa volta scoppiò a ridere. Ma la sua risata aveva un che di misterioso, come se non volesse ridere e lo facesse di proposito ma…ci metteva del sentimento in quella risata. Ok, forse ho confuso un po’ le idee ma… Non saprei dirlo nemmeno io.
<<Ti osservo perché… Perché eri così assorta nel tuo disegno, nella tua musica e…>>
<<E sarà meglio che mi dici la verità>> troncai il suo discorso.
Rimase con la bocca aperta per qualche istante prima di chinare il capo e scuoterlo <<Giuro, non c’è un motivo in particolare. Mi piace semplicemente osservarti. Ormai sono giorni che mi metto qui accanto a te ad osservare i tuoi occhi, le tue espressioni che cambiano linea dopo linea e quell’espressione corrugata che ti metti quando disegni qualche scena di guerra. Per non parlare quando ti lecchi le labbra… E’ una cosa che mi fa impazzire.>>
Quando smise di parlare non sapevo cosa fare. Desideravo che continuasse a dir altro invece di cercare io le parole in quel silenzio imbarazzante. Io non sapevo dialogare perché i miei dialoghi erano formati semplicemente dalle mie espressioni. Alla fine mi accorsi di sorridere come un ebete.
<<Anche questo sorriso mi piace. Però… non so il tuo nome ancora>>
Sospirai. Come poter privare del mio nome un mio ammiratore? <<Tanya>> mi presentai.
<<Evan>> a sua volta.
Incrociammo le mani, una stretta che mi diede una strana elettricità. Fu come sentire delle piccole scosse elettriche. Non la tolsi immediatamente, avevo voglia di sentire quelle strane scosse elettriche che sembravano qualcosa di più.
<<Magari uno di questi giorni…>>
Ecco, non capitava spesso nella mia vita, ma sapevo riconoscere un appuntamento. Non lo conoscevo nemmeno e già voleva incontrarmi fuori la scuola. E io? Potevo fidarmi? Cioè, se non incontravo gente fuori la scuola come potevo conoscere e avere amicizie? Erano delle cose contro senso.
<<Facciamo che ci penso, va bene?>> dissi infine con un sorriso.
Anche lui sorriso e uscì dalla sua tasca un biglietto. <<Chiamami quando vuoi>>. Si alzò e se ne andò. Aprì il biglietto e osservai la cifra numerata. Dovevo chiamarlo io. Ne avrei avuto il coraggio? Si, no… forse! E con quel FORSE suonò la campana e io fui costretta a tornare in classe cancellando dalla mente, o almeno cercando di farlo, Evan.

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MessaggioInviato: Lun Nov 29, 2010 8:42 pm    Oggetto:  
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Capitolo 04
L’appuntamento.

Dalla conoscenza di Evan passarono due giorni e, in quei due giorni in cui non mi feci viva per telefono, lui non si fece vedere. Mi misi per tutti e due giorni nello stesso luogo ma di lui nessuna traccia. Nulla… Che avesse già perso le speranze? Beh, con me era normale perderle. Io in quindici anni non avevo nemmeno avuto un ragazzo e, adesso che ne avevo bisogno, nessun ragazzo buono per me si faceva avanti. Che poi, a pensarci bene, quale sarebbe il ragazzo giusto per me? Che qualità dovrebbe avere? Ecco, sono le cose che nemmeno so. Io non ho un ragazzo per me.
Ma Evan mi mancava. Mi mancava quello sguardo furbo, quel sorriso fra il sarcastico e il malizioso, quei occhi azzurri…
Il giorno in cui mi ritrovai a disegnare un cuore, decisi di chiamarlo. Composi nel mio cellulare le dieci cifre e premetti il tasto verde. Mi leccai le labbra. Ero agitata e il tutum del telefono era simile al battito del mio cuore… solo che il mio cuore batteva ancor più forte.
<<Pronto?>> finalmente aveva risposto e io non sapevo cosa fare. Restai paralizzata, immobile, con il cellulare nell’orecchio. Ci furono attimi di silenzio prima che lui chiamasse nuovamente <<Pronto? E’ uno scherzo telefonico?>> chiese.
<<No…>> sussurrai appena, e sperai che mi sentisse dall’altro capo del telefono. <<No, non è uno scherzo>> dissi, cercando di aumentare il volume della voce.
Lo sentii sorridere e sorrisi anche io.
<<Sapevo che mi avresti chiamato, ma non mi aspettavo che avresti aspettato due giorni per farlo. Come hai fatto a resistere?>>
Dio, mi faceva impazzire quella voce!! Come faceva ad avere quella tonalità di voce? Era diverso, lo sentivo. Lui sentiva me e io sentivo lui. Mi morsi il labbro abbandonandomi sopra il letto.
<<Beh… semplicemente ho cercato di non pensarti>> risposi.
<<Cercato? Quindi vuol dire che almeno il mio nome dentro la tua testolina c’era>>
Al suo dire scoppiai a ridere. Non capitava spesso di sentirmi ridere, ma Evan aveva qualche potere in me. Lui tirava fuori di me la Tanya che avevo sempre desiderato essere: solare, attiva, felice.
<<Allora? Ti va di uscire con me?>> mi chiese questa volta.
Rimasi in silenzio con il sol battito del cuore che mi entrava dentro le orecchie. <<U… usci… re?>> balbettai.
<<Vedo che sai anche sillabare. Brava…>>
Sorrisi, ma il mio pensiero stava ancor a me che usciva con Evan. Io? Uscire? Con Evan? Mi alzai dal letto cominciando a camminare avanti e indietro in modo nervoso.
<<Guarda che se non vuoi…>>
<<Si>> quel SI mi uscì così d’impeto che non riuscii a bloccare le mie labbra.
<<Si?>>
<<S…si…>> balbettai. <<Insomma, possiamo provare a…uscire>> formulai. La mia testa sembrava vuota in quel momento. Continuavo a ripetermi quanto fossi imbecille, che un occasione del genere non capita due volte nella vita, anzi!
<<Ok, quando?>>
<<Non lo so… fai tu>>
<<Va bene mercoledì sera?>>
<<Domani?>>
<<Si, domani>>
<<O…o…Ok>> mi leccai le labbra.
<<Allora a domani, ciao>>
<<Ciao>>
Lui aveva già chiuso la chiamata ma io restai con il cellulare in mano a sentire il tutum del cellulare. Dio, quanto ero cretina! Affondai il mio sedere sul letto e, fissando un punto ignoto, chiusi la chiamata e gettai il cellulare nel cassetto della biancheria intima. Mi sdraia e mi misi a sorridere. Risi come qualcuno felice. I miei occhi fissavano il soffitto bianco e pensai che un momento di pace non mi avrebbe fatto alcun male, anzi. Avevo quindici anni e dovevo vivere la mia vita per il meglio. Dovevo cominciare a vivere come un essere umano qualunque. Dovevo cominciare semplicemente… perché fin adesso vivere era una parola ignota per me.

Forse fu per magia, o un miracolo, ma il giorno dopo venne velocemente. Evan mi aveva inviato un messaggio per chiedermi dove abitavo e io gli diedi l’indirizzo. Passai tutta la giornata a scegliere un vestito giusto per l’occasione. Di uscire con i solito jeans e maglietta non mi sembrava proprio il caso. Non volevo essere la ragazzina banale di sempre, ma qualcosa di più. Per quella sera volevo essere la Tanya che desideravo.
Passai tutto il giorno in bagno a provare e riprovare maglioni, gonne, maglie… tutto e di più. Provai a stirarmi i capelli, a mettere la schiuma… Alla fine decisi che era meglio che i capelli rimanessero lisci e misi addosso a me un maglione con un gilet, una minigonna e delle calze a rete e ai piedi dei tacchetti.
Ero emozionata per il mio primo appuntamento, perché in realtà era il mio primo appuntamento con un ragazzo. E non me ne vergognavo. Non ero come tutte le altre ragazze che si facevano fidanzate a dodici anni sol per essere più grandi. Io a dodici avevo altro da fare che pensare a come baciare un ragazzo.
Le venti vennero quasi immediatamente. Controllavo il telefono ogni secondo per vedere se mai Evan mi inviasse qualche messaggio o mi chiamasse. Mi ritrovai a far avanti e indietro per il corridoio in modo nervosa. E se non gli piacevo in quel modo? E se non fosse stato il ragazzo giusto per me? Se gli piacevano le ragazze ricce? Se non gli piacevano le gonne? Se… se… Fra tutti quei “se” schiaccia timpani, mi accorsi che Francis mi stava fissando da lontano. Rimasi immobile a fissarlo anche io. Non gli avevo detto nulla… non gli avevo detto nulla del mio appuntamento, cosa che avrei dovuto fare. Lui era pur sempre il mio tutore e io una minorenne. E poi era mio padre.
<<Francis io…>>
<<Esci?>>
Annuì timidamente.
<<Sei bellissima>> disse con un sorriso quasi da ebete.
Abbassai il capo timidamente mettendo una ciocca dietro l’orecchio sinistro.
<<Era una cosa che faceva sempre tua madre.>> m’informò Francis con lo stesso sorriso di prima.
Il campanello suonò e ci voltammo entrambi verso la porta. Poi, all’unisono ci voltammo nuovamente incrociando gli sguardi.
<<Non fatti mettere i piedi di sopra. Tu sei qualcuno, ricordalo>>
<<Ricordalo anche tu che sei qualcuno… forse smetterai di bere>>
Il suo sguardo mi sfondò gli occhi e, quando Evan risuonò nuovamente, Francis preferì andar nella sua camera con una bottiglia in mano.
Scesi velocemente le scale e aprii la porta ritrovandomi di fronte il viso di Evan e un mazzo di fiori.
<<Ehi, pensavo non arrivassi più.>>
<<Mi dispiace, sono arrivata>>
Mi squadrò dalla testa ai piedi prima di esprimere un <<Wow!>> io sorrisi imbarazzata <<Sei uno schianto, Tanya.>>
<<Grazie, anche tu non sei male>> mi ritrovai a sussurrare. Veramente non era per nulla male! Era vestito con una camicia bianca, sopra una giacca. Poi pantaloni scuri e un paio di scarpe lucide. Non stava per nulla male. Per non parlare dei capelli scombinati e ingellati.
<<Vogliamo andare?>>
Mi prese a braccetto e mi fece sedere sulla sua auto. Il rombo della sua auto mi fece venire un brivido sulla pelle. Non salivo su un auto da molto tempo, ormai i miei mezzi di trasporto erano gli autobus.
Per l’intero tragitto non parlammo completamente e io fissavo la strada per paura che lui mi portasse in qualche luogo sconosciuto e poco affollato. Era la cosa che odiavo dei ragazzi. Perché per uscire con loro la prudenza non era mai troppa, anzi… ce ne voleva sempre più. Per fortuna Evan non era quel tipo di ragazzo, perché non mi portò per nulla in un posto poco affollato, anzi… entrammo direttamente in una pizzeria che pullulava di gente di ogni età. Persone che ridevano, gioivano, si baciavano sulle labbra… era ciò che desideravo io: avere una vita felice, spensierata e senza pensare a nulla. E invece avevo a casa un uomo con una bottiglia in mano pronto a gettarsi nuovamente nel buio totale. Pensavo a quando avrei dovuto andar a casa, prima della mezzanotte e cosa mi sarebbe aspettato dopo? Mystica. Bastava semplicemente pensare il suo nome per venirmi in mente il seguito.
Comunque, non era il caso di guastarmi la serata per Mystica. Ci sedemmo in un tavolino per due e restammo a fissarci per qualche attimo prima che qualcuno venisse e rompesse il silenzio chiedendoci cosa volevamo ordinare. Di lì cominciammo a parlare:
<<Bene… dimmi un po’ di te?>> mi chiese.
Ecco, bella domanda. Quasi scoppiai a ridere alla sua richiesta e forse un sorriso mi uscì dalle labbra.
<<La domanda ti fa sorridere?>> chiese nuovamente con un sorriso.
<<Il fatto è che di me non c’è molto da dire>> risposi.
<<Lo dubito>> il sorriso furbo e le braccia incrociate al petto. Non credo di aver mai visto un ragazzo così bello in vita mia.
<<Non sai nulla della mia vita>>
<<Ed è per questo che ti chiedo di parlarmene. Voglio sapere ogni singola virgola di te, ogni singolo punto della tua vita>> avvicinò il suo volto al mio e temetti che le sue labbra si unissero alle mie. Non ero ancor pronta per un bacio, non adesso. Era ancor troppo presto.
<<Va bene>> sussurrai, visto che lui era tanto vicino a me e non volevo essere la causa di una sua rottura di timpani. <<Mi chiamo Tanya e ho quindici anni.>> cominciai. E come continuare? Veramente, io non vedevo nulla di me di tanto speciale. Ero una ragazza normale. <<Mi piace disegnare, amo la musica e passo il mio tempo a scrivere i miei pensieri e anche delle storie. Vivo con il compagno di mia madre, che in realtà sarebbe il mio tutore visto che mia madre è morta tempo fa>> a quel punto chiunque avrebbe detto “Mi dispiace, veramente…” ma Evan restò muto a fissarmi con quei occhi languidi, quel mezzo sorriso sulle labbra. Non c’era compassione nel suo sguardo e ciò mi rese un po’ felice. Non sopportavo le persone che mi guardavano con altri occhi sol dopo aver scoperto che non avevo una madre da quando avevo otto anni. <<Mi piace comporre della musica, alle volte, quando mi sento triste o quando sono felice. Mi basta prendere la chitarra o sfiorare con le dita la pianola per comporre in mezzo secondo la suoneria che voglio, in base al mio umore.>>
Passammo tutta la serata a parlare di noi e, alla fine, andò a lasciarmi a casa prima di mezzanotte. Temetti anche quella volta che lui facesse un passo troppo avanzato per me, che mi avrebbe baciato sulle labbra, ma semplicemente sfiorò con le sue labbra la mia guancia destra prima di augurarmi con un sorriso la buona notte.
Avevo il sorriso sulle labbra come mai l’avevo avuto. Fui certa di aver una cotta per Evan.

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MessaggioInviato: Lun Nov 29, 2010 8:45 pm    Oggetto:  
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Capitolo 05
La felicità su pelle.

Quasi dal nulla mi ritrovai a disegnare nei miei album cuoricini, disegnare delle E a caratteri cubitali e il viso di Evan nei miei occhi era sempre presente. Adesso sul soffitto non vedevo solamente la pace, ma il sorriso di Evan. Nell’acqua non vedevo solamente il mio riflesso ma anche quello di lui. Dimenticarlo fu impossibile e volevo vivere quell’esperienza. Ma come potevo quando la notte facevo un'altra vita? Dovevo parlargli di Mystica? Dovevo dirgli che ero io quella ragazza che ogni notte mostrava il suo corpo per qualche spicciolo? Ormai Mystica era entrata anche alla tv, su internet, nei giornali… Ci mancava poco che i giornalisti venissero direttamente al Pub Night per intervistarla, ma ciò sarebbe venuto a breve. In quanto ai filmati che facevo e che mettevano alla tv e sul web… avevo bisogno di più denaro. I 700€ finivano in un battibaleno, specialmente a causa del passatempo di Francis. Bere… non gli era ancor passato. Ormai non scendeva nemmeno più per il pranzo e quando lo chiamavo o dormiva o era troppo occupato per rispondermi. E io credevo di farcela ancora… ma non era vero. Io cadevo giorno dopo giorno. Una cosa era certa: non volevo star tutta la vita a guardare Francis che si rovinava la sua. Io volevo ancor vivere… e ci sarei riuscita.

Era passata una settimana da quando mi frequentavo con Evan. Mi portava quasi tutte le sere a cena e, a mezzanotte precisa, mi lasciava a casa dove mi preparavo per uscire nuovamente.
Ma quella sera decisi di parlare a Evan di Mystica. Era meglio prendere in tempo il discorso che quando il rapporto sarebbe stato troppo denso per scioglierlo. Ma, a dirla tutta, non sapevo come cominciare. Nessuno sapeva di me e, dirlo ad Evan, sarebbe significato mettere al corrente un pezzo di mondo. Ovviamente, non contando il principale, lui non avrebbe mai rivelato la mia identità, perché io gli servivo.
Dinanzi a una pizza la scelta delle parole divenne più complicata.
“Sai Evan, c’è qualcosa che devo dirti…”
“Sai Evan, voglio dirti che…”
“Scusami ma…”
<<Non hai fame?>>
La sua voce interruppe i miei pensieri e, destandomi, annuì solamente ingoiando la saliva. Fissai la pizza e mi resi conto che il mio stomaco non aveva alcun bisogno di cibo, perché era già pieno dei miei dubbi e delle mie incertezze. Avevo bisogno di parlargli, e non fra qualche ora, minuto o secondo… io dovevo parlargli in quel preciso istante.
<<Evan…>>
<<Non ti ho chiesto una cosa>> mi bloccò, forse perché non aveva sentito il mio sussurro. <<Che ne pensi di quella ballerina? Di… Mystica?>>
Il mio cuore perse un colpo, o due. Avvampai in un secondo, o forse divenni pallida come un cencio. Cominciai a sudare freddo e caldo.
<<Chi?>> chiesi con un sussurro.
<<Mystica. Non ci credo che non né hai mai sentito parlare, ormai non si parla di altro. Alla tv, sui giornali… la gente fa a botte per poterla vedere. C’è chi tradirebbe la moglie per lei. C’è anche chi dice di averla vista senza maschera, ma ancor del suo volto non si sa nulla. Ma, a quanto pare, ha degli occhi indimenticabili>>
Era vero? Insomma, se era vero questa Mystica era orrenda. E chi mai poteva essere tanto perverso da immaginare una ragazzina nel proprio letto? Chi mai poteva prendere a botte qualcun altro per una ragazzina? Chi mai poteva inventarsi di averla vista in viso?
<<Tu l’hai… tu l’hai mai… vista?>> riuscii a balbettare nervosamente.
<<No, e sinceramente non ci tengo granché. Non vedo come farebbe a piacermi una ragazza che si spoglia a suon di musica solamente per qualche soldo. Non ha alcuna dignità, secondo me. Non ha personalità. Non ha rispetto per sé stessa. Non ha nulla>>
Il mio cuore cominciò a battere forse, più forte del normale. Ecco, avevo voluto il discorso (anche se la domanda non era venuta da me)? Ed ecco la mia risposta. Senza un perché mi ritrovai gli occhi pieni di lacrime. Abbassai lo sguardo per non farmi vedere.
<<Tanya, tutto bene?>> mi chiese, sentendomi tirare su col naso.
<<Si…>> mugugnai, alzandomi dalla sedia. Mi tolsi una lacrima dalla guancia. <<Credo che… credo che mi sia entrato qualcosa nell’occhio, torno subito>> e così dicendo andai verso il bagno.
Piangere, non era una cosa che facevo con abitudine. Ma perché per Mystica? Per lei non bisognava sprecare alcuna lacrima. Sebbene il corpo di Mystica fosse il mio io non mi sentivo lei. Mystica era piena di malizia, io no. Mystica era coraggiosa, io no. Mystica era bella, io no. Mystica era tutto, io il nulla. E forse era per questo che le parole di Evan mi fecero male. Perché io non ero Mystica, ma lei faceva parte di me e forse era la parte migliore di me. Quella che aveva fegato, che non aveva timore di mostrare la sua nudità, che sorrideva a chiunque e per qualunque cosa.
Nel bagno mi sciacquai il volto e guardai il mio riflesso nello specchio. Avevo quindici anni e li dimostravo tutti, seppur i miei occhi fossero ancor quelli di una bambina. Lì dentro vedevo riflessi i miei anni da bambina normale, quei anni in cui a tenermi compagnia era una bambola dalla chioma bionda e gli occhi dello stesso mio colore. Vedevo ancor mia madre in quei occhi da sognatrice, perché io sognavo ancor una vita non mia, una vita vissuta da altri, ma non da me.
Dopo quasi un quarto d’ora ritornai al mio posto e mi sedetti nuovamente di fronte a Evan.
<<Tutto bene?>> mi chiese dopo due minuti che mi osservava.
Io alzai un po’ il capo e mi sforzai di sorridere <<Si, tutto ok>> risposi con un sussurro appena percettibile.
<<Guarda che se ti piace Mystica possiamo andarla a vedere assieme, se tuo padre è sempre d’accordo>>
Quella frase mi colpì il volto come un soffio di vento gelido. Si era accorto che stavo piangendo, questo era sicuro, ma che mi dicesse ciò non me l’aspettavo proprio. Il mio viso avvampò. Le mie labbra formarono un sorriso nervoso <<Guarda che a me piacciono i maschi, non le femmine>> decisi di dire. Certo, non la migliore frase che potesse uscire dalle mie labbra, ma forse così avrei risolto.
E infatti, un suo sorriso mi fece capire che era quello che voleva sentire. E poi a Evan non doveva piacere per forza l’altra metà di me. Mi bastava che gli piacessi io: Tanya.

In macchina non parlammo completamente e lui si fermò solamente quando arrivammo a casa mia. Dal finestrino della macchina osservai la luce della stanza di Francis ancor accesa. Un occhiata all’orologio della macchina di Evan mi informò che era quasi mezzanotte. Avrei dovuto scendere per andarmi a preparare, eppur c’era qualcosa che mi tratteneva ancor dentro la macchina.
La mano di Evan scivolò sulla mia. Mi voltai incrociando il suo sguardo con il mio. La paura mi prese dentro lo stomaco attorcigliandomi le budella. Si, avevo paura.
Evan si avvicinò e mi accarezzò con quella mano elettrizzante il mio volto pallido.
<<Sei bellissima>> mi sussurrò a un orecchio.
Avvenne tutto così velocemente che non me ne resi quasi conto. Ovvero, per i primi dieci secondi fu come un sogno. Le sue labbra si intrecciarono con le mie in un abbraccio di amore. La sua mano scivolava sulla mia pelle, l’accarezzava senza farmi male. Io ero immobile. L’unica cosa che mi veniva da pensare era: il mio primo bacio.
E poi, per come era cominciato era finito, con quel magnifico sorriso. Evan scese dall’auto e aprì il mio sportello. Quel bacio mi lasciò estasiata. Evan prese la mia mano e mi condusse fuori l’auto.
<<Buona notte>> mi sussurrò dandomi un altro bacio sulle labbra.
Ricambiai e andai verso casa mia. Una miscela di sentimenti mi si aggrovigliarono dentro lo stomaco. Sentimenti che non ero in grado di descrivere nemmeno con me stessa. Sentimenti di cui avevo sentito parlare, ma mai vissuti sulla mia pelle. Sentimenti estranei a me.
E adesso ne ero certa: per una volta in vita mia, da quando mia madre aveva lasciato il nostro mondo, io stavo vivendo nuovamente la felicità.

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