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Sito Letterario & Laboratorio di Scrittura Creativa di Monia Di Biagio.

"Scritturalia" è la terra delle parole in movimento, il luogo degli animi cantori che hanno voglia di dire: qui potremo scrivere, esprimerci e divulgare i nostri pensieri! Oh, Visitatore di passaggio, se sin qui sei giunto, iscriviti ora, Carpe Diem!

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L' urlo dentro
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irenuccia77







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MessaggioInviato: Gio Feb 03, 2011 12:49 pm    Oggetto:  L' urlo dentro
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Ti aspetto ormai da ore sul divano morbido e appiccicoso, il sole è agli sgoccioli e il cielo si è tinto di un azzurro cupo e intenso. Qui, immobile, fissando il vuoto, ho visto morire una timida e fredda giornata di Marzo e sono al buio da ore.
In genere torni a casa verso le 7, a meno che uno dei tuoi straordinari non ti trattenga chissà fino a che ora. Già ti vedo entrare con il cappotto e la sciarpa, rabbrividire, e dire mentre ti svesti: ‘Sono a casa!’. Ora non c’è nessuno, mi sto godendo la quiete e il silenzio, mi aiutano a credere che non ti vedrò mai varcare quella soglia. Ma le 7 arriveranno, e dopo che tu avrai detto ‘sono a casa’, io dirò ‘papà devo parlarti’.
Già papà, perchè io devo parlarti da tanto tempo e non ne posso più. E’ una vita che aspetto. Non so perchè abbia scelto proprio oggi, forse perchè è un insulso Martedì di Marzo, lontano da ogni ricorrenza. In passato mi riproponevo di dirtelo in concomitanza di un evento eccezionale: il diploma, la laurea, l’esame di conservatorio, uno di quei giorni in saresti stato orgoglioso di me. Poi quei giorni arrivavano ed eravamo a cena, con la mamma, Alice, i parenti. Tutti sorridevano, mi davano pacche sulle spalle, mi spettinavano i capelli. Vedendo il tuo sorriso e il tuo orgoglio mi chiedevo come potessi rovinare tutto. Così inghiottivo le mie stesse parole e mi imponevo un’altra data sperando che nel frattempo le cose cambiassero. Gli anni passavano nel silenzio, mentre il mio corpo, giorno dopo giorno, urlava sempre piu’ forte la sua natura ed esigeva la libertà di essere quello che era.
Sei un uomo buono, sei stato un buon padre. Non ricordo un mattino in 28 anni in cui tu abbia detto ‘sto male, non vado al lavoro’, ti alzavi anche con la febbre a 39, mentre la mamma ti pregava di rimetterti a letto e tu rispondevi ‘non si può, oggi è un giorno decisivo’. Le tue alzatacce, i tuoi rientri in tarda serata, il lavoro di notte, erano una delle tante manifestazioni del tuo senso del dovere e dell’onore, non avresti lasciato la tua squadra da sola e non avresti mai privato nè me, nè mia sorella della vita agiata che ci lasciavi condurre. Anche quando ero in procinto di scegliere l’ universita’ non mi hai detto di studiare architettura perchè avrei avuto il posto sicuro nella tua azienda, ma di fare quello che mi piaceva, quello che mi avrebbe reso felice e così un giorno sono venuto da te mentre leggevi il giornale annunciando: ‘Ho scelto la facoltà!’
Hai destato gli occhi e mi hai guardato con l’aria di chi aspetta.
‘Conservazione dei beni culturali!’
Dopo un breve silenzio mi hai detto:
‘Che vai a fare dopo lo sai?’
‘..ci sono diversi sbocchi, l’archeologo, il direttore di un museo, il ricercatore, il restauratore..’
Dopo anni di studio e nottate sopra i libri ora mi ritrovo a portare a tavola in pizzeria. Nonostante tu lo sapessi gia’ mi hai risposto soltanto ‘ok’ e sei tornato a leggere il tuo giornale lasciandomi libero di andare incontro ad una delusione.Vorrei venire da te oggi con la stessa sicurezza e sentirti di nuovo chiedermi ‘lo sai a cosa vai incontro?’. Si, lo so: ad un destino di solitudine, di maldicenze, di amore negato e vorrei vedere i tuoi occhi posarsi semplicemente sul giornale. Io andrei incontro al mio destino, ma resterei cmq tuo figlio e saprei che per quanto il mondo potrà essere cattivo con me avrei te e la tua premura di non distruggere i miei sogni. Mi sento così colpevole nei tuoi confronti, hai condotto una vita rigorosa: università conclusa in tempi regolari con il massimo dei voti, hai spostato la fidanzata della vita, Iole, hai avuto 2 figli, un maschio, me, e Alice, mia sorella. Hai creato la tua azienda che dal nulla è felicemente lievitata negli ultimi 15 anni. Eppure il destino ha deciso di punirti.
Il giorno della la festa dei miei 18 anni ero deciso a parlarti dopo cena, quando tutti gli invitati se ne fossero andati e casa saremmo rimasti soltanto io e te davanti alla tv, mentre la mamma e Alice dormivano, protetti dai ricordi, dalle foto, dai quadri, dal nostro mondo.
Prima però c’è stata la cena. Essendo il festeggiato ero seduto a capotavola, tu alla mia destra, il tuo socio e amico della vita Gaetano alla mia sinistra, e suo figlio Filippo, mio amico di infanzia, accanto a lui.
Pochi giorni prima nella nostra scuola una ragazza, dallo spiraglio della porta del bagno semiaperta, aveva sorpreso due ragazzi, uno in ginocchio, l’altro in piedi, cosa stessero facendo era facilmente intuibile. La ragazza, a causa dello ‘shock’, non era riuscita a distinguere le facce perciò l’identita’ dei ragazzi era rimasta ignota. Nella scuola giravano voci, sorrisini, battute. La madre della ragazza gridò allo scandalo di fronte al preside e al corpo insegnanti. Qualche altro genitore minaccio’ di ritirare il proprio figlio se non fossero presi provvedimenti per controllare che non accadessero fatti del genere nei bagni durante le ore di lezione.
A casa nostra non ne avevamo parlato. L’unico commento che ti ho sentito fare è stato:‘...ma la gente non sa proprio come buttare via il tempo!’ nei confronti dei genitori schierati. Questo mi aveva rincuorato. Poi ci fu quella maledetta cena. A tavola Gaetano tirò fuori l’argomento e chiese a me e a Filippo se avessimo idea di chi potessero essere i due ‘culattoni'. Immaginavo che lo avresti ripreso per il termine, invece no, hai continuato a mangiare arricciando un sorriso sarcastico, mentre Gaetano erogava le sue perle di saggezza.
‘Cazzo, che brutta cosa, pensa se ti esce un figlio frocio, io non saprei come fare....o lo uccido subito, oppure lo riempio di botte finchè non gli piace la figa!’ Sgranai gli occhi e impallidii, non tanto per le parole dette, ma perchè tu scoppiasti a ridere di gusto insieme a lui e Filippo.
‘Credo che ogni persona abbia il diritto di scegliere il proprio orientamento sessuale!’ replicai. Cadde il silenzio e mi guardaste insospettiti, la domanda implicita era lampante: ‘sarai mica tu il culattone?’
Avrei tanto voluto rispondere di si.
‘Beh, ovvio che ognuno sceglie quello che gli piace, ad un uomo possono piacere le rosse, ad un altro le bionde ma quella gente lì, insomma, da che mondo è mondo esistono mamme, papà e figli, non due papà e figli, su Gabriele, non diciamo cazzate...è gente malata...anormale,...vanno contro natura...io per carità, non ho niente contro di loro, ma meglio tenerli lontani...’ aggiungesti tu per chiudere il discorso, mentre Gaetano e Filippo assentivano. Inghiottii l’urlo che proveniva dal mio stomaco, dalle vene, dal sangue, da ogni particella del mio corpo malato e anormale. L’urlo gridava all’ingiustizia per quello che era stato detto, per la falsa facciata di perbenismo seduta a quella tavola e per come gli esseri umani quando si trovano in un gruppo di simili si trasformano in una bestia, la piu’ spietata che esista, capace di sbranare qualunque essere diverso si trovi di fronte. Quelle parole furono frustate sul mio cuore e invece di alzarmi e mandare tutti a cagare ho nascosto il dolore, la disperazione, la solitudine, la diversità, l’odio, non verso di te, Filippo o Gaetano, verso me stesso perchè non avevo le palle per guardarti negli occhi e dirtelo. Ero un verme viscido e piccolo di fronte e tre uomini, virili come tre giganti.
I piani di confessione di quella sera sfumarono, andai a dormire con il sorriso appiccicato in faccia, ma piansi ore prima di addormentarmi perchè le tue parole mi martellavano nel cervello e nel petto: ‘malato’, ‘anormale’, ‘contro natura’.
Quindi, papà, ora spiegami, quand’è che si è malati? È malato chi ha i capelli rossi? E’ malato chi è basso o alto? Che cosa ci può fare un essere umano se è nato così? Cosa ci può essere di innaturale in ciò che la natura stessa ha fatto? O di anormale in ciò che si è, quando solo così si può essere? Sono anormale io che vivo, respiro, mangio, studio, amo o Filippo che inizia ogni giornata rullandosi una canna e arriva alla sera che devo andare a recuperarlo in qualche pub perchè non si tiene in piedi e crede di essere Gesù? O Gaetano, che a 50 anni si porta a letto tutte le 25enni che riesce a raccattare grazie ai suoi soldi e a casa sua moglie marcisce nella depressione? E se anche così fosse, anche se fossi malato, come dici tu, i malati vanno tenuti lontani? Vanno emarginati come si faceva con i lebbrosi nel Medioevo? E tu non hai niente contro di loro, contro di me, pero’ è meglio tenermi lontano, non si sa mai che potrei contagiare te o Gaetano o Filippo con la mia frocite. La vogliamo chiamare così la mia malattia, papà? Hai un figlio che ha la frocite e invece di aiutarlo pensi bene di buttarlo fuori di casa, di tenerlo lontano, ma non hai nulla contro di lui.
Quella sera, dieci anni fa, si ruppe qualcosa dentro di me che non è mai più tornato al suo posto. Cominciai davvero a sentirmi ‘malato’. La mattina evitavo di guardarmi allo specchio per paura di quello che avrei potuto vedere, come se d’improvviso potesse comparire l’icona della mia malattia sulla pelle. Quando facevo la doccia strofinavo fortissimo l’accappatoio sulle spalle, le braccia , le gambe, le parti intime, senza pietà, cercando di carpire odori strani, macchie particolari, qualunque segno che svelasse la mia diversità. Avevo il terrore di sembrare effemminato. Non sapevo più come camminare, temevo di muovere troppo il sedere, le braccia e o di utilizzare una voce troppo acuta. Lo stesso corpo che era cresciuto con me per un ventennio era diventato un estraneo, un nemico dalle mosse imprevedibili, non sapevo più cosa aspettarmi da lui, e mi faceva ribrezzo.
Arrivò così la depressione. Entrò dalla porta di servizio e in poche settimane divenne la padrona di casa. In sua compagnia ho scoperto che il dolore umano è una voragine enorme dentro la voragine stessa. Quando pensi che la sofferenza non possa andare oltre, si apre uno squarcio e inaspettatamente ci si ritrova in un altro baratro infinito.
Durante gli innumerevoli giorni trascorsi a fissare il vuoto a casa vi siete fatti in quattro per aiutarmi, tu, in particolare, mi chiedevi cosa c’era che non andasse. Io lo sapevo, ma tacevo, a volte avevo lo strano sentore che tu in realta’ sapessi e mi chiedessi le motivazioni della mia esplosione di dolore proprio per non sentirti dire quello che sospettavi già. E ancora oggi ho il sospetto che tu sappia.
E allora perchè non mi aiuti a dirtelo, perchè non mi chiedi come mai non mi hai mai visto uscire con una ragazza, perchè non mi infili i preservativi nelle tasche come fanno i padri dei miei amici, perchè non ti stupisci che la mia camera sia sempre in ordine, che adoro fare le torte, l’albero di Natale, scegliere il colore delle tende, i soprammobili, tagliare i capelli ad Alice, truccarla, perche’non noti che parlo con lei di tutto, che mi confida i suoi segreti piu’ intimi, che non dico mai di no e che non ho nessun calendario di donne nude appeso in camera? Perchè neghi la verità?
Io ho un compagno papà, si, un altro culattone come me e lo adoro. L’ho conosciuto in un locale per culattoni, rotti in culo, froci, gay, pederasta, come ci vuoi chiamare, una sera in cui sono andato solo. Mi sono seduto al banco e lui si è avvicinato: una birra, 4 parole, qualche uscita e ci siamo innamorati. Sai, nei nostri giri non capita spesso, di innamorarsi intendo, perchè ci diamo per vinti ancora prima di cominciare. Mettiamo da parte l’idea di un amore, di una famiglia, di un affetto costante e prolungato e pensiamo che quello che può riservarci il futuro sia qualche scopata clandestina. Io ho avuto questa fortuna. Quando è successo tutti in casa avete notato il mio cambiamento d’umore, lo stato d’animo allegro, gli occhi che brillavano, eppure nessuno ha chiesto.
Si chiama Mario, credo che ti piacerebbe se lo conoscessi, ha frequentato l’accademia delle belle arti e ora fa il pittore. A dire il vero fa il barista in un locale, così campa, e quando può dipinge. Ogni tanto espone, ma a quanto pare i suoi quadri non li vuole nessuno, perciò si guadagna da vivere come può e fa dei Mojito fantastici. Gli piace pescare e mi ricorda un pò te. Quando c’e il sole andiamo al lago e passiamo il pomeriggio lì. Lui se ne sta ore fermo ad aspettare un pesce, io mi annoio e allora faccio con lui quello che facevo con te quando ero bambino, mi sdraio sull’erba e sbircio mentre lui è intento nella sua arte oppure leggo un libro. A lui piace sapere che sono lì.
Faccio anche l’amore con lui. Com’è fare l’amore con un uomo? Non so, per me è fare l’amore, non conosco altri modi. Forse dovresti dirmi prima tu come è farlo con una donna, allora potrei fare un confronto, ma io di modi per fare l’amore conosco solo il mio ed è un misto di piacere e senso di colpa. È strano sentirsi felici e sbagliati al tempo stesso, un sentimento dolce dal retrogusto amaro. Fra le sue braccia riesco a sopportarlo, ma quando poi me ne vado da casa sua e torno nella nostra casa, dove respiro l’odore sano e normale tuo e della mamma, allora mi sento sporco e mi assale la disperazione perchè mi chiedo se dovrò sentirmi così per tutta la vita. Quando cammino per strada mi guardo intorno e cerco negli occhi di chi mi circonda il mio stesso dolore, negli occhi dei passanti, delle commesse, degli anziani, in quelli dei bambini e perfino dei cani, e non lo trovo mai. Nessuno sguardo mi sembra disperato come il mio, allora immagino di essere la donna che è appena passata, il gelataio, il cane del vicino, qualunque altro essere vivente. Per un breve attimo mi sento sollevato, ma subito dopo il peso della sofferenza mi crolla addosso, lo stomaco diventa come una corda strozzata e la croce che mi porto addosso pesa più che mai. Già, la croce, beato colui che soffre no? Ma quelli come me nemmeno Cristo li vuole ascoltare, lui che è magnanimo, che è buono, che è morto per noi sulla croce, poteva dirlo che moriva per tutti tranne che per i froci, pure le puttane ha perdonato, ma non noi. C’è stato un momento in cui ho addirittura pensato di farla finita, di addormentarmi nel garage con i gas dei tubi di scarico, o di tagliarmi le vene. La morte sembra più facile, la vita fa molta più paura, ma poi penso ad Alice, a come la guarderebbero a scuola, a cosa sussurerebbero mentre cammina per i corridoi, a come il senso di colpa la divorerebbe, sempre, quando bacerà il primo ragazzo, quando farà l'amore per la prima volta, quando si sposerà, quando avrà dei figli, ci sarà sempre quel dannatissimo nodo in gola, quell’orribile ombra che rende i colori meno vivaci, sottile, infima, efficace abbastanza per sbiadire un pò tutto e rovinare la sua vita, rendendola triste e disillusa.
Ma se tu potessi, se tu volessi, capire. Non ti chiedo nulla, solo di continuare a mangiare alla mia stessa tavola, di vivere sotto lo stesso tetto, condividere il mio stesso bagno. Non sono drogato, non sono un ladro, sono gay. Di cosa hai paura, cosa potrà mai esserci in me che ti spaventa tanto? Sono sempre io, sono cmq il bambino con i pantaloncini e le bretelle che che veniva con te a pescare e ti guardava. Sono lo stesso che ha pianto il giorno in cui hai portato in casa il cucciolo che avevi trovato vicino al cassonetto e per il quale tutti e due abbiamo pianto quando non si reggeva più sulle zampe posteriori e ci implorava con gli occhi di non farlo soffrire piu’.
Ora sono io quel cucciolo, fammi smettere di soffrire, dimmi che tu che mi hai generato vuoi anche che io viva, così come sono.
Eccoli, i passi per le scale, sono i tuoi. Non si possono non riconoscere i tuoi passi, per le scale, in sala, in camera, quando scendi dal letto, quando vai in bagno, i tuoi piedi dicono qualcosa di diverso dagli altri, dai miei, da quelli della mamma, da quelli di Alice, i passi cambiano, invecchiano insieme al corpo, pesano di più, di meno, trascinano più dolore, meno dolore, ma hanno sempre qualcosa di speciale.
La chiave gira nella serratura. Prima mandata. Seconda mandata. Entri con il cappotto e la sciarpa, rabbrividisci, dici mentre ti togli il cappotto: ‘Sono a casa!’.
‘Papà, devo parlarti.’
Hai sentito, non mi rispondi, accendi la luce lentamente e mi guardi senza muoverti nè avanti nè indietro. I tuoi occhi sono incavati, rassegnati, dolenti. In essi scorre la tua vita perfetta, moglie, lavoro, figli, la fatica per meritarsela questa vita e il sentore che tutto stia per crollare come un castello di carte. Deglutisci, trattieni il respiro sull’orlo del baratro. Nel tuo cervello martellano delle parole: ‘malato’, ‘anormale’, ‘innaturale’ e ora lo senti il mio grido, quel ronzio sordo che ti perseguitava e che mai hai voluto ascoltare. Il tuo cuore batte più forte perchè hai paura di quello che diranno Gaetano e Filippo, di doverti chiedere perchè io sia nato diverso, di non aver nulla contro quelli come me, ma di averne uno in casa, paura di ammettere che in fondo lo hai sempre saputo.
Fermo sul divano sostengo il tuo sguardo: io non ho paura di affrontare la mia vita. Tu invece non puoi reggere la consapevolezza di quello che la mia vita sarà. E mi chiedi le stesse cose che ti sto chiedendo io: che ti capisca, che ti risparmi, che ti perdoni.
Inghiotto per l’ennesima volta la mia verità mentre ascoltiamo insieme il nostro urlo che sale da dentro, dallo stomaco, dalle vene, dal sangue, da ogni singola particella dei nostri corpi e grida all’ingiustizia per un dolore immeritato.
Abbassi gli occhi, senti addosso il mio sguardo che ti accusa e ti sostiene mentre ti allontani con i tuoi passi di padre.
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MessaggioInviato: Gio Feb 03, 2011 12:49 pm    Oggetto: Adv






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