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Sito Letterario & Laboratorio di Scrittura Creativa di Monia Di Biagio.

"Scritturalia" è la terra delle parole in movimento, il luogo degli animi cantori che hanno voglia di dire: qui potremo scrivere, esprimerci e divulgare i nostri pensieri! Oh, Visitatore di passaggio, se sin qui sei giunto, iscriviti ora, Carpe Diem!

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"Il tempo delle anime ovvero la frequenza di Dio"
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franco123








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franco123 is offline 

Località: Lucca
Interessi: scrivere, sognare
Impiego: marinaio


MessaggioInviato: Mar Feb 02, 2016 5:04 pm    Oggetto:  "Il tempo delle anime ovvero la frequenza di Dio"
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Capitolo 2)- Ritorno.

“Non desidero morire, io!”, esclamò Franco in modo convinto e, visto che Giacomo si trovava già ad una certa altezza, cominciò pian piano a camminare.
Ad allontanarsi.
Lo fece piano, piano, con cautela, con circospezione perché non voleva che l’altro se ne accorgesse.
Stava ben attento a non fare rumore ma nonostante tutte le possibili precauzioni, qualcuno lo notò.
“Ah! Ci sei cascato!”, proruppe accanto a lui uno sconosciuto, “e l’hai fatto anche apposta a non vedermi!”.
Franco lo guardò di sottecchi, senza girarsi, muovendo solamente il capo.
Una fastidiosa cervicale lo costringeva a ruotare assieme alla testa anche il busto e in questa limitata rotazione fu fortunato perché gli consentì, non volendo, di evitare il fendente che l’altro gli aveva assestato.
“Ma che fai”, gridò Franco girandosi questa volta di scatto, “ce l’hai con me?”.
Istintivamente e quasi di riflesso, alzò il braccio sinistro a difesa del viso e col destro sferrò un pugno, ma un pugno così forte che catapultò il malcapitato per terra.
Rotolarono l’uno sull’altro.
Anime perse, agitate, furibonde, adirate per qualcosa che sfuggiva persino alla ragione ma che li faceva litigare…. per cosa poi…!
“Ah !”, disse Franco, “Ho capito, sei quello dell’altra tornata, quello che presumeva di esser stato tradito, che si è trovato male ed è ridisceso, ma io, che colpa ne ho io dei tuoi problemi?”.
“Sei un farabutto”, rispose l’altro “e ora che ti si è risvegliata la memoria rammenterai anche della paga che ti ho dato” e terminò dicendo, “brutta carogna”.
“Va bene, va bene”, balbettò Franco che di combattere non aveva alcuna voglia, “lasciami pensare, forse ti ho ingannato, però al Paradiso ti ci ho portato, o no?”
“Ma quale paradiso e paradiso”, proruppe irato l’altro, “ti sei appena degnato di lasciarmi ai piedi di quella fottutissima scala e poi, quando ne sono ridisceso, eri scomparso”.
“Va bene, ma non farne un dramma”, rispose Franco che voleva ragionare, “in fondo mica sei sceso all’inferno, no?”.
“Ci mancava anche che dopo la vita morigerata che ho condotta andassi anche all’Inferno!”, rispose l’altro “e poi non sta a te giudicare se smistare la gente in Paradiso o all’Inferno” e il tono della voce era stridulo.
Adirato.
Ma anche il solo discutere, lo scambiarsi parole e soprattutto il fatto di dialogare, di condividere un interesse pur assurdo che sia, ma che riguardava ambedue, li aveva calmati.
Alcuni curiosi intanto, attratti dall’inusuale (almeno da quelle parti!) spettacolo, si erano avvicinati e ascoltavano attenti.
Mentre i due, ignari della loro presenza, litigavano il cielo da plumbeo che era si era fatto ancora più scuro.
Nero.
Densi nuvoloni che si sovrapponendosi gli uni agli altri in una sorta di gara a ricoprire il cielo, non lasciavano passare il benché minimo spiraglio di luce.
Ricoprivano così coscienziosamente quella parte così insolita di mondo da non preoccuparsi minimamente di quanto stesse accadendo.
“Devono aver preso tutti molto sul serio, da queste parti compiere il proprio dovere … ” mormorò Franco che non aveva mai visto tanto impegno.
Operare in un mondo che non si sa bene dove sia, ma solo che è situato in una posizione intermedia di spazio fra l’alto e il basso ossia fra Cielo (comunemente detto Cielo Celeste) e Terra (oppure anche sotto terra), ebbene è da questa posizione tutt’ora inesplorata e misteriosa, nella quale unica cosa certa é che ad ognuno il ritorno è precluso (meno che a Gesù Cristo), la cosa veramente insolita é il fatto incontrovertibile che pare venga illuminato dal nostro stesso Sole, Sole che però risulta essere così lontano da non riuscire a fornire che un quinto della luce che invece illumina noi e ci riscalda.
Ed é appena sufficiente per farti leggere il giornale!
Proprio in quel momento si alzò un vento freddo e fastidioso.
La temperatura corporea si abbassò di parecchi gradi Celsius e nel contempo fare da tramite o trasporto del rumore assordante dei tuoni.
Preceduti dall’intenso bagliore di lampi scaturiti dal suolo, serpeggiavano verso il cielo segnalando l’approssimarsi di un temporale.
Franco vece l’atto di alzarsi.
Si strinse nella giacca di lana ed alzò il bavero.
“Succede esattamente come da noi!”, alludendo all’evolversi della meteora che proprio in quel momento si stava scatenando lì attorno.
Lampi, tuoni, vento e un fuggi, fuggi generale.
Desiderò ardentemente un riparo, un luogo sicuro nel quale attendere il sereno.
Calore.
Luce
“E’ ora che me ne vada”, mormorò incamminandosi verso l’orlo della cornice che sporgeva dal terreno.
Semi nascosta dalla erbacce del prato, quella cornice, che rappresentava per lui l’indispensabile “via di fuga”, come si dice in gergo marinaro, si notava appena.
Superata con un breve saltello la sporgenza di legno dorato, quasi istantaneamente si ritrovò nel sottoscala di casa sua a Lucca, in Corte Bertolini al 19 (casa dove tutt’ora risiede).
La riconobbe.
Lo indicava il solito caos di biciclette e attrezzature (quante volte aveva deliberato di fare un repulisti!) ingombranti e obslolete che la ingombrava e dal quale a stento riuscì a liberarsi.
Poi, con un “finalmente a casa!”, mormorato tutto d’un fiato assieme ad un gran sospirone, si mise a salire velocemente le scale.
Sostò dinanzi alla porta d’ingresso alla febbrile ricerca delle chiavi che fece girare nella toppa.
Aprì la porta e una volta dentro “Ancora una volta è andata bene”, sospirò.
In realtà quello che aveva appena esclamato era solo un modo di dire scaramantico, un modo per separare lo “stato immanente da quello trascendente”.
“Bisogna essere o di qua o di là”, aveva sempre sostenuto “perché è meglio non mescolare le cose!”.
E tutt’ora ne era convinto, ma, si sa…, la vita alle volte, purtroppo, ti porta anche a fare cosa contro natura!
Perché bisogna dire che tutte le volte che andava di là provava un certo senso di disagio.
Che poi gli rimaneva addosso!
Una volta dentro si chiuse accuratamente la porta dietro le spalle.
Sebbene fosse conscio dell’inefficacia, per non dire inesistenza, di una simile barriera (impotente contro i ladri, figuriamoci contro le forze occulte), quella porta, simbolo o segno del rientro nel mondo terreno, lo rasserenava.
Infine, con passo lento e ben studiato, si diresse verso la sua stanza.
“Anche questa è fatta”, mormorò lasciandosi pesantemente cadere su una poltrona.
Davanti a se, sul tavolo della scrivania, c’era il PC.
Amico fedele.
Complice di lunghe ore solitarie trascorse nel tentativo di fermare le proprie idee, meglio e più di quanto avrebbe fatto con la voce, perché se è vero che Franco non era un grande oratore, con lo scrivere invece, a detta di tutti, se la cavava abbastanza bene, distrattamente, lo accese.
Quel PC acquistato alla Careful locale e pagato con tanti sacrifici a rate che, lento com’era, lo faceva anche arrabbiare, finalmente si attivò e dopo aver “cliccato” alla voce “Ospedali” attese.

Capitolo 3)- Ospedale.

Apparvero in successione un’infinità di nomi: ospedali, cliniche private, nosocomi, case di cura, ricovero per anziani, c’era solo l’imbarazzo della scelta!
Un lunghissimo elenco che andava da quelli di Genova a quelli di Bologna e poi giù, giù per tutta la Penisola Italiana, in un crescendo esponenziale.
“Basta, basta!”, esclamò fra se Franco, “troppa grazia, è meglio andare al solito Campo di Marte” (Ospedale cittadino) e cliccò per chiudere.
“In fondo”, si disse, “la cosa migliore è quella di rimanere a casa quanto più é possibile!”, ma poi, preso il marsupio e imboccate le scale, si diresse alla volta della sua auto.
Arrivato all’ospedale e parcheggiata la vettura, scese e s’incamminò verso l’entrata.
Procedeva con passo sicuro perché grazie al suo impegno nel volontariato, più di una volta si era trovato ad operare tra le sue mura.
“Però mai per una cosa come questa”, pensava.
A differenza di molti che non lo possono soffrire, l’ospedale, qualsiasi ospedale, a Franco invece andava benissimo in quanto, come spesso diceva, “L’ospedale é di tutti e tutti ne siamo proprietari!”.
E ne era persino lusingato, piacevolmente compreso, persino contento perché l’Ospedale, e può sembrare assurdo, gli metteva addosso persino una certa allegria!
Muovendosi in modo sciolto come fosse stato a casa sua, Franco si incamminò verso l’ascensore che di lì a poco lo portò al primo piano.
Era l’orario delle visite, così, senza destare alcun sospetto, s’introdusse furtivamente nella camerata del reparto di nefrologia ed entrò in una stanza.
Una stanza a caso s’intende, perché Franco andava a caso.
Non aveva un piano, e sebbene non conoscesse chi o coloro che la stessero occupando, vi entrò lo stesso.
Ostentando un’aria serafica e tranquilla, denunciata dall’espressione tipica di chi fosse andato lì per far visita a un congiunto o ad un parente ammalato, pur sapendo che di coloro che vi si trovavano non sapeva niente, si avvicinò ad un letto.
Quello più vicino alla porta.
A parte i malati che per lo più stavano dormendo, quella stanza di solito affollata, in quel momento era deserta.
Nel primo letto, a destra entrando, vi era distesa una persona.
Stava supina, con la faccia esangue, lo sguardo vitreo, la bocca semichiusa come se stesse rantolando.
In effetti dormiva o meglio, era in una sorta di trance comatoso sicuramente precursore della morte.
“Come va?”, l’apostrofò Franco dopo esserglisi seduto accanto.
Non si attendeva una risposta, non in senso figurato, ossia con la voce ma con il pensiero, quello si che poteva captarlo.
“Non va tanto bene come può vedere”, rispose quello e parafrasando un modo di dire abbastanza comune da queste parti, aggiunse, “sono più di là che di qua”.
“No, non è vero”, rispose cerimoniosamente Franco, “vedrà che andrà tutto bene” ma dicendo così sapeva benissimo di dire una bugia e di quelle grosse perché il malato era evidentemente nello stadio terminale!
D’altra parte cosa poteva dire ad uno che, come quello, stava già morendo?
Doveva dirgli la verità col rischio di spaventarlo a … morte?
Si impose un contegno, si fa per dire…professionale e, “Posso parlarle in tutta franchezza?”, disse o meglio pensò.
“Certamente”, rispose prontamente l’altro, “faccia pure con comodo” e Franco iniziò: “Veda, io sono un accompagnatore necroforo, ossia dei morti e faccio questo mestiere ormai da 4 anni quindi si immagini che esperienza ho accumulata!”.
Detto questo si chetò e stette a guardare che effetto avessero fatto le sue parole o meglio che pensiero avessero suscitato nel moribondo.
Visto però che l’altro non faceva una piega, riprese, “Sono convinto che anche a lei potrebbe risultare utile un tale servizio”.
Silenzio.
“Non devo essere io a ricordaglielo” continuò intanto imperterrito Franco “ma partire per l’ultimo viaggio, in solitario, come lei si appresta di qui a poco a fare, è un po’ come voler fare una scalata in solitario… ardua, difficile, in alta montagna e da solo e se per taluni può essere pericolosa per lei, addirittura, potrebbe generare uno spavento”.
Un pesante silenzio accompagnò l’eco delle sue parole, o meglio, pensieri, fino a che il tizio, che nel frattempo si era girato su un fianco, aprì gli occhi poi, con fare guardingo, lo guardò e per tutta risposta, tirò un lungo sospiro.
Franco, che lo stava osservando di sottecchi ed aveva notato il cambiamento di luce emanata dai suoi occhi celesti, pallidi, slavati e un po’ affossati che parevano guardare più all’abisso che all’ambiente circostante, capì che aveva compreso.
Ma era evidente che il povero morituro pensava anche al dolore, al dispiacere ed alla pena che provava sia per se stesso, sia per i suoi cari fino a che non lasciò che dal viso trapelasse un brillio di speranza, di gioia che, via, via, che il tempo passava, si faceva sempre più marcato e forte.
“Finalmente ha capito”, pensò Franco testimone della metamorfosi.
“Veda”, continuò poi con quel suo strano modo di parlare, “non sono qui per proporle una gita o che so, un viaggio di piacere e men che mai una villeggiatura, bensì un accompagnamento o guida verso un viaggio che lei sa benissimo essere senza ritorno e che anche a prescindere dalla mia presenza, sta per iniziare e siccome l’unica cosa che le garantisco è l’anonimato, ossia la certezza che non lo diremo a nessuno, le chiedo se la mia proposta la può interessare”.
Silenzio!
L’attesa di una risposta ormai tardava fin troppo mentre Franco notava che di momento in momento, il respiro del morente si faceva sempre più affannoso.
“Mi potrebbe anche interessare”, gli giunse flebile il pensiero del morente, “ma che cosa comporta?”.
“Niente, salvo una piccola firma su un modulo, un contratto, ma vedrà che non le costerà niente”, riprese Franco con fare amichevole, “non sono qui per venderle qualcosa, quindi non mi deve pagare un bel niente e poi come potrebbe visto che se ne sta andando?”.
E ridendo fra se e se, “Si è mai visto un morto che paga?”.
Ma l’altro non rideva affatto, “Bé, non mi dica che lo fa per niente perché non ci credo” e la sua voce si era fatta angolosa, pungente.
“Senta, voglio essere sincero” e mentre parlava, la voce di Franco si era fatta più conciliante, da imbonitore, “mi deve consentire di dichiararle l’importo della spesa….” e la frase si stiracchiò, si allungò a bella posta come se cercasse di vantare un servizio il cui costo anche se elevato era, rispetto all’esito, insignificante.
“Una casa”, aggiunse poi frettolosamente e sorridendo a denti stretti “ce l’avrà pure una casa, no?”.
“Veramente una casa ce l’avrei”, rispose il morituro con voce incerta, “ma è occupata, sa”, continuò il poveretto, “ci abita ancora mia moglie, fortunata lei che lo può fare….”.
“Bene, bene”, rispose Franco con fare acquiescente, “non se la prenda, perché, anche se la casa é occupata, va bene lo stesso”.
“E’ mia moglie”, rispose il poveretto, “non vorrà mica cacciarla via?”.
“Niente affatto”, rispose Franco con fare precipitoso, “non me lo sogno neppure, piuttosto” e riprese con fare furbesco, “quanti anni ha sua moglie?”.
“Novanta”, rispose prontamente quello.
“Accidenti!”, si lasciò scappare Franco col tono di chi ha annusato l’affare, “novanta anni e la salute, come va a salute?”.
“Benino”, rispose quello con fare pensieroso, “a parte un certo malessere generale dovuto all’età”.
“Già, gia”, riprese Franco con fare amichevole, “allora si conclude?” e così dicendo gli porse un foglio di carta, un modulo prestampato sul quale a chiare lettere si leggeva: Programma di accompagnamento al di là della frontiera dei viventi, norme, regole e condizioni.
L’altro, un po’ perché non ci vedeva, un po’ perché ovviamente non poteva leggere né tanto meno firmare, non si muoveva affatto.
Franco non si scompose e tenendo il dattiloscritto fra le mani, con fare solenne, lo lesse o meglio lo pensò e pensandolo credette veramente di parlare ad alta voce, ossia nel linguaggio dei vivi mentre invece stava parlando nel linguaggio dei morti!
Per così dire, stava trascorrendo nel più perfetto silenzio il più lungo monologo della sua esistenza!
Quando fu convinto che l’altro avesse capito, gli prese la mano destra, gli mise fra le dita una penna a sfera e con quella, spingendo in su e in giù con le sue mani le sue, lo guidò a tracciare la firma.
“Visto?”, concluse sorridendo, “era tutto previsto, anche la firma per la cessione e poi dicono che non sono organizzato!”.
Franco, che in quel lavoro ci credeva e ne andava orgoglioso, pretendeva di fare le cose per bene, con stile, con rigore sia per andare soddisfatto di se che per non avere future contestazioni.
Durante i pochi anni durante i quali aveva svolto quell’attività, infatti, ne aveva subite di controversie causate da pazienti improvvisamente risorti, beni inesistenti, parenti scalpitanti, firme misconosciute, soldi svalutati e così via in una sequela di fregature che quando ne andava bene una, le altre andavano a monte!
“Lo so, lo so che è difficile”, si diceva dialogando con se stesso o con la ristrettissima cerchia dei suoi amici, “d’altra parte, di questi tempi, con la misera pensione che mi ritrovo, i co-co-co, il precariato, il lavoro interinale, cos’altro si può fare?”.
E dal modo di come lo diceva si capiva che ne era anche convinto!
E poi la solita falsa giustificazione “vedi cosa si deve fare per campare!”.
Era un modo di dire, naturalmente, perché Franco sapeva benissimo che non stava svolgendo un lavoro regolare, qualificato, codificato, preciso, corretto, bensì una sorta d’escamotage o come si direbbe, un palliativo, un surrogato, persino contrario alla legge (ma quale legge, esiste forse una legge in tal senso concepita?) utile, più che altro, ad arrotondare la pensione!
“La pensione!”, diceva spesso “che a me non piace perché dove mi trovavo, ossia imbarcato sulle navi della Tirrenia, non mi ci trovavo bene ma benissimo e mi è piombata addosso come una valanga, una sciagura…!”.
Ma ormai era tardi e per giustificare quella occupazione si diceva: “Intanto, mi rendo indipendente e non vado troppo in rosso (con la banca)”, “e poi che male faccio, anzi, non è forse un bene aiutare questi poveri Cristi a trasmigrare?”.
E con un certo autocompiacimento, “lo trovassi io, al momento giusto” e si toccò dove di solito ci si deve toccare trattando argomentazioni simili, “uno che mi accompagna nell’al di là”
E poi “mentre vedrai che, quando toccherà a me, me ne dovrò andare via solo, soletto”, e il tono era quello piagnucoloso del rimpianto.
Mentre Franco rimuginava queste cose, il poveretto, che nel frattempo si era appisolato, si scosse, si dette una specie di rabbuffata, una smossa, come dicono a Napoli, si drizzò sul busto e rantolando disse, ”Allora va bene, mi raccomando, rimanimi vicino perché sento che tra poco me ne vado”.
E di li a poco infatti spirò.
Ma come fece?
Tirò un gran respiro poi, pur restando immobile, supino, la bocca leggermente aperta, le membra rilassate, i capelli scomposti, gli occhi sbarrati a guardare quello che stava vedendo, ossia tutta la sua vita (oppure la mamma che alle volte appare proprio in questo momento critico) si agitò, mosse le labbra come per dire qualche cosa, ma non disse niente.
Non poteva più parlare!
“Visto”, iniziò Franco che nel frattempo gli si era messo accanto, “che non è stato poi così traumatico?”.
Ma l’altro rimaneva in silenzio.
Pareva scosso, smarrito e forse anche un po’ spaventato.
Doveva avere subito uno shock, una forte emozione e certamente non era in condizioni di parlare.
Franco pazientemente attese.
Tutto considerato gli faceva pena e così aspettò che l’altro si riprendesse, che recuperasse un po’ della sua vitalità, della sua coscienza per potergli porre altre domande.
Per discorrere.
Siccome Franco si era ormai abituato a quel via vai dell’altro mondo, provò a non pensare più al viaggio, che ormai non gli faceva più né caldo ne freddo e si mise a parlare con se stesso: “Bisognerebbe che almeno una volta nella vita tutti potessero provare”, diceva convinto, “e allora passerebbe la paura!” però ometteva di precisare che quell’esperienza la si poteva provare una sola volta quando appunto come in questo caso, avveniva il trapasso che però non consentiva il ritorno, il pentimento, la scelta di un’altra soluzione, come invece lui si poteva permettere di fare!
Già, perché c’era anche questo problema.
Il problema era che LUI poteva tornare tra i vivi mentre gli altri (il morente poi ancora meno), giammai!
E che poteva farci, se era dotato di un dono di quella natura e per giunta difficilmente rintracciabile negli altri?
Era forse colpa sua se per caso, proprio per caso si era imbattuto in quella dote, in quella prerogativa effettivamente inusuale, antitetica ma pur sempre umana?
Già, perché Franco non si riteneva un miracolato, un profeta, un santo o santone bensì un normale figlio dell’evoluzione.
“Evoluzione?”, diceva a chi gli chiedeva lumi sul suo modo di agire, “si signori, proprio evoluzione, la più comune fra tutte le avventure della razza umana, che evidentemente mi ha fornito del frutto di un lento adattamento oppure ancora del caso, comunque di un processo lento ma naturale che devia dal solito cammino materiale della vita e volge allo spirituale ed é, lo ammetto, più unico che raro” .
“Ma chi l’ha detto che non si sia già verificato?”, non mancava di inserire nelle sue argomentazioni quando, e gli succedeva spesso, cercava di convincere qualcuno o anche se stesso.
“Non sono mica diverso dagli altri io”, insisteva “solo che, per una sorta di scherzo della Natura sono diventato ricettivo al così detto mondo trascendente”.
“Già, il trascendete” e al solo pronunciarla, quella parola, si sentiva solleticato, stimolato a pensare.
L’idea stessa di potervi entrare lo incuriosiva, ma lo metteva anche in agitazione, in allarme come se stesse per cadere in una trappola o meglio, come se stesse entrando per una porta, un portone, dal quale si poteva transitare… ma in un’unica direzione.
Quello era il rischio!
“Ma che direzione e direzione!”, blaterava Franco tanto per darsi un contegno e al tempo stesso farsi coraggio e giustificare così quella sicumera dalle origini incerte, poco profonde e sicuramente irrazionali per non dir di peggio, che ostentava.
“Di mondi diversi non ne voglio nemmeno sentir parlare, nemmen per sogno!”, diceva mentre s’indignava anche solo all’idea che oltre al presente ve ne fosse un altro, diverso e magari potenzialmente pericoloso.
“E poi, se fosse così come si dice, come potrei andare e venire di qua a là e viceversa tanto facilmente?”.
Era quello che spesso si ripeteva, magari per darsi un tono di sicurezza, uno stile e poi con rabbia, “sono un marinaio io e come tale mi piace l’avventura e più avventura di così si muore!”.
E ammiccava, convinto, soddisfatto e in pace con se stesso.
Dopo queste elucubrazioni però, alle quali purtroppo doveva ricorrere troppo spesso, riusciva sempre meno ad accettare quel suo strano modo di fare, di agire, che gli consentiva di correre qua e là a suo piacimento da un mondo all’altro, fin’ora senza problemi, ma poi “chissà cosa potrà succedere più avanti ?”
Il tarlo del dubbio lo tormentava, “e se ti succede qualche cosa e non puoi più tornare ?”, si diceva, “bé, allora si vedrà, ma non ora che tutto sta andando bene e ci guadagno”.
Quella del “guadagno”, anche per Franco, evidentemente influenzato dal concetto tutto Lombardo della priorità degli affari, era una delle sue frasi preferite.
Frase definitiva, risolutiva, quella per intenderci, che taglia la testa al toro e chiude ogni discussione ed incertezza, ogni discorso di etica morale, religioso e onesto, ma dentro di se non né era convinto.
“Pur di guadagnare si va anche all’inferno”, soleva dire e non solo metaforicamente, ma gli altri naturalmente non lo potevano sapere.
Però quell’andare e venire dal mondo del vissuto ad uno nascosto e vago lo consumava, lo stancava, lo faceva pensare, gli dava un senso di vuoto, di vertigine tanto che parlava spesso di “spossatezza” mentre non era altro che consapevolezza.
Effettivamente la sua vita era cambiata.
Da quando aveva intrapresa quell’attività, che eufemisticamente chiamava “missione”, non era più così allegro come prima e non solo a causa della frequentazione dell’ambiente ospedaliero o peggio obitoriale, che non si può certo considerare “ameno”, ma paradossalmente, per la differenza di tempo.
Il che esige una spiegazione.

_________________
Nel disperato bisogno di espandere la sua poersonalità, Franco Masini scrive per condividere i suoi ricordi, i sogni, le speranze con altri che non siano solo banali ripetitori di luighi comuni....!
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MessaggioInviato: Mar Feb 02, 2016 5:04 pm    Oggetto: Adv






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