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Sito Letterario & Laboratorio di Scrittura Creativa di Monia Di Biagio.

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Capitolo 8 La scala" "Il tempo delle anime di Fran
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franco123








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MessaggioInviato: Mer Feb 24, 2016 8:00 pm    Oggetto:  Capitolo 8 La scala" "Il tempo delle anime di Fran
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Capitolo 8)- La scala.

Salire su quella scala sembrava più facile di quanto non avesse immaginato.
Un gradino dopo l’altro, quasi senza sforzo, tutto scorreva liscio e sicuro.
Il fatto è che la scala non era unica ma composita, ossia formata da tante scale avvicinate fra loro come i binari di un treno e scorrenti anche, fra loro, a velocità differenti.
“Velocità?”
Si signori, proprio così, quella scala, infatti, non era come le nostre che notoriamente sono ferme e ben piantate, ma si allungava come quella dei pompieri a velocità ridotta (o sostenuta, a seconda dei casi) fino al Cielo.
E non saliva tutta insieme, omogeneamente, giammai! Che per complicar le cose, ogni sezione della stessa, saliva a velocità differente.
Alcune ferme, altre più veloci, altre meno, ma tutte invariabilmente in movimento e naturalmente luminescenti.
In mezzo a quella profusione di luce s’intravedevano figure dalle più vaghe sembianze.
Alcune apparentemente di persone sane, altre portatrici di handicap e perciò visibilmente disturbate nel loro andare, ma per uno strano paradosso queste ultime sembravano essere più felici delle altre e lo dimostravano le grida di gioia ed i saluti che rivolgevano a tutti coloro che passavano loro accanto.
Cani, gatti, uccelli a iosa e persino conigli (mentre salivano passò loro accanto un cane che abbaiando festosamente li salutava) che tra latrati, cinguettii, barriti, squittii e persino ruggito di leoni, salivano in cielo.
Vide che alcuni avevano già raggiunta la cima ed erano scomparse fra le nuvole. Altri invece sostavano come a riprender fiato mentre alcuni, pochissimi in verità, una volta fermi, ridiscendevano come per un pentimento o una resa…. ma questi ultimi per lo più erano persone!
Mentre gli ultimi, quelli che discendevano, erano seri, delusi e all’apparenza, profondamente tristi i primi, quelli che salivano e per quanto poco ci si vedesse, dimostravano grande gioia con risate, canti, battute allegre e lazzi.
Nel punto in cui la scala aveva si e no percorsa un’altezza di 20- 25 metri, tanto che Franco già si congratulava con se stesso e mentre osservava con interesse quell’andirivieni, quasi evocato dal suo stesso pensiero, si udì un boato, uno stridio come di lamiere contorte da un incidente mortale e la scala, come se si rattrappisse, si restrinse!
E poi un gran vento!
Un vento che prima non c’era ed ora invece soffiava a più non posso tendeva a farli precipitare di sotto.
Sia Franco che il morto, il quale stava più in alto di lui di 2–3 scalini, istintivamente si aggrapparono ai montanti, ma la sorpresa fu tale da far spostare il morto da una parte.
Era in evidente stato di agitazione.
“E’ sempre stato così, che nel momento in cui le cose sembrano andare per il loro verso” pensò o disse Franco “può accadere di tutto!”, disse Franco, ma non finì la frase perché sentì un acuto grido di terrore.
“Aiuto, aiuto, sto precipitando!”.
Era il morto che aggrappato con tutte e due le mani al montante che al suo livello era vicinissimo all’altro, si trovava con il corpo spenzolante nel vuoto, le gambe scalpitanti e urlava a più non posso.
Franco guardò in basso.
Visto da lassù, il suolo sembrava lontanissimo.
“Reggiti forte”, gridò, cercando di sovrastare il rumore del vento che nel frattempo si era anche rinforzato, ma era tranquillo perché la parte di scala dove si trovava, godeva di tutta la sua larghezza.
Stimolato da queste parole, l’altro guardò in giù e vedendo che la scala poco più sotto presentava tutta la sua larghezza, gridò, “aspettami che scendo anch’io”.
Non fece in tempo a fermarlo, Franco, che la scala, non appena l’altro ebbe posto un piede sul gradino inferiore, si restrinse di colpo!
“Che hai combinato”, gridò Franco di rimando, “lo vedi che dovunque vai la scala si restringe?”.
“Lo vedo, lo vedo”, rispose affannosamente il morto, “Ma allora, cosa devo fare?”.
Il tono era implorante, piagnucoloso, ma Franco non gli diede retta e gridò, “devi salire, caro mio, devi salire e così dare una prova di coraggio”
“Coraggio! Ma se muoio di paura”, gridò l’altro, “non hai altro da suggerire?”.
“No, non ho altro”, rispose Franco, “è l’unico modo che conosco per uscire dall’empasse”.
“Va bene”, disse il morto e con infinita cautela, lentamente, con circospezione, riprese a salire.
Si aggrappava con tutte e due le mani al mancorrente e usando a mo di piattaforma la piccola sporgenza che il gradino presentava, si tirava su a forza di braccia fino a che, improvvisamente, la superficie della scala si dilatò riprendendo le sue dimensioni originali.
“Visto”, gridò Franco a mo d’incoraggiamento, “che ti avevo detto? Ora vai su che vai bene!”.
“Meno male che è finita!”, rispose l’altro rinfrancato, “ora mi rendo conto che se non c’eri tu mi sarei arreso e sarei caduto di sotto”.
“No, no”, rispose Franco con tono vagamente bonario, “va là che vai bene e continua così” ma non era sincero sia perché cominciava ad essere inquieto e sia perché aveva fretta.
Aveva fretta di concludere perché quell’episodio lo aveva messo in agitazione.
Gli aveva fatto riflettere sul fatto evidente che le cose non funzionavano più come una volta.
Pur tuttavia continuò la salita e saranno giunti ad un’altezza di 80 – 90 metri distanza quasi impossibile da misurare visto che a Franco, che soffriva di vertigini, mancava persino la forza di guardare in basso, quando inaspettatamente la scala di nuovo si restrinse, ma questa volta un po’ meno.
“Accidenti e ora che sarà successo?”, esclamò il morto che, dopo l’esperienza del primo rallentamento andava su spedito come un gatto.
“Quante difficoltà, non me lo sarei mai aspettato”.
“Speriamo bene”, esclamò Franco al quale l’altezza cominciava a dare fastidio. “Ed io che non ci volevo venire!”.
Intanto si era fatta per così dire, notte.
Notte nel senso che i pochi particolari del paesaggio che fin’ora si erano potuti osservare: il sottofondo fitto di alberi; i prati, sia pure cupi, ma che erano pur sempre di un colore vagamente verde e poi le rocce di un grigio normale, erano scomparsi.
Il cielo, prima vagamente chiaro tanto da far risaltare anche i minimi particolari si era trasformato da plumbeo a scuro e poi così nero da cancellare dalla vista il paesaggio.
L’orizzonte poi, base di valutazione delle distanze, era ormai completamente scomparso ed al suo posto non si vedeva altro che un baratro senza fondo.
Come se non bastasse, sotto di loro si stava formando e in parte già vi si trovavano immersi, un fittissimo banco di foschia.
Con la paura che livella tutto cercarono di valutare sia l’altezza che la posizione. Senza riuscirvi perché quello che serviva da riferimento era scomparso.
Il panorama di prima non esisteva più!
Offuscato, cancellato, assorbito da quella materia nera e inconsistente che lo avvolgeva come un denso mantello, quel mondo sia pure strano e sconosciuto, ma pur sempre mondo, ora era come spento, scomparso.
Unico riferimento luminoso fra tanta oscurità, la scala che, indipendentemente dall’ambiente circostante, irradiava luce con un chiarore visibile anche da molto distante.
Come un faro!
Ma ci voleva la Fede di un navigante per appellarsi a quello!
Questi i pensieri e le considerazioni dei due, che intanto se ne stavano uniti, a grappolo, in piedi su un unico scalino, disperati e stanchi.
Sospesi nel vuoto, ciechi per non poter vedere niente e con l’unica chance di credere in se stessi o in qualcun’altro che li potesse aiutare a resistere per ancora chissà quanto tempo.
Così a chi li avesse osservati da lontano, dovettero apparire i due tapini.
(chissà poi che qualcuno non li stesse guardando?)
Tutt’attorno era buio pesto.
Faceva freddo.
“Stessa situazione di quando sul Vespucci (famosissima nave scuola della MM Italiana) si saliva a riva di notte (a riva significa salire sull’albero)”, mormorò Franco memore dei passati trascorsi nella MM (Marina Militare) .
“E si stava in precario equilibrio sul marciapiedi di un pennone ” , aggiunse “ma qui è peggio perché sotto di noi invece del mare non si vede nulla”.
Guardò l’orologio e vide che era fermo.
“Si sarà rotto”, mormorò non così piano da non farsi sentire.
“Cosa c’è ora, cos’è che si è fermato?”.
Era la voce querula dell’altro che battendo i denti, da un gradino sopra di lui, farfugliava frasi incoerenti.
“Nulla, nulla”, rispose Franco, “stai tranquillo e continua a salire”.
“E’ una parola”, rispose l’altro ansimando, ma si capiva che era stanco, mortalmente stanco.
“Va bene”, decise Franco, “allora fermiamoci”, e si mise a cavalcioni del gradino sottostante.
Come acrobati che si riposano seduti sul trapezio i due seduti sul gradino, si tenevano stretti ai man-correnti.
Così trascorsero parecchio tempo fino a che, inaspettatamente, la scala si rimise in movimento!”.
“La scala sta salendo”, si mise a urlare il morto, “che è successo?”.
“Bho”, rispose laconico Franco che non ci aveva capito nulla, “staremo a vedere” e poi aggiunse saggio “considerato che la scala sale e ci fa guadagnare tempo, profittiamone per fare un riposino”.

_________________
Nel disperato bisogno di espandere la sua poersonalità, Franco Masini scrive per condividere i suoi ricordi, i sogni, le speranze con altri che non siano solo banali ripetitori di luighi comuni....!
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MessaggioInviato: Mer Feb 24, 2016 8:00 pm    Oggetto: Adv






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