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Sito Letterario & Laboratorio di Scrittura Creativa di Monia Di Biagio.

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Capitolo 10 de "Il tempo delle anime di Franco Masini&
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franco123








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Località: Lucca
Interessi: scrivere, sognare
Impiego: marinaio


MessaggioInviato: Sab Feb 27, 2016 5:36 pm    Oggetto:  Capitolo 10 de "Il tempo delle anime di Franco Masini&
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Capitolo 10)- Apparizioni.

La riconobbe.
Dalla fotografia appesa alla parete, e che tutti i giorni salutava quando le passava davanti, non c’era alcun dubbio, era Lei.
Era sua nonna.
La cara e tanto amata nonna.
Non si poteva sbagliare.
E poi se lo sentiva!
Chi altri avrebbe potuto trovarsi lì e chiamarlo “Nipote”?
Non vi poteva essere alcun dubbio, quella era sua nonna! Era lei in persona!
Sorrise e lui macchinalmente rispose, ma era evidente che si sentiva impacciato, imbarazzato, sorpreso.
Con il cervello in confusione rimase a guardarla in silenzio, con venerazione.
Si riscosse.
Gli si gonfiarono gli occhi di lagrime.
Un brivido, un nodo alla gola che si tramutò in pianto.
“Nonnina, nonnina mia”, gridò.
Fu il grido più sincero che mai bocca umana abbia prodotto e che avrebbe commosso anche una pietra.
Non un grido di dolore, ma di gioia.
Gioia immensa e così radiosa da non poter essere frenata.
Calde parole d’amore proruppero dalla sua bocca.
Cadde in ginocchio e convulsamente le brancicò con le mani la gonna.
Non trovando una presa si attaccò alla piega della veste, quella che le scendeva fino ai piedi.
Veste semplice e al tempo stesso radiosa come quella della Madonna!
Ma era nera!
Non come la foto di casa dove appariva di un vago e indefinito colore ma decisamente nera.
E giù a piangere.
Il morto, che intanto si era avvicinato, osservava tranquillamente la scena.
E sebbene non capisse il motivo di tanta commozione, chissà perché non ne era convinto.
Notò che la nonna, magra figura allampanata e rigidamente eretta; il viso angoloso, un sorriso stampato sulle labbra, teneva le mani appoggiate sulle spalle di lui che le stava inginocchiato davanti.
“Si vede che ha il cuore di pietra”, fu il commento mentale del morto riferendosi alla nonna ma anche quello di Franco che però non si riferiva alla stessa persona.
“Nonostante la mia commozione, non si è mosso di un millimetro”, concluse infatti riferendosi al morto .
“Buono a sapersi….” continuò, “…peggio per lui che non carpisce” e ancora, “ma ora che ho ritrovato mia nonna me ne posso anche fregare, tanto non ci ricavo un bel niente” e fiducioso rovesciò la testa all’indietro per meglio guardarla, per venerare il suo viso.
Per gustarne l’immagine.
Mentre Franco farneticava la nonna lo scrutava dall’alto.
Lo teneva stretto in un tenero abbraccio, poi proruppe, “Franco o Franco, come stai, come stai?”.
Notò Franco quello strano modo di parlare che, a parte la qualità di un suono decisamente un po’ stridente, ripeteva le parole più volte, ma ottenebrato com’era dall’emozione non ci fece caso.
“Bene, nonnina, anzi benissimo”, rispose, “sono venuto quassù per fare un piacere a quel morto lì e mai avrei sperato…” e fu abile a scegliere la parola giusta, “ incontrarti”.
Poi le chiese: “Ma che ci fai quassù?” frase che, subito dopo averla posta, gli fece provare il desiderio di non averla mai detta.
Aveva riconosciuta la banalità della domanda.
Che senso aveva chiedere a una morta e per di più santa, che cosa ci facesse in Paradiso?
Era troppo emozionato, addirittura stravolto per poter ragionare con la dovuta calma, per scegliere il senso delle parole.
“Non può farmene una colpa, non quassù, fra i Santi”, pensò poi per tranquillizzarsi.
“Verba volant…!”, rammentò, ma ormai l’aveva detta e attese la risposta con trepidazione.
“Che ci faccioo?”, fu la laconica risposta, “ci sto e basta come ci verrai a stare anche te un giorno” e gli sorrise invitante, ma gli angoli della bocca non sorridevano affatto.
Viceversa erano piuttosto duri.
“Nonna, nonnina”, lamentò Franco, “certo che ci verrò anch’io, ma ora vedi bene anche Tu che ci sono venuto un po’ troppo presto e non so come fare ad uscirne, aiutami Tu”.
La nonna eruppe allora in una serie di rumori strani.
Stridii, schiocchi, ronzii poi girò la testa da una lato, sospirò e tacque.
Che era successo?
Pallido in volto, gli occhi sbarrati dalla sorpresa e dal timore, Franco proruppe in un grido d’angoscia.
Una preghiera, “Nonnina, nonnina, ma che fai, che succede?”.
“Succede che non sono la tua nonna, cretino, non vedi che mi si è rotta la testa?”.
Ora anche il tono della voce era cambiato, non più dolce e suadente, larvato e amoroso, ma duro, ruvido e ferrigno tanto da fargli credere che dentro quell’involucro tanto amato vi fosse ben altro.
E la finzione gli apparve in tutta la sua macabra realtà.
Fortunatamente proprio in quel momento si svegliò!
“Meno male che era tutto un sogno!”, disse ad alta voce, “non avrei mai sopportata una metamorfosi così spaventosa”.
Visto che il morto, che evidentemente si era già alzato, si trovava vicino al suo letto e silenziosamente lo osservava, lo apostrofò “E la casa?”, gli chiese, “vola ancora per l’Universo?”.
“Che Universo”, rispose l’altro con fare seccato, “che casa, ma che cosa stai dicendo?”.
“Io?”, si schernì Franco, “nulla di serio”, fu il commento e si avvicinò alla finestra.
Vide e si tranquillizzò.
La casa stava esattamente al suo posto, ben piantata nel giardino di quella che doveva essere una via secondaria, posta ai bordi di una città, una città come tante, come Lucca appunto !
“Lucca!”, fu il commento che fece Franco al pensiero che inopinatamente gli si era affacciato alla mente, “vuoi vedere che siamo sempre stati a Lucca, a casa mia o…. sua?”.
“A proposito”, chiese Franco rivolgendosi con noncuranza al morto, “ma tu dove abiti?”.
Dove abito!”, rispose quello con meraviglia, “abito all’Arancio in Via Fiorentini”, “si, si ho capito, ma intendevo dire se abiti in una villetta o in un condominio”.
Silenzio.
Attese la risposta dalla quale potevano dipendere tante cose….
“in una villetta, naturalmente, la mia strada è tutta costeggiata di villette, perché?”.
“Niente, non ha subodorato niente”, pensò Franco mentre si sporgeva dalla finestrella.
“E non hai mica per caso una dependance e un cane?” e l’altro di rimando, “certo che ce l’ho un cane ed é anche un bel Labrador, dolcissimo ed ho pure la dependance dove ci tengo gli attrezzi da giardino, ma perché?”, continuò a domandare con un pizzico di angoscia il morto.
“Cerca di non emozionarti troppo per quello che ti sto per dire, perché siamo proprio a casa tua!”, disse Franco e nel dirlo si volse a guardarlo.
Il gelo era calata nella stanza.
E il silenzio.
In attesa della prosecuzione di un dialogo che sembrava interrotto, il volto sbiancato dal timore (quantunque il morto proprio abbronzato non fosse !), le braccia distese lungo i fianchi, la mascella cadente in quella che sembrava essere la figura della disperazione o insieme, della speranza, il morto eruppe, “Cosa vuoi dire col fatto che siamo a casa mia?”, e il tono era quello di pura incredulità, di circostanza, di finta sicumera.
“Affacciati alla finestra”, lo invitò Franco sorvolando sul fatto che l’altro era indubbiamente sull’orlo di una crisi, “e guarda tu stesso”.
Con circospezione, quasi temesse quello che gli poteva capitare, il morto si avvicinò alla finestra, vide ed esclamò, “Dio mio è proprio casa mia!” e si buttò per terra.
Piangeva il morto facendo un verso strano, incontrollabile e penoso.
Si strappava i capelli, si colpiva con i pugni (che aveva anche grossi) tanto che Franco, commosso, lo prese sotto le ascelle e come si fa con un bambino o una persona anziana lo sollevò di peso e lo mise a sedere.
“Ma guarda cosa mi doveva capitare”, si lamentava, “a casa mia dovevo tornare” e Franco, “su, su, non te la prendere, se sapevo che facevi così non te lo avrei nemmeno detto”.
“Come non me lo avresti detto ?”, saltò su inviperito l’altro, “ci mancava anche questa!”.
“Va bene, va bene”, rispose Franco cercando di rabbonirlo,” te l’avrei detto, ma con calma, ma ora su, non te la prendere e usciamo a vedere”.
Franco in realtà non ci si raccapezzava.
Evidentemente stava vivendo una storia nuova, diversa da quelle vissute fino ad ora e non riusciva a comprenderne il meccanismo.
“Che si sia incappati in un sistema perverso?”, mormorò ragionando fra se, “Comunque sia è strano perché finora siamo andati verso l’alto e non verso il basso che prelude necessariamente al peggio, perciò, dal punto di vista di una collocazione teologica, dovremmo essere a posto!”.
Parole sibilline per gli orecchi di un profano ma non per lui che ormai era un professionista e così ragionando aveva ricordato l’universale e rassicurante criterio per cui nel salire c’é l’implicita promessa di andare in un luogo migliore, peggiorativo scendere.
Godere dei vantaggi acquisiti salendo è un conto ma se sosti nel così detto limbo che altro non è che un luogo di quarantena, dove cioè, pazientemente, ci viene insegnato il così detto “cerimoniale”, ossia come affrontare la vita vera, è un altro conto!
“forse siamo rimasti costì troppo a lungo?”.
Nonostante l’assennatezza dei suoi ragionamenti, Franco, in cuor suo non era convinto.
Temeva fermamente che, piuttosto che a uno strano scherzo del destino o della morte, il maligno (sostitutivo de il ”demonio”, che qui non osava nemmeno pronunciare) li avesse precipitati nel terzo stato, quello infernale e si disse, mormorando per tema persino di pronunciarne il nome, “Dove non vorrei proprio trovarmi !”.
Mentre stava così ragionando, l’altro, il morto, si era avvicinato alla porta di casa dalla quale però non si voleva scostare.
Non voleva uscire.
Faceva resistenza il poveretto e c’era da comprenderlo se si considera che là fuori vi erano cose così personali che, per un estraneo quale lui in fondo era, non erano facili da capire.
Si vedeva che si trovava in quello stato confusionale nel quale uno é contento ma al tempo stesso ha timore che si tratti di uno scherzo, una burla o che ne possa scaturire qualche cosa peggio.
Tento di sospingerlo Franco e mentre lo spingeva, tentando nel contempo di allentargli la presa, quello si contorceva puntellandosi con rinnovato vigore allo stipite della porta.
Evidentemente temeva lo scontro con una realtà magari peggiore dell’attuale e perciò preferiva non affrontarla.
Si vedeva chiaramente che era in preda ad una folle paura.
“Via”, disse dolcemente Franco forzandolo delicatamente, “vieni via di costì, sennò ti fai male e poi vedi…” e indicò la casa semi nascosta tra le piante ed i fiori del giardino, “se è casa tua, ci sarà pure qualcuno dei tuoi e questo non potrà che farti piacere”.
Ma una volta fuori, ecco di nuovo che si ripete la già vista prima, scena di disperazione.
Il morto che si butta per terra e piange e grida frasi di disperazione.
“E’ casa mia, si è proprio casa mia!”, gridava, ma intanto piangeva e prendeva a calci i sassi del viale.
“Visto che fai così”, disse Franco, con tono severo, “prendo l’iniziativa e vado avanti io, poi ti chiamo, OK?” ma riflettendo, “un momento, come fai di cognome?”.
“Filippini o non lo sai?” e lo guardò torvo.
Indubbiamente, doveva appartenere a quella categoria di persone, purtroppo assai diffusa, che pretende di essere nota al mondo intero!
Categoria che preferisce “maltrattare” con modi bruschi chi gli vuole bene, chi l’aiuta, riservando semmai le buone maniere agli altri!
Questo il motivo per cui Franco non rispose.
Conosceva l’arroganza di una affermazione così poco democratica, poco sociale ed urbana e rispose, “che ne so io come ti chiami?”, che poi era indubbiamente la risposta più giusta e più veritiera, ma sorvolò sul significato delle sue parole e non disse nulla, continuando ad avanzare.
Giunto dinanzi al portoncino, in verità molto grazioso con quei suoi vetri colorati e incastonati nelle cornici di ferro forgiate a motivi floreali, in puro stile Liberty, suonò il campanello e alla signora che dopo un istante apparve, educatamente chiese, “Buon giorno, signora, mi scusi, è casa Filippini?”.
Quella che gli era apparsa sull’uscio di casa era una signora sulla cinquantina, non bella ma gradevolmente curata sia nella persona che nell’abbigliamento.
Viso sottile, capelli scuri, occhi e carnagione chiari, vestiva molto semplicemente con un camicione a fiori lungo fino alle caviglie e se non fosse stato per quella carnagione così chiara si sarebbe potuta scambiare per un’araba o un’egizia. Sicuramente non un’italiana.
La reazione fu la stessa di uno che non avesse chiesto niente, ossia rimasero a guardasi reciprocamente in silenzio, in evidente attesa che uno dei due rompesse, come si suole dire, il ghiaccio.
Si guardavano, si scrutavano e mentre Franco attendeva pazientemente che si decidesse a parlare, con la coda dell’occhio bersagliava di sguardi indagatori i dintorni della casa alla ricerca di chissà cosa.
Non aveva fretta e poi aveva capito che la situazione non era normale e temeva, parlando, l’insorgere di complicazioni.
Il tempo passava o almeno a lui pareva così e lei non si decideva a parlare, di rispondere a quella apparentemente semplice domanda.
“Dipende”, si decise finalmente a dire gettandolo nella costernazione.
“Scusi, non ho capito”, chiese Franco con fare premuroso, ma perplesso, “non è casa Filippini questa?”.
La domanda era chiara, anzi chiarissima ed esigeva una risposta lapidaria o si o no invece…
“Ma”, sospirò l’altra con l’aria più angelica del mondo, “continuo a ripetere, dipende e sa da che cosa?”, il tono della voce era ora salito di un’ottava.
Franco sembrava irritato, “no signora non lo so davvero”, rispose con tono leggermente spazientito, “me lo dica, prego”.
“Dipende da voi due”, rispose sibillinamente quella e sorrise.
La sorpresa di Franco fu totale!
Mai avvenimento gli era sembrato più pazzesco.
“E pensare che tutto dipende da una semplice domanda e da un’altrettanto semplice risposta”, pensò, ma in verità ben altri erano i suoi pensieri.
Pensieri che, pur nella breve attesa che quella rompesse l’incanto, gli si erano sovrapposti nella mente.
Dentro di se pregò affinché la signora infrangesse lo stato di aberrazione che attualmente si era creato e parlasse finalmente in modo naturale e concreto.
Poi gli sorse il dubbio, “Come ha fatto ad accorgersi che il morto é dietro la siepe?” pensò , “vuoi vedere che mi conosce oppure sa su di noi qualche cosa di più di quanto sembri?” e sentì un brivido di freddo.
Ormai il silenzio e l’attesa si erano protratti oltre il limite della decenza e Franco pensava già a rinunciare alla conversazione e tornarsene indietro, quando inopinatamente la donna aprì la bocca e parlò.
“Veda”, esordì con Franco che era tutto orecchie, “Il fatto è che mio marito, il Filippini, è morto per cui io non so se posso chiamarmi col suo o con il mio cognome!”.
A sentire questa giustificazione, Franco fu preso dallo sconforto, “chissà cosa mi credevo”, pensò, “magari qualche cosa di tremendo, mostruoso, maleficio mentre invece…!” e si sentì sollevato.
Ilare persino.
“Allora se si tratta proprio di casa Filippini, posso andarlo a dire a suo….” ma si fermò di colpo.
I capelli ritti, gli occhi sgranati dall’orrore, la bocca spalancata, la speranza di averla chiusa in tempo, prima cioè che il messaggio raggiungesse il destinatario evitando così l’orrenda gaffe che si accingeva a fare, curioso di ascoltare la risposta, rimase in silenzio.
“A chi lo vuole dire, scusi?”, mormorò la signora con fare circospetto mentre un sottile sorriso le aleggiava sulle labbra.
“A un mio amico, signora, non si preoccupi”, rimediò con prontezza Franco, “se mi permette vado e torno” e senza aggiunge altro, se ne partì di corsa.
“E ora che gli dico?”, era l’assillo che l’angustiava durante il breve percorso dalla villetta alla baracca, “e quel movimento dietro le sue spalle?”, pensò, “se c’era qualcun altro la dentro, perché non si è fatto avanti ?”.
Intanto, parlando fra se e se, era arrivato all’ingresso della casa.
Sibilando chiamò il Filippini.
“Filippini, Filippini!”.
Niente.
L’altro non appariva, non si faceva vedere.
Impensierito, entrò e vide…il morto lungo disteso per terra, immerso in una pozza di sangue.
“Dio mio ma che cosa è successo?”, gridò senza riflettere che qualcuno lo potesse sentire, poi si chinò sul… morto e vide… che era vivo!
Aveva la bocca aperta ma segnata da un ghigno, i lineamenti del volto distorti, gli occhi sbarrati, il colorito se è possibile ancor più cadaverico di quanto non lo fosse, cinereo, ma evidentemente era vivo e vegeto tanto è vero che scoppiò in una sonora risata e disse: “sono stato bravo, è?”.
“Brutto imbecille”, non riuscì a trattenersi dal gridare Franco, “ma che ti prende, sei matto, ma lo sai che mi hai fatto prendere un bello spavento!”.
“Va bene, va bene”, disse l’altro alzandosi, “volevamo farti uno scherzo, bello è?”.
Franco rimase inorridito.
Quel “volevamo” lì per lì non aveva fatto effetto ma gli era penetrato nel cervello come un tarlo e quando emerse dalle profondità del subcoscio, rimase senza fiato e timidamente chiese, “volevamo, chi?”.
“Volevamo, volevamo” e sembrava che al morto fosse saltata qualche rotella del cervello, poi si decise, “volevamo io e …. il mio cane, a proposito sai che l’ho ritrovato?”.
Tirò un sospiro di sollievo Franco che temeva chissà quale altra intrusione e poi, ”va bene ma ora alzati e ripulisciti da quel finto sangue, a proposito ma come hai fatto a renderlo così vero?”.
“Ma è vero “, rispose candidamente l’altro.
Mi verrà un infarto”, pensò Franco, “se questo qui non la smette di dire stronzate io divento matto!” e poi ad alta voce, “ma come è possibile che sia sangue vero se stai bene?”.
“Sto bene, sto bene”, cantilenava l’altro, mentre si teneva una mano stretta alla gola come fa chi si sente male, seduto a terra, ”solo che vedi, il mio cane, poveretto invece di leccarmi, mi ha azzannato!”.
“Ti ha azzannatooo?”, disse strascicando la voce in modo incredulo Franco, “ma come il tuo cane che amavi tanto, ti ha azzannato?”.
“E che ci vuoi fare, probabilmente era nervoso e poi non mi ha riconosciuto, ma ora è tutto a posto”, tranquillamente, disse .
“Come sarebbe a dire, tutto a posto?”.
“Tutto a posto, tutto a posto”, cantilenava l’altro stando sempre seduto sul pavimento dove batteva le palme delle mani come fanno i bambini viziati, “si perché l’ò ammazzato!”.
“L’hai ammazzato?”, gridò Franco al quale sembrava di impazzire, “ma come, l’hai ammazzato?”.
“L’ho ammazzato, l’ho ammazzato”, e questa volta la cantilena aveva un sapore vagamente triste.
“Va bene”, disse Franco al quale non pareva vero che quella storia terminasse, “ora alzati e vieni con me che c’è tua moglie che ti aspetta”.
“Mia moglie, mia moglie”, continuava a dire quello, ma lo seguì docilmente e questa volta senza opporre resistenza,.
Giunti alla villa, la cui porta si era di nuovo chiusa, Franco percepì, al suo interno, un certo movimento.
Dal leggero oscillare di una tenda, capì che qualcuno li osservava, “uno o più d’uno”, pensò, ” orami la cosa è fatta” e un brivido gli corse giù per la schiena.
Aveva veramente paura, ora.
Non più la vaga sensazione d’essere testimone di stranezze, stravaganze od originalità anche se astruse come quelle vissute finora, che poi, tutto sommato, erano abbastanza innocenti.
Questi modi di fare, o esternazioni al confronto, denunciavano inequivocabili segni di follia, cose pazzesche e forse pericolose per se e per l’altro sebbene, a questo punto, del morto, che più morto di così non si poteva, non gliene importava più niente.
“Che crepi”, pensò Franco, in un impeto di generosità, “pur che possa ritornare a casa mia, al sicuro”.
Suonò il campanello.
Niente.
Riprovò e finalmente sentì il lontano risuonare di un rumore di passi.
“Finalmente eccole”, disse ad alta voce e a mo’ d’incoraggiamento.
Mentre parlava, l’altro osservava la scena in un modo a dir poco ottuso, inespressivo.
La sua era la classica espressione di chi si è estraniato con la mente e pensa ai fatti suoi, senza dare segni d’interesse.
“Vedrai che sorpresa”, continuò Franco col tono falsamente allegro e conciliante nell’intento di rompere la monotonia dell’attesa.
Notò che il cielo, intanto, si era fatto scuro.
Le fronde degli alberi, da verdi che erano e così pure il prato, si erano come incupite.
Piano, piano stavano scurendo.
Diventavano nere.
Le rondini, nel loro saettante stridio, si erano abbassate.
Non svettavano più in alto come fanno solitamente quando il tempo è bello e questo modo di fare fu per Franco, un presagio di tempesta.
Attese e mentre l’attesa si stava facendo lunga e stressante, pensò “Ma che strana gente, questa; nessuno che si preoccupi l’uno dell’altro e poi quest’attesa…. !”.
Finalmente giunse il rumore di una serratura che gira nella toppa e il battente si aprì e apparve…. un’anziana signora!
Aveva dei bei capelli bianchi raccolti sulla nuca, una veste blu a fiorellini bianchi che indubbiamente le donava e mentre gli occhiali e un naso adunco testimoniavano l’età, che indubbiamente nonostante tutto era andata avanti, degli occhi … non si poteva veramente dire niente.
Erano bellissimi!
Acuti, scintillanti e intelligenti, quasi sardonici nel modo con il quale li osservava e da come li girava da lui al morto.
“Chi siete, cosa volete?”, chiese con una voce sottile e leggermente acuta, “Siamo …..”, iniziò Franco ma poi si corresse, “é il Filippini che torna a casa, signora, non lo riconosce?”.
A quelle parole, Lei osservò il morto come si osserva un cane quando si cerca di stabilire se è nostro, poi con una certa veemenza sbottò, “Veramente io non vedo alcun Filippini qua attorno!”.
“Ma signora”, esclamò Franco al quale sembrava nuovamente di sognare, “non lo vede, è questo signore qui” e lo indicò col dito.
“Signore, quale signore” e fece le viste di guardarsi attorno, “io non vedo alcun signore e tanto meno mio genero, il Filippini, se allude a quello”.
L’ultima parte della frase, quella che si riferiva al genero, l’aveva pronunciata usando un chiaro tono di disprezzo.
Il dialogo era così aberrante che Franco non insistette e rivolto al morto, che nel frattempo era rimasto in silenzio, “Senti cosa dice la signora? Sembra essere tua suocera ma non ti riconosce”.
Solo un sordo non avrebbe potuto cogliere, nascosto nelle parole di Franco, il chiaro segno di disappunto e contrarietà mista a disagio che provava ad essere costretto ad assistere ad una situazione come questa.
Situazione dalla quale si sentiva estraneo e lontano mille miglia, ma della quale, purtroppo, se ne doveva occupare.
E pensare che durante tutta la sua vita, se c’era una cosa che aveva sempre detestato, era proprio quella di intromettersi nei fatti degli altri, come naturalmente anche del contrario!
E proprio sul più bello, quando gli sembrava cioè che finalmente si stesse per arrivare ad una certa conclusione, niente, tutto da rifare, punto e a capo.
E perché poi?
Per l’evidente motivo che quei parenti, il morto non lo volevano riconoscere!
“Cosa avrai fatto mai?”, esclamò Franco, , rivolgendosi con tono rassegnato al morto, “per arrivare a queste condizioni!” e poi per incitarlo a reagire, “dille qualche cosa, su”.
Gli sembrava di essere diventato il padre di un bambino maleducato che ha litigato con il figlio di qualcun altro.
E’ per questo che non vedeva l’ora di andarsene per uscire da quella imbarazzante situazione.
“Tutto, purché la si faccia finita e si torni a casa”, pensò Franco, disgustato.
Intanto l’altro continuava a fare il reticente, il timidone finché Franco spazientito non lo redarguì, “su, allora, che si fa, si sta qui a guardarci in faccia tutto il giorno?”.
Finalmente il morto parve risvegliarsi dal torpore e ammiccando espresse chiaramente il desiderio di parlare, “quale signora?”, ad occhi bassi disse.
Se avesse ricevuta una scossa elettrica ad alto voltaggio, probabilmente Franco non sarebbe saltato così in alto.
“Come sarebbe a dire quale signora”, gridò, “Ma non la vedi?”, continuò a gridare con tono costernato ed anche un po’ sconvolto Franco, “quella lì chi è, secondo te, non è tua suocera?”.
“Quale suocera”, rispose il Filippini, “io non ho mai avuto una suocera!”.
“E va bene”, rispose conciliante Franco al quale tutta quella storia lo faceva diventare matto, “se non l’hai mai avuta vuole dire che è morta prima di te eppure…” e si interruppe pensoso, “almeno in fotografia avresti dovuto averla vista”.
“Quale fotografia?”, rispose candidamente il morto, “io non ho fotografie di mia suocera per il semplice fatto che non esiste o meglio non c’è mai stata in quanto mia moglie era una trovatella!”.
“Va bene”, pensò Franco questa volta veramente arrabbiato, “se è così che la metti, ossia se vuoi giocare con me fallo, ma io me ne disinteresso e me ne vado per la mia strada”, ma non lo disse esplicitamente perché cominciava ad aver paura (sapete com’è, con tutti questi matti attorno!)
Ma il significato era esattamente questo e quando Franco espresse questa intenzione e anche in modo brusco e molto chiaro, l’altro si oppose e disse, “Non te la prendere, Franco, vedrai che troveremo un sistema”.
“Ah, ora sei te a prender l’iniziativa, alla buon ora!”, esplose Franco che non vedeva l’ora di uscire da quella pazza situazione ma poi ripensandoci, “un sistema, quale sistema?” .
Era decisamente allarmato, ora.
“E’ meglio che tu me lo dica quello che intendi fare, altrimenti da quel che ho visto fin’ora, sono guai”.
“Stai tranquillo e credimi non l’ho fatto apposta, ma sai, un certo rancore a casa l’ho lasciato!”.
E mentre si s’incamminarono verso il cancelletto d’uscita “All’anima del rancore”, brontolò Franco, “se nemmeno ti vogliono vedere!”.
“Vecchie storie, vecchi rancori!”, declamò quello mentre lo seguiva strettamente, “ma vedrai che tutto si aggiusta”.
“Lo spero bene”, rispose Franco senza nemmeno voltarsi, poi non udì più nulla; silenzio e quel silenzio lo insospettì.
Aveva appena messa la mano sul cancello e si apprestava ad aprirlo quando si girò e …. non vide più nessuno!
“O bella o dove è andato quello scemo?”, poi si rese conto che già lo stava indicando con un epiteto poco edificante e si pentì, si volse e tornò sui suoi passi.
Ma si fermò di botto dinanzi a una scena incredibile: lui, il morto e sua moglie o meglio la signora di prima, quella che aveva creduto fosse sua moglie, strettamente abbracciati!
“Bene, bene”, mormorò Franco e per rompere l’incanto, “sorpresa!”, esclamò a voce alta, ma si vedeva che era contento.
Al sentirlo, i due sciolsero l’abbraccio e si volsero.
“Non ti arrabbiare”, disse il morto, “questa volta ho trovato per davvero mia moglie e credo anche che rimarrò qua!”.
Il modo di esprimersi non era certo perfetto ma il concetto era così chiaro che Franco assentì con un cenno della testa, ma proprio in quel momento, la parola gli venne a mancare.
Era commosso.
“Va bene”, disse con tono rassegnato, “non ci sono problemi; rimanere a casa tua, con tua moglie è più che giusto”.
Così, seduta stante, senza nemmeno sciogliere l’abbraccio, i due lo salutarono calorosamente.
Si vedeva che erano commossi.
Li lasciò che era sera e mentre s’incamminava giù per la strada, ripensò a quanto era accaduto.
Sospirò, “Forse ho fatto male a trattarlo così, in fondo era un brav’uomo!”.
Camminava senza far caso a dove posava i piedi Franco, esattamente come quando si è in preda a un grave pensiero e infatti lo era.
Ripensava a quei due e si diceva, “Avevano gli occhi lucidi di pianto mentre il morto, pardon, il sig. Filippini era raggiante e al tempo stesso rilassato”.
E continuò, “Era contento come una Pasqua e lo si vedeva chiaramente”, “… come mai sarà stato in vita sua e poi il modo affettuoso con il quale mi ha salutato, come si fa con un parente, un amico e non come a un estraneo e per di più dipendente”.
“Già, dipendente!”, pensò vagamente Franco e quel pensiero piano, piano gli penetrò nella mente.
“Dipendente un c….o”, gridò, “non mi ha ancora pagato e mi ha fregato un’altra volta!”.
Lì per lì pensò di tornare indietro.
Chiedergli il saldo di quanto convenuto, ma poi ci ripensò, “lasciamoli stare, ora che si sono ritrovati e che sono felici non posso andarli a disturbare per una inezia”, e seguitò a camminare.

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Nel disperato bisogno di espandere la sua poersonalità, Franco Masini scrive per condividere i suoi ricordi, i sogni, le speranze con altri che non siano solo banali ripetitori di luighi comuni....!
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MessaggioInviato: Sab Feb 27, 2016 5:36 pm    Oggetto: Adv






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