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Sito Letterario & Laboratorio di Scrittura Creativa di Monia Di Biagio.

"Scritturalia" è la terra delle parole in movimento, il luogo degli animi cantori che hanno voglia di dire: qui potremo scrivere, esprimerci e divulgare i nostri pensieri! Oh, Visitatore di passaggio, se sin qui sei giunto, iscriviti ora, Carpe Diem!

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Capitolo 16 "IL tempo delle anime di Franco Masini"
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franco123








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MessaggioInviato: Mer Giu 22, 2016 7:24 pm    Oggetto:  Capitolo 16 "IL tempo delle anime di Franco Masini"
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Capitolo 16) La casa.

Si risvegliò di botto, o almeno così gli sembrò, da un lungo sonno e guardando l’orologio si accorse che erano soltanto le due e un quarto del mattino.
Aveva dormito appena per un quarto d’ora!
“Un quarto d’ora?”, esclamò rizzandosi sul letto, “è proprio vero che lassù e indicò il soffitto, il tempo non conta!”.
Rimase in silenzio in attesa di chissà quale rivelazione.
“Una più una meno”, si permise di pensare, “tanto ormai mi ci sono abituato!” e chiusi gli occhi, riprese a dormire.
Poteva farlo perché ci si era abituato.
Abituato a quel sistema, come lui lo chiamava “che nessun altro lo avrebbero sopportato!”.
Nel frattempo il panorama era mutato.
Non più montagne come le Apuane, ma una spiaggia e al suo limitare, il mare.
Il mare!
Ma che mare!
Non era grigio come siamo abituati a vederlo noi o nel migliore dei casi blu o verdastro, ma rosso, rosso scuro, rosso vermiglio!
“Toh”, si disse Franco, “siamo nel mar Rosso?” e poi subito dopo aggiunse, “che rosso non è ma è così che apparve quando vi navighi di notte e alla luce delle stelle”.
Si avvicinò all’acqua e istintivamente vi immerse un dito.
“Toh è proprio acqua e pure calda”, esclamò, “quasi, quasi, mi ci faccio un bagno!” e rise di cuore.
Per non perdere tempo a spogliarsi entrò nell’acqua con indosso solo le mutande.
Mentre si chinava per bagnar lo stomaco, prima di tuffarsi, fu distratto da un forte rumore.
Un fortissimo tuono, ma così vicino da farlo sobbalzare.
Spiccò una corsa per allontanarsi dalla spiaggia.
Si fermò solo sulla vetta di una duna.
Solo allora si sentì al sicuro i quanto fra se e il mare aveva messo una certa distanza.
“Che botta!” esclamò “Che sarà stato?”, “forse un animale preistorico!”.
Rimase in ascolto.
I sensi tesi nella concentrazione, gli occhi attenti, si rese conto di trovarsi in una situazione strana.
Poi fra lo sciabordio della risacca, distinse sul mare, verso sinistra, un grido di richiamo.
Una voce nota.
“Francooo!”.
“La voce”, mormorò sorpreso, “proprio come in Antartide quando sentivo quel richiamo insistente al quale non potevo esimermi dal rispondere.
A quel tempo detti la colpa alla stanchezza, alla fame, mentre ora mi sembra trattarsi proprio di un richiamo!”.
“Francooo”, insisteva la voce.
“Dove seiiiii?”.
Non poté resistere all’appello e rispose, “sono qua”.
L’avesse mai fatto!
Con uno scroscio, un boato, un urlo di motori imballati e d’eliche contro ruotanti, emerse dall’acqua un enorme siluro.
Grigio, nero, munito d’oblò e di antenne tanto da far pensare ad un sottomarino, ma di una foggia alquanto strana.
Il mezzo si avvicinò fino a lambire la spiaggia.
Il siluro, perché di questo pareva trattarsi, si aprì o meglio calò un portello dal quale discese una persona che Franco non mancò di riconoscere.
Era il suo carissimo amico Mario valli.
Gridò, “Mario, Mario, sei tu?”.
Era proprio Lui che lentamente scendeva dalla rampa e gli si avvicinava lemme, lemme.
Con il suo caratteristico passo.
Tranquillo, serafico, sereno, la sigaretta che pendeva dalle labbra, il sorriso stampato sulla bocca, lo sguardo sardonico.
Si, era Mario.
Era proprio Lui.
“Ciao, Franco, come va?” non appena gli fu vicino disse.
Gli porse la mano.
Gliela strinse Franco, ma non solo, perché con slancio, allargò le braccia invitandolo ad un affettuoso abbraccio.
“Mario, Mario che ci fai quassù?”.
Poi si rammentò che il povero Mario era morto di infarto nella sua bella casa di Narni e si precipitò a rimediare, “scusa sai non avevo collegato, ma poi su, racconta come andò?”.
“Andò, andò”, esordì Mario preso un po’ alla sprovvista, “andò che, come al mio solito, feci uno sforzo e mi venne un infarto, ecco come andò” e sorrise amaro.
Franco capì che l’argomento era tabù.
Non ne voleva parlare e così non insistette, ma chiese, “ti rammenti l’Antartide, Flavio, il gommone e gli altri?”.
“Altro che se li rammento, ma che credi che mi sia rimbambito?” e rise.
“No, no”, si precipitò a rimediare Franco, “non volevo assolutamente dire questo ma solo rammentarti i bei tempi andati e ora?”, chiese, “come ti trovi quassù?”.
“Mi trovo bene” e rimase per un po’ in silenzio, “solo che mi manca il mare, quello vero, quello di casa nostra”.
“Ma perché, questo che cos’è?” e così dicendo Franco indicava la distesa rossastra alle sue spalle.
Anche Mario si voltò; osservò il mare, la cui superficie intanto aveva assunto un colore viola e parlando come se fosse solo, disse: “Ma che mare è mai questo che cambia di colore ed è caldo come un brodo riscaldato?”.
E rise, mail suono del suo riso era amaro.
“Lo so”, rispose Franco che aveva compreso a cosa si riferisse, “non sarà mai come il mare di Porto Cervo (SS) ti rammenti?”
“Quel mare che solcavamo giornalmente, tu per portare i clienti a fare il bagno, io per soccorrere quelli andati a scogli!”
Anche se sporco è pur sempre meraviglioso ma dimmi” e si fermò un attimo a guardare, “che mezzo è quello con il quale sei arrivato?”.
“Mezzo?”, rispose Mario con lo sguardo incredulo, “quale mezzo?”.
Silenzio!
Franco si sentiva imbarazzato e insistette, “Come quale mezzo; quello la, quello col quale sei venuto fin qua e che sembra un sottomarino!”.
Attesa!
“Ah!”, esclamò Mario con forzata meraviglia, “quello! Beh, si è vero, sembra proprio un sottomarino mentre invece” e fece una lunga pausa ad effetto, “é un gommone, un gommone di nuova foggia, sai di quelli che si usano oggi sulle nostre spiagge, di quelli a chiglia rigida!”.
Franco aveva notato come Mario, quasi a temere di essere frainteso, avesse cercato le parole con estrema cura, ma non fece una piega e replicò “Ah si, un gommone come quello col quale andammo in Antartide?”.
Rise Mario a quella battuta, rise di cuore e rispose, “No, non così, questo è un mezzo sofisticato, non come quello che sembrava un’Arca, ricordi?”.
E aggiunse, “Tutto toppe e rammendi e poi con quella chiglia di legno, un miracolo che non si sia spezzata!” e rise di nuovo.
Franco attese che il riso si spengesse poi obbiettò: “Beh, si, rammento bene com’era e vedo pure che questo qui è tutta un’altra cosa, è diverso, però volevo sapere che razza di imbarcazione è”, “sai com’è, tante volte volessi farci un raid!” e rise.
Notò che a questa infelice battuta Mario si era come irrigidito.
“Se la sarà presa a male?”.
Era evidente che la frase non era stata gradita.
L’allusione al Raid ed al suo tragico epilogo l’aveva offeso, ma rispose lo stesso, “Beh, è vero, quello era un catorcio però ci riportò indietro tutti quanti e per di più da un posto che solitamente non perdona, mentre questo” e si voltò ad indicare la sagoma che torreggiava dietro alle sue spalle, “con questo qui”, disse “Con il quale non potresti farci nemmeno Fiumicino - Ponza, ci toccherà partire e meno male che si tratta del viaggio di sola andata, ossia senza ritorno!” e lasciò la frase a mezzo lasciando intendere a chi se n’intendeva cosa sarebbe potuto accadere.
Quasi ad accentuare il senso delle parole ristette in silenzio.
Franco timidamente chiese, “Come di sola andata e per dove?”.
Mario, prese le distanze, “Ah, se potessi te lo direi ma prima della partenza è vietato parlarne, sia com’è… la privacy!” e facendo intendere chissà quale mistero, sorrise in modo sibillino.
Poi tacque.
Silenzio.
“Ma allora sei tu che li guidi nel viaggio”, insistette Franco.
“E che viaggio!” concluse, cercando di stuzzicarne l’ambizione.
Ambizione che sapeva essere in Mario assai potente, ma non era ben chiaro se la sua fosse una domanda o un’affermazione.
“Certo”, rispose Mario che pareva aver abboccato all’esca, “per essere un viaggio lo é davvero, ma non come intendi tu”.
“Spiegati meglio!”, chiese Franco ormai veramente incuriosito, “di che si tratta?” e attese la risposta che non tardò a venire, “si tratta di un viaggio senza ritorno, in un’altra dimensione!”.
“Un’altra dimensione? Quale dimensione”.
“Quella dell’altro mondo!” e tacque.
“Sempre un Mondo, un fantomatico mondo…. come se non bastasse il nostro, ma quanti mondi ci sono?”.
“Mi dicono che ve ne siano moltissimi e che noi dobbiamo visitarli tutti quanti per depurarci e infine adorare il Signore, ma sarà poi vero?”, concluse Mario (che in quanto a questioni religiose, era sempre stato un po’ scettico), meditabondo.
Intanto, mentre Mario parlava Franco pensava.
Pensava al fatto per cui la gente, indistintamente tutta la gente che fin’ora aveva incontrato in quel luogo, non era decisamente normale.
Non in senso patologico s’intende, ma biblico, ossia non conforme all’originale, allo stabilito, al sinottico.
Quel che è certo è che presentavano tutti evidenti segni di paranoia.
“Sono tutti nervosi e depressi”, pensava, “quando non addirittura aggressivi e matti!” e aggiunse, “quanti mai ne avrò incontrati fino ad ora?”.
Poi nuovamente chiese: “Ti ricordi Mario quando in Antartide, alla base Cilena “Almirante Frej” ,mi volevi convincere a tornare indietro col gommone a vela ed io rifiutai e tu te la prendesti a male?” .
La riposta non tardò e fu dura, ”certo che me lo ricordo ma vedi, tutto considerato, me l’aspettavo perché da gente come “voi”, e calcò la voce a quel voi, “non c’era da pretandere di meglio!”.
“No, Mario, non dir così, rammenta invece la situazione: noi eravamo in attesa della nave, il Piloto Pardo, la nave del Com. Pfeiffer, ti ricordi? Che a tutti i costi ci voleva imbarcare per riportarci in patria; era l’ultimo viaggio che faceva e poi sarebbe venuto l’inverno, quell’inverno antartico che non perdona e che ci avrebbe impedito qualsiasi ritorno e tu te ne venisti fuori con quella tua pazza proposta, quella di tornare a vela!”.
Dicendo così, Franco, trepidava perché temeva un suo scoppio d’ira, ma visto che non arrivava, riprese: “come minimo ci avrebbero cercati e presi a cannonate!”, e rise.
“Si però, se gli fossimo sfuggiti, allora si che avremmo completato l’impresa!” rispose prontamente Mario e gli occhi gli brillavano di orgoglio.
“Se non fossimo prima andati a fondo!”, insistette a dire Franco parlando a denti stretti
Attese
Ma la reazione che prevedeva non venne.
“A proposito”, reiterò Franco per tagliare corto, “come ti ci trovi qua Mario?”.
“Sto bene grazie, anche se mi annoio, sai com’è mi manca il mare e le barche”.
“Ti credo vecchio mio”, rispose affettuosamente Franco, “anche a me mi mancano molto” e tacque.
Ormai il tempo dei discorsi, delle rimembranze e delle recriminazioni sembrava finito ed era ora di accomiatarsi e Mario, facendo un paio di passi indietro, si avvicinò alla passerella, “Ho avuto il piacere di averti visto Franco, mantieniti sempre così bene in salute e…. ci vediamo” e con un cenno della mano salutò.
Ma voltandosi per avvicinarsi alla rampa, mostrò un bel buco nella schiena!
Essendogli sempre stato di fronte non l’aveva notato.
Non ci aveva fatto caso ma visto da dietro, ora che si era voltato, mostrava tutta la gravità delle sfregio, della ferita che più che altro somigliava a una tana, a una caverna dalla trapelava la luce del Sole che intanto tramontava!
“Mario”, gridò Franco mentre l’altro s’inerpicava sulla passerella, “che hai fatto alla schiena?”.
“Ricordi il caffè, il caffè sul gommone, quando in attesa della partenza stavamo ormeggiati alla fiancata della nave e cadesti sul fornello, bè questo è il tuo giubbotto. L’ho conservato, sai e mi è tanto caro” e sparì all’interno della stiva, ridendo.
A sentire rammentare quel lontano episodio della conclusione di un viaggio grottesco e sul quale a posteriori aveva tanto ragionato, Franco rimase di strucco.
Era anche leggermente turbato.
Turbato perché non si era mai potuto spiegare come mai, nello stesso momento in cui si addormentava sul fuoco del fornello (e di conseguenza si bruciava il giubbotto), Mario, seduto di fronte a lui, ma ancora ben sveglio, non solo non lo aveva scosso, ma gli aveva anche riso in faccia!
Non ottenendo una spiegazione concluse con un “Boh” e fu tutto.
E con questo laconico commento riprese il cammino.
“Non era vero che Mario non sapesse cosa era accaduto, eccome se lo sapeva solo che non ne voleva parlare, ma perché?” così con le mani in tasca, confabulando fra se e se, Franco s’incamminò lungo la riva del mare senza badare a dove metteva i piedi tanto che a un certo punto inciampò e cadde a terra.

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Nel disperato bisogno di espandere la sua poersonalità, Franco Masini scrive per condividere i suoi ricordi, i sogni, le speranze con altri che non siano solo banali ripetitori di luighi comuni....!
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