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Sito Letterario & Laboratorio di Scrittura Creativa di Monia Di Biagio.

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1° INCIPIT: "Vita Mia"
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Monia Di Biagio

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MessaggioInviato: Ven Feb 25, 2005 3:40 pm    Oggetto:  1° INCIPIT: "Vita Mia"
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N.B. Faccio notare che l'incipit che leggerete non è stato voluto, nè tantomeno programmato, è bensì nato nella mia mente di getto per cui non terrorizzatevi se come inizio è un pò macabro, ma nella mia mente in questo momento era veramente l'unica idea, ovvero quella che capeggiava sulle altre molto meno intriganti per dar vita spero ad un "buon libro"!

Il titolo che ho invece voluto assegnare a questo primo (spero di una lunga serie!) "libro a + mani" è: "Vita Mia" :wink:

INCIPIT:

Una giornata uggiosa di Novembre, fece da cornice alla cerimonia funebre che tristemente era appena terminata.

Luca solo, ormai terribilmente solo, chiuso nel suo paltò, con i pugni fermamente chiusi nelle tasche, si stringeva nelle sue stesse spalle, quasi a cercar conforto da quel gelo che non era più solo intorno a lui, ma dentro di lui!

Una pioggia leggera ed insistente continuava a martoriare le sue stanche membra, ma lui sembrava non accorgersi più di nulla, perchè il nulla era ora suo compagno di strada. Mentre come un automa si riavviava sul percorso di sempre: quello dei bambini festosi che escono da scuola, quello delle casalinghe che con carrelli strabordanti di mercanzia escono dal supermercato, quello del vigile che continua a fischiare a chi imbocca quella via sulla quale ora c'è un divieto di transito, quello del parco deserto e desolato con gli alberi spogli, quello che lo avrebbe condotto nella sua casa ormai vuota, troppo vuota....Proprio come vacua era quella stessa strada dove il viavai di gente attorno a lui era inverosimilmente scomparso.

Sempre la stessa strada, da anni, eppure ora così diversa, che lui, senza saperlo ancora, sperava nel più profondo del suo cuore, che lo conducesse ad una vita nuova, peggiore, o forse migliore solo se in questa esistenza, che ancora si doveva delineare, fosse stato possibile anche dimenticare.....Sì, l'oblio, lo stesso nulla più completo, e penoso, che in un solo istante aveva spazzato via tutti i suoi pensieri solo due parole ancora vivide nella sua mente, quelle stesse che fortemente aveva voluto fossero incise sulla gelida lapide marmorea della sua amatissima moglie: "Vita Mia".

***********

:idea: Come proseguireste?

:arrow: N.B.: Per ogni nuovo paragrafo si prega di scrivere il numero ed un titolo, ad es. il prossimo sarà : "Paragrafo II: (titolo)"

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Ultima modifica di Monia Di Biagio il Ven Feb 25, 2005 7:49 pm, modificato 1 volta in totale
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MessaggioInviato: Ven Feb 25, 2005 3:40 pm    Oggetto: Adv






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Monia Di Biagio

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MessaggioInviato: Gio Apr 21, 2005 9:48 pm    Oggetto:  
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MAX-Paragrafo 2: Flash back 1 (Jennifer).

Jenny, così la chiamava lui.
Era nata in Irlanda 36 anni prima di quel tragico incidente e si conobbero per caso alle poste, dove lui doveva spedire una raccomandata e lei ritirare un vaglia.
L'addetto allo sportello aveva combinato il solito casino con la carta nella stampante, Luca era impaziente e stava imprecando sottovoce, Jennifer ascoltava della musica nelle cuffie e sembrava non rendersi conto di nulla.
Luca si accorse di lei perchè batteva a tempo il piede e cominciava ad infastidirlo, quando si girò per capire chi fosse, restò di stucco.
Jennifer era ad occhi chiusi e stava mimando la canzone con le labbra.
Quando aprì gli occhi, arrossì.
Luca le sorrise.

MATT-Paragrafo 3: Coincidenze.

Cosa sperava di ottenere con quel sorriso?
Gli bastò un attimo per sentirsi squallido e farsi pena. Il tempo di veder comparire, su quel volto impaziente, l’espressione disgustata da primo impatto che, ora, mentre calpestava l’asfalto bagnato, ricordava malinconicamente.
Le coincidenze fanno sorridere e creano esistenze e ora sorrideva, perché lui l’amore vero l’aveva conosciuto, perché i ricordi erano ancora troppo vivi per afferrare il significato di un’assenza da quell’istante eterna.
Ricordò quanto l’attesa davanti allo sportello delle poste si fosse fatta sperata.
Il tempo, che fino ad un battito prima avrebbe voluto accelerare senza limiti, si era trasformato in un dolce scorrere, lento e gustoso, perché lui voleva così.
Sulla pelle riaffiorò l’impossibile desiderio di bloccare il corso di mani, parole, gesti, per restare lì, intrappolato in quell’immagine eterea, sbarazzina, collocata dov’era lui e altre persone, solo comparse del suo film appena all’inizio.

MAX-Paragrafo 4: Preludio.

Alle Poste la vita sembra seguire sempre lo stesso copione, scritto da qualcuno con del sottile umorismo.
La solita stampante inceppata, la solita aria carica di imprecazioni sommesse.
Normale amministrazione.
Normale anche il "tap tap tap" di un piede che batte il tempo, normale il fastidio quando sei già nervoso di tuo.
Luca si girò e la vide.
Era ad occhi chiusi e stava canticchiando a bassa voce una canzone e proprio in quel momento le uscì il ritornello: "Shock the monkey!".
Quando li riaprì, si rese conto di essere al centro dell'attenzione e che Luca la fissava curioso.

MATT-Paragrafo 5: Scambio di sguardi...

“Perché mi fissi?”
Lei aveva spento il lettore cd e in un batter d’occhio, con tre parole ad alta voce ed un tono indagatore, aveva attirato gli sguardi di tutti: vecchietti armati di bastoni di cui, a loro dire, non avevano alcun bisogno, giovani coppie sommerse di vocine e bacini e ciccini e amorucci e tesorini e manine incastrate, donne con carrozzine urlanti e uomini rivestiti di completi giacca-pantalone-cravatta, esasperati dalla fila interminabile per una stupida commissione e dal lavoro a cui dovevano tornare. Milioni di occhi puntati su una fotografia che rubava la scena alla battaglia epocale tra l’uomo sudato e la stampante, ormai senza più storia.
“Non lo so!”
Luca non riusciva a connettere parole, appiccicare suoni credibili. Quegl’occhi più scuri del nero più nero scavavano nel profondo e arrivavano al cospetto dell’anima; sentiva il fiato scappare via senza possibilità di trattenerne almeno un po’. Continuava a guardarla nel suo silenzio mischiato a quello degli spettatori e a qualche voce distante che parlava di latte e pane da comprare.
“Di quanto tempo hai bisogno per capirlo?”
Non c’era più pena sul suo viso.
Le labbra socchiuse e composte per ammaliare, il fascino della mano che sfiorava i capelli scuri e lisci, lunghi fino a mezza schiena, la lucentezza dello sguardo che si era fatto provocatorio e divertente.
“Prego!”
Una voce stridula, davanti a lui. L’uomo aveva vinto, era o non era l’addetto allo sportello?! La stampante stampava, e l’aria del paradiso aveva salutato tutti senza che nessuno se ne fosse accorto.
Tempo scaduto.

MAX-Paragrafo 6: Elisa.

"Un caffè" pensava Luca mentre sbrigava la raccomandata.
- Buona giornata! - augurò l'addetto, cercando di sembrare cortese e scusarsi dell'intoppo.
Lasciò il posto alla donna, cercò il suo sguardo ma lei era immersa nel caos della borsetta a cercare il codice per incassare il vaglia.
"L'aspetterò fuori e glielo chiederò..."
Attese qualche minuto fuori e lei uscì.
Era lei a cercarlo e sempre lei gli chiese allegra: - Allora? Perchè mi fissavi?
"Elimina il caffè!" pensò, poi rispose: - Perchè mi piace la canzone che cantavi...
- Ah sì? e qual era?
- Sh... shock the money!
- Quasi, ritenta!
- Ok, non ricordo le parole, ma il motivo era quello.
Lei stava per continuare, ma da una macchina arrivò una voce: - ELISA! SONO QUI!
Era una donna, forse sua madre.
- Ciao! - gli disse al volo, riparandosi dalla pioggia con la borsetta; poi sparì nell'auto dopo avergli mandato un bellissimo sorriso.

MONIA-Paragrafo 7: Beffardo Destino!

Corsi e ricorsi storici. Stessa strada, stesso ufficio, stesso sportello, stessa raccomandata, stessa stampante inceppata, stesso addetto, ma una donna completamente diversa: sbarazzina, giovanissima, spregiudicata nei modi....diversa da Jenny, ecco cosa contava: "diversa dalla mia Jenny, troppo diversa!" continuava a ripetersi Luca tra sè e sè, ancora inceppato come la stampante di poco prima, immobile e perso nei suoi pensieri su quel marciapiedi, proprio davanti porta dell'ufficio postale: "Un altro pianeta....Come posso pensare a questa donna...come l'hanno chiamata? ah sì: Elisa. No Luca calmati vai piano. Il destino ha voluto tirarti un tiro mancino, tu hai incassato niente più, torna a casa e fatti quel caffè, solo e solo riflettici bene!"

MONIA-Paragrafo 8: L'ultimo caffè.

Solo, seduto su quel divano, perso nel labirinto della sua mente come non mai, a luce spenta e con il sole ormai tramontato da un pò, Luca sorseggiava, quasi a volersi punire di cotanto rincorrersi di quelli che lui adesso reputava abominevoli pensieri, quell'amaro caffè e intanto pigiava fortemente la mano sul posto vuoto accanto a lui: "il posto di Jenny! E di nessun altra!" Gridò a voce alta, improvvisamente senza neanche rendersene conto, tanto che la luce nel salotto predisposta per accendersi con un battito di mani a quel suono nato dal silenzio più assoluto si accese e Luca scaraventò contro il muro quella tazzina ebbra di quello schifoso caffè e definitivamente pensò, anzi disse ancora a voce alta a sè stesso e non solo: "Perdonami Jenny! Debbo assolutamente andarmene da qui sto diventando pazzo. Perdonami: ti prego."

MAX-Paragrafo 9: Flashback 2 (Jennifer)

Jennyfer preparava in silenzio il caffè per Luca, mentre lui domiva come un bambino nel lettone nuovo in quella camera sempre incasinata.
Quel giorno lei sarebbe partita per sistemare alcune faccende familiari che da troppo andavano avanti.
Era triste.
Non voleva partire.
No, non da sola.

MONIA-Paragrafo 10: Al Pub.

"Basta non ne posso più di questi ricordi!" Urlava ora Luca rabbioso con le mani strette entrambi sulla nuca, quasi a volersi far scoppiare quella stupida testa e guardando se stesso dritto nello specchio "Basta devo andarmene di qui, o dalla porta o dalla finestra...Perdonami Jenny sono troppo codardo per farlo, vorrei seguirti...Anche stavolta te ne sei andata da sola, da sola, da sola...Basta!"

Luca chiuse la porta di quell'ormai gelido appartamento sbattendola dietro a sè. Corse come un forsennato giù per le scale, poi per strada e si infilò, quasi non cosciente di quello che stava facendo nel primo Pub che incontrò sulla sua via.

Era digiuno, completamente digiuno da tutto il giorno. "Un Martini Special" Chiese di soppiatto al barman. Se lo scolò d'un colpo "Fammene un altro...doppio!"

Il ragazzo del bar lo guardò in maniera strana poi pensò tra sè "ma si pover'uomo!", difatti bastava guardare Luca in faccia per carpire tutto il suo raccapriciante dolore. E gli porse il secondo bicchiere, il secondo di una lunga serie. Finchè lo stesso Barman gli si avvicinò e piano all'ennesima richiesta di Luca, gli sussurrò "Basta così per stasera signore!"

Luca arrabbiato di quell'anche troppo materno consiglio, stonato in quel luogo di perdizione, o meglio il luogo che lui stesso aveva scelto per perdersi, gettò sul tavolo un 50 € "il resto mancia!" e si alzò di scatto per andarsene.

Ma si scontrò fortemente con qualcuno. Una donna. "Mi scusi...." Disse lui a testa bassa mentre proseguiva per la sua strada, quella verso la porta al mondo purtroppo reale!

Ma quella stessa donna proprio mentre stava finendo la frase alterata "Che mod..." afferrò quell'uomo ubriaco per un braccio, lo trattenne e gli chiese: "Ma tu non sei quello di oggi alla posta?"

Era Elisa, la solita: sgraziata e risoluta. E lui Luca, un Luca completamente diverso brillo e ebbro fin dentro le ossa.

Ma al destino non gli importa come sei, lui i suoi piani non li cambia. Diede così, come dono momentaneo un barlume di lucidità a Luca che a quella diretta domanda riuscì solo a replicare: "Elisa! Elisa ti prego aiutami..."

E finì per abbracciarla, in realtà voleva solo appoggiarsi a lei per un sostegno quasi fisico. Lei ai suoi amici di serata fece segno con la testa e con una smorfia delle labbra che era tutto apposto e condusse Luca, pesantemente poggiato sulle sue esili spalle inizialmente sulla prima sedia disponibile del Pub, poi non vedendo segno di ripresa lo condusse all'aperto, fuori, all'aria, su d'una panchina. E lì....

MATT-Paragrafo 11: Giusta oscurità.

“Ma come ti sei ridotto?!”
Poche stelle punzecchiavano la notte dell’epilogo, quella che prima o poi tutti incontrano e che in molti accolgono, nell’abbandono di una resa senza scampo.
Gonna di pelle nera pericolosamente al di sopra del ginocchio, calze a rete esageratamente a rete, chiodo stretto, rozzo custode di biancheria che Elisa, sotto, aveva o non aveva. Aggressiva per colpire, per non permettere all’aria di restarsene immutata dopo il suo passaggio, per stampare impronte di viola scuro su guance e bocche scelte, per affogare occhi estranei nel buio dei suoi, mangiati dall’ombretto nero petrolio. Un angelo scuro a fianco ad un essere finito.
“Aiutami Elisa! Aiutami a morire!”
“Ma che cazzo dici?! Che ti è successo?!”
“E’ tutta colpa mia!”
Si accoccolò sulle sue gambe sintetiche, stringendola in un abbraccio infantile, alla ricerca di una protezione abbastanza forte da blindarlo dal mondo, che lo bramava da dietro quella panchina nascosta.
Scena patetica se guardata da pochi metri, da mille chilometri, da un punto che non fosse il suo cuore.
Il fallimento, l’istintivo bisogno di reagire collegato ad un’incredibile voglia di spegnere l’interruttore e smettere, dire: beh, ho perso. Capita a tutti di prima o poi no?! E’ stato un piacere. Arrivo Vita Mia!
Nessuno l’avrebbe rimpianto.
“Perché proprio Jennyfer?!”
Piagnucolava lacrime ubriache, ma lucidamente disperate.
“Cos’ aveva fatto di male?! Dimmelo! Perché Jennyfer?!”
Il suo marrone nel nero di Elisa, in attesa di una risposta mai esistita ad una domanda troppo vecchia e ripetuta.
“Chi è Jennyfer?”
“Jenny è morta. Tutti lo dicevano oggi. L’ hanno chiusa dentro quella bara gli stronzi!”
Sbavava dolore.
“Perché è morta?!”
Ma che cazzo ci faccio io qua con questo tipo pietoso, col doppio dei miei anni, ubriaco fracico?!
“Senti, dove abiti?”
“Là!”
Indicava col dito teso un punto indefinito. Una retta immaginaria collegava l’ indice alla finestra della sua camera. Non dev’essere troppo lontano, pensò Elisa, forse al condominio che avevano terminato in estate. Orribile da fuori. Con quei mattoncini rossi stuccati di bianco le ricordava gli spogliatoi della piscina comunale, e poi quelle finestre verdi pisello che sbattevano agli occhi appena entrati in strada; la perfezione raggiunta nell’obbrobrio per eccellenza.
“Ti faccio pena vero?!”
“No, non mi fai pena, è che devo andare!”
E dove?
Lontano da lì, voleva liberarsi di quel peso ammuffito e derelitto. Tornare dai suoi amici, al pub.
“Sì ti faccio pena invece! Ok non preoccuparti, vattene!”
Mentre pronunciava quelle parole si risollevò combattendo per una posizione almeno dignitosa.
Elisa non potè più godere del calore della sua testa che le accarezzava le gambe e si diffondeva come un mare caldo, fino a raggiungere pelle dietro pelle, protetta, sensibile, stimolante.
“Come ti chiami?!”
“Luca”
“Luca sei sicuro che posso andare?! Ce la fai?!”
“Sì che ce la faccio! Guarda!”
Si alzò con uno scatto. Elisa vide quei due tronchetti flaccidi crollare sotto il peso del suo corpo pieno di alcol. Luca provò ad appoggiarsi alla panchina, ma mancò l’appiglio che si moltiplicava in vortici di ferro battuto ipnotici. Cadde a terra, ricominciò a piangere. Elisa lo guardava in piedi, lui afferrò una pietra poco distante graffiando la terra secca che provava a trattenerla.
“Dove cazzo sei maledetto?! Dove cazzo sei?!”
Urlava indemoniato.
Il buio della notte non concesse all’animo di Luca il sollievo che cercava. In quel sasso neanche la pietà di rendere onore all’illogica necessità di colpire qualcosa, qualcuno, uccidere, lasciar sfogare la rabbia implacabile che masticava, vorace, il suo cuore pulsante.
Di nuovo a terra, compatto come prima, lontano o vicino, in un cespuglio o sotto un albero mischiato ad altri alberi, che importava?!
Essere inanimato felice di non possedere il dono della vita, se vivere significava guardare il mondo con gli occhi disfatti di quell’uomo che l’aveva lanciato. Grigio nella neve nera che un dio, quasi mai imparziale, spargeva tutt’intorno, con la precisa frequenza delle ore, come farina su un presepe sonnolento.
La notte calava per tutti.
Nessun favoritismo, una giustizia triste, almeno una.
“Andiamo, ti accompagno a casa!”

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Miki








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MessaggioInviato: Ven Apr 22, 2005 11:37 am    Oggetto:  
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Paragrafo 12: Il Segreto di Elisa

Casa...
Luca alzó di nuovo lo sguardo, smarrito.
Sembrava lontana anni luce la sua casa.
Non c'era piú una casa senza Jenny, solo quattro mura, solo freddo e paura.
Soltanto l'idea di varcare quella porta, di trovarsi nel silenzio, solo con l'eco dei suoi pensieri e della sua disperazione, gli dava l'angoscia.
Non voleva tornarci. Non voleva tornare alla vita.
Scosse la testa, stringendola fra i pugni chiusi.
- Non voglio tornare a casa - disse - Lasciami qua.
Elisa sbuffó.
- Se é quello che vuoi...
Fece per alzarsi, ma non riuscí ad abbandonarlo.
Era pena quella sentiva per lui?
Lanció un'occhiata all'orologio che aveva al polso, indecisa sul da farsi.
Perché doveva prendersela cosí per un perfetto estraneo, poi!
Per qualche minuto rimase in piedi a guardarlo.
Luca aveva nascosto il viso tra le mani, immobile nella sua posizione.
Stava piangendo?
Elisa si sedette di nuovo accanto a lui.
- Non mi vuoi dire che ti é successo? - gli chiese.
Lui sollevó su di lei due occhi arrossati di pianto e la fissó senza parlare.
- Non posso piú vivere - disse infine - Non voglio piú vivere.
La ragazza sembró sussultare.
- Sei ubriaco - disse.
Il volto di Luca si contorse in un'espressione rabbiosa.
- Saró anche ubriaco - scattó - ma so quel che dico! La vita non ha senso! É tutta una merda fatta di ingiustizie!
Elisa non parló e lui riprese.
- Ho seppellito mia moglie oggi - riuscí finalmente a dire. La disperazione tornó a prenderlo per la gola e a scuoterlo in ogni fibra del suo corpo. "Ho seppellito mia moglie"... non era vero! Non era giusto! - Morta - continuó - Falciata da un deliquente al volante. É bastato quello: un attimo di distrazione ed é tutto finito. Una donna bella dentro e fuori, piena di calore, di musica, di vita...Gliel'hanno tolta cosí la vita. E l'hanno tolta anche a me - di nuovo abbassó il capo - Perché lei? Perché la mia Jenny?Ora le lacrime scendevano lungo il suo volto senza che lui si disturbasse a fermarle.
Elisa gli posó una mano sulla spalla.
- Mi dispiace - mormoró - Non c'é nessuno che possiamo chiamare? - si offrí - Un parente? Un amico?
Lui scosse la testa.
- Non voglio nessuno - singhiozzó - Voglio morire anch'io.
- Smettila di dire cosí - lo rimproveró lei dolcemente, carezzandolo - Sono certa che a Jenny non piacerebbe sentirtelo dire...
Lui la scostó.
- Che ne sai tu? - gridó - Che ne sai di quello che Jenny vorrebbe? Che ne sai di com'era lei?
Elisa rimase in silenzio. Si rendeva conto che erano l'alcol ingerito unito a quell'incommensurabile dolore a renderlo cosí feroce.
Lasció che lui sfogasse la sua rabbia.
- Lo sai cosa vuol dire avere davanti tutta una vita da vivere e vedere soltanto un abisso? - continuó lui.
Lei abbassó gli occhi.
- So che... - si interruppe.
- Sai che cosa?! - riprese lui brusco - Cosa vuoi saperne tu a... quanti anni? Diciotto? Venti?
- Ventitré.
- Ventitre anni, gonna di pelle e amici al pub. Questa é la vita per te!
Il volto della ragazza si adombró.
- Ora sei tu che parli senza sapere - si risentí.
Luca inspiró profondamente.
- Torna dai tuoi amici - le disse, cercando di suonare piú calmo - Torna alla vita. Io sono un uomo finito.
- Non é vero!
La reazione di lei lo fece sobbalzare.
- Non sei tu quello che é morto! - esclamó Elisa - Sei qui a contemplare la morte, ad augurarti che arrivi presto e non sai nemmeno che cosa vuol dire averla vicino!
Lui aprí la bocca, ma lei non lo lasció parlare.
- Credi che io non sappia? - continuó - Invece lo so! Lo so cosa vuol dire vivere all'ombra della morte, svegliarsi ogni giorno sentendotela dentro e volerla scacciare, cercare di abbracciare una vita che ti sfugge...
Si lasció cadere sullo schienale della panchina, con gli occhi chiusi, le membra immobili. Per un attimo, guardadola, a Luca balenó nella mente l'immagine di Jenny morta, pallida nel letto d'ospedale e poi adagiata nella bara. Batté le palpebre e ritrovó Elisa accanto a sé, il petto di lei che si sollevava e si abbassava piano al suo respiro. Era viva. Jenny era morta ed Elisa era viva.
- Di cosa stai parlando, Elisa? - domandó confuso.
Lei si risollevó a sedere, fissando la terra umida davanti a loro.
- Sono sieropositiva - mormoró soltanto.
Lá! Glielo aveva detto.
Ad un perfetto sconosciuto.
Perché?
Si voltó a guardarlo e riconobbe la sorpresa e lo smarrimento negli occhi di lui.
- Non fare quella faccia! - gli disse; giá si pentiva di avergliene parlato - Te l'ho detto soltanto perché mi fai rabbia. Tu vieni a parlare a me di vita e di morte! Tu che hai una vita davanti, vieni a dirmi che non la vuoi! - fece una risatina sarcastica - Ironico, no?
Si interruppe per frugare nella borsetta ed estrarne un pacchetto di sigarette e un accendino.
- Hai ragione: é tutto una merda! - disse poi, aspirando dalla sigaretta quando l'ebbe accesa.
Luca restó in silenzio.
Qualcosa dentro di lui aveva interrotto il flusso di angoscia che lo aveva perseguitato nelle ultime ore, come se qualcuno lo avesse preso per il bavero e lo avesse scosso, distolto da se stesso per fargli aprire di nuovo gli occhi sul mondo che lo circondava, un mondo fatto di drammi che non erano il suo.
Fissó la ragazza.
Gli era parsa disinvolta e cinica poco prima. Ora gli appariva fragile e giovane... troppo giovane...
- Mi dispiace... - balbettó; non era quello che avrebbe voluto dirle.
- Giá - rise lei amara - Dispiace anche a me. É proprio come dici tu, Luca: un attimo di distrazione, un bicchiere di troppo, uno sconosciuto di passaggio sul sedile posteriore di una macchina e cambia tutto.
Gettó la cicca ancora mezza intera per terra e la schiacció con veemenza sotto il tacco a spillo. - Ingiustizia? - commentó - C'é chi direbbe che me lo merito. Una poco di buono come me! "Dorme con tutti, prima o poi le doveva capitare!".
Si interruppe e lo fissó con gli occhi appena socchiusi.
- Vuoi morire, Luca? - gli chiese.
C'era una luce strana negli occhi della ragazza, adesso, che lo inquietó.
- Scopami - sussurró lei - Scopami e muori.
Un silenzio gelato gli scese nel cuore.
Lei rise.
- Lo vedi? - disse - Sei qua ad invocare la morte e io te la sto offrendo. Non la vuoi adesso? Hai paura?
Aveva paura, sí. Paura di lei, delle sue parole. Il desiderio di Jenny e della sua innocenza lo assalirono piú prepotentemente che mai.
- E tu? - riprese Elisa - Tu me la puoi offrire una vita? - la voce della ragazza era triste ora - No che non puoi - sospiró infine - Allora non venire a parlarmi di desideri di morte.
La ragazza si alzó.
- Io chiamo un taxi e torno a casa - disse; parlava di nuovo in tono distaccato ora, come se la conversazione di poco prima non avesse mai avuto luogo - Sei il benvenuto a dividerlo con me.


Ultima modifica di Miki il Ven Apr 22, 2005 12:11 pm, modificato 3 volte in totale
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MessaggioInviato: Ven Apr 22, 2005 2:59 pm    Oggetto:  
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Paragrafo 13°: Risveglio.

Luca ed Elisa salirono sullo stesso taxi. Ma la fermata fu la stessa. Pochi metri più giù a casa di Luca. Tanto che il taxista se ne andò sgommando e brontolando senza voler nemmeno essere pagato!
Questa situazione: vedere quella faccia imbronciata dell'autista, e quella sua voce roca, che nel tono più alto che potesse raggiungere, gli dava dei "matti inferociti!", li fece scoppiare a ridere.

"Fermati!" aveva difatti poco prima gridato Luca all'autista "Si fermi qui!" riprese con cautela nel confermare la sua richiesta. Ed il Taxi inchiodando si fermò. Poi rivolgendosi ad Elisa "Vieni con me. Non lasciarmi solo qui dentro..." Elisa lo guardò qualche istante per decidere, ma non lo lasciò solo, scese con lui. E fu qui, in questo esatto momento, che l'incredulo autista cominciò a sbraitare. Si era fermato per loro, per fare 100 forse 200 metri, mentre i clienti dopo, con la mano alzata sulla stessa strada di questi "scemi clienti!" forse lo avrebbero fatto arrivare fino alla luna..."Pazzi siete due pazzi chi vi ci manda in giro di notte? Matti inferociti!" Gridò dal finestrino, sgommò e se ne andò di tutta lena.

Ed ora erano lì dinnanzi al portone di casa, Elisa e Luca, impietriti, ammutoliti dalle ingiurie scoppiarono a ridere a crepapelle, e veramente come due matti: e per l'autista infuriato di poco prima e perchè ora Luca non riusciva ad infilare la chiave giusta nela toppa del portone per aprirlo.

"Certo che sei proprio un proptotipo!" Esclamò Elisa e proseguì ironica "Ce la farranno i nostri eroi?"

Finalmente erano nell'atrio condominiale. E prima di mettere piede sul primo gradino Elisa chiese a Luca: "Non so se mi capirai, ma la domanda è seria. Cerca di fare attenzione...." Luca ancora rideva sonoramente, ed ora tutto da solo, accompagnato soltanto dala sua stessa eco, provocata dal vasto androne del palazzo. "Ascoltami bene" riprese lei, e Luca d'un tratto diventò serio, serissimo nonostante gli effetti ancora vivi nella sua testa della sua recente sbornia "Quando saremo sù..." proseguì diretta Elisa, guardandolo dritta negli occhi fin giù dentro la sua Anima, l'unica forse ancora inalterata dagli effetti dell'alcool "preferisci che ti rimbocchi le coperte e che me ne vada o che resti con te?" Quello che Luca lì per lì seppe rispondere fu "non lo so".

Anche se il mattino seguente alle prime luci dell'alba si risvegliarono completamente nudi, coperti solo da un morbido pyle e fortemente abbracciati sul divano in salotto.

Cos'era successo poche ore prima, durante le ultimissime ore della notte? Forse nulla, forse tutto...Elisa di certo lo sapeva. Ma Luca cosa avrebbe saputo raccontare di quell'affettuoso risveglio? Ancora una volta: forse nulla, forse tutto....

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Anonymous

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MessaggioInviato: Sab Apr 23, 2005 1:36 am    Oggetto:  
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Paragrafo 14: Battito reale.

Elisa se ne stava con gli occhi persi nel soffitto, mentre accarezzava la testa di Luca sul suo petto.
Lui non era del tutto cosciente, ma aveva sufficiente lucidità da poter capire che quello che stava ascoltando era un cuore.
Aveva paura di vivere il solito sogno, sempre quello: lui e Jennifer accoccolati dopo aver fatto l'amore, a scambiarsi parole dolci e a chiedere pietà dopo le torture del solletico.
Poi apriva gli occhi e puff! Di nuovo solo.
- Ci sei davvero? - chiese ad Elisa, per togliersi quell'angoscia.
- No, stai ancora sognando. - Rispose lei, con un sorrisino dispettoso.
Luca sorrise e trovò il coraggio di aprire gli occhi.
Era lì e non era svanita.
Esisteva davvero quindi!
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Miki








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MessaggioInviato: Sab Apr 23, 2005 10:42 am    Oggetto:  
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Paragrafo 15: Grazie

Luca fissó su di lei uno sguardo stanco, dove il sonno si mescolava a stupore e confusione.
- Jenny... - mormoró ancora mezzo addormentato, ben sapendo che Jenny non era con lui. Non era l'odore noto con cui si era svegliato tante volte quello che ora lo riportava alla realtá.
Elisa si alzó.
Luca l'aveva stretta a sé, invocando quel nome la notte prima, perso in una specie di delirio febbricitante fatto di alcol, dolore e lacrime.
E lei lo aveva abbracciato lasciando che quel dolore si sfogasse contro il suo petto, senza parlare.
Lui era sveglio ora e i suoi occhi seguivano i movimenti della ragazza che si rivestiva.
I ricordi della notte prima - l'angoscia, il pub, la conversazione sulla panchina, la corsa in taxi - gli scrosciarono come una piena nel cervello e si sentí invaso da un vago senso di panico e di nausea.
Cos'era successo?
- Elisa...
Lei si voltó verso di lui e gli sorrise intanto che si infilava il top scollato e aderente.
Luca si portó la mano alla fronte.
- Che é successo?
- Non te lo ricordi? - domandó lei.
Lui scosse la testa.
Elisa si sedette ai suoi piedi.
- Hai paura di aver fatto qualcosa di cui pentirti? - disse.
Lui non parló.
Era paura quella che provava? O era vergogna?
Era solo la nausea della sbornia o il rimorso di aver in qualche modo sporcato la memoria di Jenny, la purezza del loro amore?
Cazzo! L'aveva sepolta la mattina e quella stessa notte aveva dormito con un'altra!
Che aveva fatto?
Elisa stava aspettando una risposta.
- Dovrei avere paura? - le chiese lui.
Elisa gli rivolse uno dei suoi sguardi tra il cinico e il beffardo.
- Vuoi sapere se abbiamo fatto del "sesso sicuro"? - gli disse senza giri di parole.
Lui deglutí annuendo e lei scoppió a ridere.
- Non fare quella faccia! - esclamó - Se lo vuoi sapere ieri notte non é successo niente. Avevi troppo alcol in corpo.
Lui non pareva convinto.
- Che ci fai qui, allora? - obiettó - Che ci facciamo?
Se l'era chiesto anche lei la notte prima.
Perché era rimasta?
Perché lo aveva stretto e asciugato le sue lacrime?
Non si conoscevano.
Erano solo due anime perse nella notte e nelle loro solitudini che per caso si erano incontrate.
Gli si avvicinó e posó la mano sul suo volto.
- Mi hai chiesto tu di restare - gli disse dolcemente - Volevi Jenny... - fece una pausa per lasciare che lui dicesse qualcosa, ma lui restó in silenzio - Volevi un abbraccio e io ti ho abbracciato. Volevi baci e calore e te li ho dati - di nuovo si interruppe e abbassó gli occhi - Li volevo anch'io.
La mano forte di lui si posó su quella di lei, stringendola.
- Grazie - le disse.
- Di cosa?
- Non lo so...di esserti preoccupata per me, credo...
- Figurati.
Uno strano disagio aleggiava tra loro, come tra due adolescenti che scoprono improvvisamente sensazioni nuove e sconosciute.
Elisa si alzó e si infiló le scarpe.
- Devo scappare a casa a cambiarmi - disse, riportando i pensieri sulla banalitá quotidiana per disperdere quella sensazione di imbarazzo che l'aveva colta. Non era da lei - E poi correre al lavoro - aggiunse.
Luca annuí.
- Certo certo - disse.
Rivestita e ancora scarmigliata Elisa stava in piedi davanti a lui.
- Beh...allora ciao - disse.
Senza il trucco pesante della sera prima e con i capelli fermati alla buona da un elastico, rivelava la sua giovane etá. Pareva quasi ingenua ora.
Luca le rivolse uno sguardo di tenerezza e si alzó a sua volta.
- Ti accompagno alla porta - diesse infilandosi la vestaglia.
L'avrebbe rivista, si sorprese a chiedersi mentre apriva la porta per lasciarla uscire dall'appartamento, forse dalla sua vita.
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Monia Di Biagio

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MessaggioInviato: Dom Apr 24, 2005 4:25 pm    Oggetto:  
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Paragrafo 16: Nuova Vita.

Chiusa la porta alle sue spalle, Luca vi sia appoggiò con tutto il suo stanco peso, sbuffando, ma per cosa? Gli venne naturale, senza un perchè, e fu in quell'esatto momento che ancora la sua mente, forse la sua coscienza, formulò la medesima domanda, ora forse più completa, più sincera, più spicciola: "Sarò contento di rivedere Elisa?" Di certo c'era un qualcosa in lei che gli piaceva moltissimo, questo non lo poteva negare, neanche a forza si fosse imposto di farlo, ma ancora non sapeva darsi una risposta a quella domanda, troppo coinvolgente per il suo recente stato d'animo.

Non a quella specifica domanda, ma una risposta a tutta la sua infelice situazione la trovò! Ed ancora una volta "per caso": scritta su un ritaglio di carta preso da un giornale e messo lì sotto il telefono, dove nel riattraversare il corridoio gli caddero gli occhi, perchè la segreteria stava lampeggiando. Ascoltò il messaggio vocale, era un suo amico che si domandava come stesse e se nel caso se la sentiva di andare a cena da loro. Ascoltò quel messaggio svogliatamente, mise invece molta più attenzione su quel pezzo di articolo che all'unisono dell'indefferente ascolto, prese tra le mani.

Ma chi lo aveva lasciato e quando? Forse Elisa? No non poteva essere. O forse Jennifer? Lei era solita lasciargli bigliettini curiosi e romantici, scritti di suo pugno o presi su qualche rivista un pò ovunque, ed aspettando che Luca proprio come in una caccia al tesoro senza indizi se li trovasse da solo. Ma come aveva fatto a non notarlo prima? Eppure era proprio lì, sul tavolo del disimpegno dove nelle ultime ore era passato almeno un migliaio di volte...Ma non lo aveva visto, ora però quel messaggio era tra le sue mani, spaventato del messaggio che potesse celare, perchè se veramente di Jennifer il dolore che avrebbe provato post lettura sarebbe stato immenso. Ma si fece coraggio e prese a leggere con cautela: "LA GIOIA"

"Bisogna cercare di prendere tutto quanto con ottimismo e ricordare che la vita è sempre degna di essere vissuta anche quando è noia, fatica, delusione.

La notte non è mai così nera come prima dell'alba ma poi l'alba sorge sempre a cancellare il buio della notte.
Così ogni nostra angoscia, per quanto profonda prima o poi trova motivo di attenuarsi e placarsi, purché lo vogliamo.
Sappiamo che c'è la luce perché c'è il buio, che c'è la gioia perché c'è il dolore, che c'è la pace perché c'è la guerra e dobbiamo sapere che la vita vive di questi contrasti.

Alzatevi ogni mattino sereni e ringraziate Dio di essere ancora al mondo guardando il cielo con occhi luminosi e ricordatevi che nella vita ci sono giorni pieni di vento e pieni di rabbia, ci sono giorni pieni di pioggia e pieni di dolore, ci sono giorni pieni di lacrime...
ma poi ci sono giorni pieni d'amore che vi danno il coraggio di andare avanti per tutti gli altri giorni.

Non arrabbiatevi per cose di poco conto e cercate di conservare la calma anche nei momenti di tensione.
Andate incontro agli altri offrendo la vostra amicizia e pensate che tutti possono essere amici anche quelli che vi sembrano scostanti e che, forse non aspettano da voi che una parola buona per fare il primo passo.
Solo così esisterete veramente e non sciuperete nessun istante della vita.
Respirate profondamente e con grande gratitudine perché l'aria che respirate è la fonte della vita più del cibo e dell'acqua.

Cercate di non desiderare troppo, amate ciò che avete, senza inseguire falsi sogni che vi allontanano dalla realtà lasciandovi scontenti e insoddisfatti: perché non sempre ciò che vi manca è ciò di cui avete bisogno.
Non siate invidiosi degli altri perché non potete sapere se chi invidiate non nasconda qualcosa che voi non vorreste per nulla al mondo in caso di cambio.
Non indugiate troppo sugli errori e tenete presente che tutto può servire a rendervi migliore.
Cercate di essere sempre voi stessi a costo di qualche rinuncia.
Solo così potete trovare la vostra strada bianca in mezzo ai campi di grano. (Romano Battaglia)"

Ed un'aggiunta a penna proprio sull'ultima riga bianca diceva "Buon lavoro, Amore! Ti Amo. Jenny"

Era proprio di Jenny. Strinse quel foglietto ancora a lungo tra le mani. Ora completamente accasciato e sconfortato sulla sedia dell'ingresso. Piangeva tutto il dolore che aveva nel petto. E solo in quel momento si accorse del prezioso messaggio contenuto su quel ritaglio. Solo allora capì perchè soltanto adesso lo aveva trovato. In un momento diverso quelle sarebbero state per lui solo amorevoli parole, un augurio per affrontare nel giusto modo la vita di tutti i giorni. Ma ora, proprio ora quelle sagge parole dicevano al suo cuore e alla sua Anima molto di più. In primis di non piangere più. Subito si asciugò gli occhi tumidi e tumefatti dall'alcol e dal dolore. Poi capì quello che Jennifer da sempre avrebbe voluto per lui: perchè lei stessa era proprio così!

"Jenny non avrebbe voluto vedermi così. Ti ringrazio Amore mio ma come faccio? Come farò ad ascoltarti anche questa volta? Io non ce la faccio, non posso, non ora. Non c'è più nessun entusiasmo in me, nessuno...La vita per me è finita, tu eri la mia vita, tu...." Ed ancora rapito nuovamente dallo sconforto, mentre ancora quelle sue parole risuonavano forti e tristi nella stanza, piegò il capo se lo strinse tra le mani e pianse, pianse ancora, fino a non avere più lacrime da versare dagli occhi. Ed ancora con il nudo braccio se li asciugò.

Poi alzò lo sguardo appannato mentre fece anche lui per alzarsi dalla sedia, e fu lì che lo sguardo alto gli cadde su un Diploma recentemente incorniciato da Jennifer. Si trattava della Menzione ricevuta ad un Concorso Letterario. Uno dei tanti a cui Jennifer aveva partecipato e vinto. Titolo di quel Premio era "Vita Nuova". Ancora una risposta amorosa dall'Aldilà. Luca carezzò quel quadro, mentre affannoso dentro di sè cresceva lo sforzo di riuscire ad accettare e mettere in pratica quelle parole. "E' questo che vuoi? E' questo che devo fare?"

Fu questa un'ulteriore questione che Luca pose alla sua Amata, proprio come se lei fosse lì per rispondere e chiarire ogni suo dubbio, e nuovamente si guardò intorno, come se la risposta ora gli potesse giungere da un oggetto, un angolo, una parete lì intorno a lui.

Ma quella risposta, per quanto dettagliata fosse stata la sua perizia visiva, stavolta non gli giunse da alcun luogo. Ed allora Luca capì che stavolta doveva essere lui stesso a decidere, a rispondersi, perchè solo così avrebbe dimostrato alla sua Jenny di aver capito e percepito i suoi messaggi. Fu così che le disse deciso: "Ebbene Amore mio lo farò. Per me, per noi. Se è questo che desideri per me. Io non lo desidero, ancora. Ma ci proverò, mi impegnerò. Una Vita Nuova, sì, da oggi. Da oggi stesso..."

E su queste parole tornò verso la sala, per aprire le persiane, e vide quella coperta ancora arrotolata sul divano. Si ricordò della recente compagnia di quella notte. Elisa pensò. Ma ora veramente lei era l'ultimo dei suoi pensieri. Ricordando lei non focalizzava nulla oltre nella sua mente, nè un desiderato incontro, nè la voglia di averla lì. Anzi preferiva stare solo. Così decise che non sarebbe stato lui a voler rincontrare quella donna, quell'amabile donna certo, ma che per lui ora non rappresentava poi molto.

Così quasi automaticamente decise tra sè e sè che ancora una volta avrebbe lasciato fare al Destino. Di certo in questo modo si sentiva meno peso addosso, nel dover scegliere o decidere qualcosa che non sapeva scegliere o decidere da sè. Nessuna responsabilità nel desiderare quella donna, capitata così per caso nella sua vita. Lui non l'avrebbe cercata, e se altro incontro avrebbe dovuto esserci, sarebbe stata la vita, il tempo, il destino a deciderlo.

Si sentì rinfrancato di questa decisione, che non lo coinvolgeva poi molto in un'azione che in questo momento non voleva e non si sentiva di prendere. Talmente rinfrancato, alleggerito, che decise di farsi una bella doccia e di uscire, per una boccata d'aria fresca, aria pungente novembrina che lo avrebbe rimesso al mondo, ma anche ad un abbraccio del tiepido sole, che oggi sembrava promettere, che sarebbe brillato alto nel cielo.

Ma dopo quella doccia Luca fece molto di più, ora tutto riversato sul traguardo di realizzare il volere, il desiderio di Jennifer, non si accontentava più di una semplice passeggiata per le vie della sua città, che per quanto assolata, lui non sapeva neanche più riconoscere come sua e come amata, e che di certo non lo avrebbe condotto verso la "Nuova Vita" ora agognata.

Così la sua mente, mentre si asciugava e si rivestiva, formulò un'altra repentina decisione, tipico ragionare di chi in preda alla più totale depressione si ritrovi improvvisamente ed involontariamente a provare sprazzi di ottimismo, magari dettati da particolari di vita giunti per caso.

Pensò che aveva ancora qualche giorno di tempo fuori dal lavoro, doveva approfittarne, buttò qualcosa nella sua sacca da golf, afferrò poi sbrigativamente il suo giubbotto, guanti, casco e le chiavi della sua moto nell'armadio nell'ingresso e partì. Per dove non lo sapeva ancora neanche lui.

Forse desiderava il mare, quello diverso, invernale con le alghe raccolte a mucchi sulla spiaggia incolta e le ondi potenti che si infrangono sulla battigia. Ma non ne era convinto. E quale luogo marittimo del litorale italiano sarebbe stata la sua meta? Altro scarica barile: sarebbe stata la sua moto a dirlo perchè lui sarebbe andato avanti fin dove questa lo avrebbe portato.

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Ultima modifica di Monia Di Biagio il Mar Apr 26, 2005 1:12 pm, modificato 7 volte in totale
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MessaggioInviato: Dom Apr 24, 2005 10:06 pm    Oggetto:  
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Paragrafo 17: La belva

La sua moto era nata per sbranare curve, impegnandosi in piege mozzafiato.
Fu lei a decidere e convinse Luca: "si va in montagna ragazzo!"
Belva, così la chiamava lui, con la "e" stretta, sennò s'offende.
Chiuse il garage, indossò il casco con tutte le protezioni e partì.
Passò di fronte al bar dove a quell'ora, di solito, tutti i biker si radunavano per mettersi d'accordo sul tragitto.
Li salutò al volo, rifiutando il caffè, scusandosi con tutti dopo aver detto che si sarebbe sfogato da solo: doveva riflettere.
Lo conoscevano bene, se Luca partiva da solo era proprio il caso di lasciarlo in pace; nessuno si offese.
Abbassò la visiera, il che voleva dire solo una cosa: cervello scollegato.
Scelse le curve del valico, le più impegnative, le più violente e pericolose.
Ogni domenica qualcuno si sdraiava, vuoi per inesperienza, vuoi per eccesso di sicurezza, ma lui era bravo, sufficientemente pazzo da riuscire ad arricciare le gomme ma prudente quanto basta da evitare di spezzarsi il collo.
Il motore seguiva il ritmo imposto dal cuore che pompava adrenalina ad ogni staccata, succeduta dalla goduria dell'impennata ad ogni uscita di curva.
Nei brevi rettilinei aveva il tempo di riflettere (era uscito per quello no?).
Elisa... Jennifer...
Jennifer, l'amore della sua vita.
Elisa, una vita per l'amore.
Il gergo dei motociclisti che s'incrociano è molto sintetico.
Con brevi gesti o un lampeggio si riesce a capire un intero messaggio.
E' proprio mentre stava per trovare la soluzione ai suoi dubbi che uno di quei gesti lo portò sulla strada: "incidente!"
Via la manetta, scalate le marce fino alla seconda... piano.
Un ambulanza era ferma sul lato della strada, una pattuglia della polizia alternava il traffico per permettere le operazioni di soccorso.
Un idiota è andato lungo nel punto più facile di quella strada, dritto, come un pirla che al volante si distrae per rispondere al telefonino.
La sua moto era incastrata sotto il guard-rail e lui era ancora a terra, in attesa che i soccorritori gli levassero con cura le protezioni per infilargli la speciale barella anti trauma, quella che, in caso di lesione spinale, evita ulteriori danni durante il trasporto all'ospedale.
Luca si fermò più avanti... conosceva quella moto: era di Max.
Si tolse il casco e lo lasciò cadere mentre lui era già in corsa verso l'ambulanza.
Un poliziotto lo fermò, gli disse che non poteva andare oltre.
Luca tentò di ribellarsi spiegando che era un suo caro amico, ma l'agente lo tranquillizzò, gli disse che, nonostante le apparenze, non era nulla di grave, tranne qualche costola rotta ed un sospetto trauma cranico.
Era cosciente, questo gli bastò.
Si lasciò convincere, si calmò e si mise di lato.
Estrasse il pacchetto di sigarette, ne accese una e sorrise.
Max stava bene... a lui va sempre tutto bene, è fortunato!
Si sedette sul guard-rail a fissare la sigaretta.
Jennifer... Elisa...
Attese che l'ambulanza partisse e la seguì, perchè anche Max usciva spesso da solo, quindi non c'era nessuno con lui.
All'ospedale arrivarono di fretta i suoi parenti, li rassicurò.
Decise di andarsene, l'ospedale lo metteva sempre in ansia; sarebbe tornato l'indomani, quando le acque si sarebbero calmate.
Tornò al garage, attaccò la pompa dell'acqua e ripulì per bene la sua belva: - Brava! - le disse, col suo sorriso da biker.
L'asciugò col panno di daino, unse la catena e la coprì per bene con il telo.
Per un motociclista, è in quell'esatto momento che il cervello si riattiva.
Aveva finalmente le idee chiare.
Quella giornata, nonostante la "quasi tragedia", gli aveva fatto bene.
Uscì dal garage, chiuse la serranda e guardò la prima stella in cielo.
- Yes! - esclamò, con un nuovo sorriso.
L'indomani si recò dall'amico.
Approfittò della distrazione di un infermiere per entrare di soppiatto senza attendere l'orario dei visitatori.
Non era difficile immaginare in quale stanza fosse ricoverato, è quasi sempre la stessa.
Max era sveglio, appoggiato di schiena contro il poggiatesta del letto, gli avevano appena messo il busto per le costole e dalla faccia non sembrava molto contento.
Aveva qualche escoriazione sparsa qua e là, ma tutto sommato sembrava ok: - Wé Max!
- Wé Luca! Che sorpresa!
- Come stai?
- Io bene, ma mi sa che la moto è messa male, vero?
- Non so, non l'ho vista, so solo che il carroattrezzi te l'ha portata in garage.
- Ho saputo che eri lì anche tu, bello spettacolo eh? - sorrise ironico.
- Già.. quando ho riconosciuto la moto m'è preso un colpo, per fortuna poi ho visto che stavi... bene. - lo disse indicandolo.
- Grazie per avermi accompagnato e per aver parlato ai miei, non ci sei mai ma quando ci sei, ci sei davvero.
- Figurati, faresti lo stesso anche tu, lo so.
- Dai, prendi la sedia, non stare impiedi.
- ok.
- Allora, che mi racconti?
- Bah, che vuoi che ti dica... sempre la solita...
- eh eh eh, ti conosco fratello, dimmi tutto! - gli strizzò l'occhio - una donna vero? - aggiunse.
- Max, un giorno mi spiegherai come riesci a farlo.
- ...a fare cosa?! - chiese spiazzato.
- Questo! A sapere tutto da uno sguardo.
- Io non ho fatto nulla, sei tu che te ne vai in giro con su scritto "Alé alé alé, forse ho una donna!!"
- Scemo!
- ...e + scemo! - ribatté Max, con chiaro riferimento al film.
- Ok ok... ho conosciuto una.
- Ti piace?
- Non lo so. Ha un sacco di problemi e forse è troppo giovane...
- Ma?
Luca si perse un attimo nei pensieri, poi tornò: - ma niente, tutto qui... sì, forse mi piace.
- Eh no bello, o ti piace o non ti piace... se mi avessi detto che è simpatica, allora avrei intuito che non è bella o che non fa per te, ma tu hai detto che forse ti piace e, conoscendoti, è un chiaro segno.
- uff.... per fortuna hai preso una botta in testa eh?
- eheheh non mi ci far pensare, mi fa un male cane!
In quel momento entrò l'infermiere distratto ad annunciare la visita del primario.
- 'ccidenti Max, devo andare.
- Fammi un favore Luca...
- Dimmi.
- Quando torni, mi porti un pacchetto di sigarette?
- Alla faccia dell'ospedale eh?
Sorrisero.
- Dai, sennò impazzisco qui dentro.
- Va bene, te le porterò.
Si diedero la mano come solo loro sanno fare e mentre Luca stava per lasciarla ed uscire, Max gliela tenne ancora stretta: - Se ti piace, non fartela scappare!
Luca lo guardò e gli rimandò un lieve cenno con la testa: di approvazione e rispetto.
Poi sparì.


Ultima modifica di Anonymous il Mar Apr 26, 2005 9:06 pm, modificato 2 volte in totale
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Miki








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MessaggioInviato: Mar Apr 26, 2005 11:50 am    Oggetto:  
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Paragrafo 18: Memorie

Luca si allontanó in fretta, ansioso di arrivare all'uscita dell'ospedale.
L'odore dei corridoi gli dava il capogiro.
O forse era la confusione che aveva in testa a stordirlo.
Cercó di trattenere il respiro per non inalare l'odore di disinfettante e di sofferenza che aleggiava nell'aria, sperando forse cosí di difendersi dall'aggressione di pensieri e ricordi che ora affioravano alla mente.
Si fermó e si appoggió alla parete.
Aveva respirato quello stesso odore soltanto pochi giorni prima, mentre vegliava su Jenny e su quel sonno da cui mai piú si sarebbe svegliata...
Il tempo diventó improvvisamente elastico, un'altalena che ora si avvicinava ora si allonatanva. Pochi giorni parevano pochi minuti un momento e secoli quello successivo.
Eccola: era lí, accanto a lui. Poteva allungare la mano e toccarla, carezzare quel viso tanto amato, pallido, tumefatto, sfigurato dall'incidente. Nelle orecchie gli ronzava il sibilo del monitor: biiiiiiiip... personale medico al suo fianco, confusione, voci... "Jenny! Jenny! Non mi lasciare!".
L'aveva pensato? L'aveva gridato?
Non era certo. Sapeva solo che il respiro lo aveva abbandonato quando lei aveva smesso di respirare, all'unisono ancora una volta, come le notti in cui si erano stretti l'uno all'altra ad ascoltare i battiti dei loro cuori.
L'unisono si era interrotto.
Lui aveva ritrovato il fiato, lei no.
Sembrava accaduto un attimo fa.
Luca riprese a camminare e l'altalena del tempo tornó a deformare la memoria. Jenny si allontanava.
Ripensó alla conversazione con Max.
Tutte le prese per il culo ogni volta che uno di loro si era preso una sbandata! Avevano scherzato cosí tante volte in passato... prima di Jenny.
E ora ricominciavano allo stesso modo, come se lei non ci fosse mai stata.
Si poteva davvero seppelire tutto cosí, dimenticare e continuare come prima? C'era davvero una vita per lui ora?
Luca era arrivato all'uscita e si fermó ad osservare la strada: auto che andavano e venivano, autobus che caricavano e scaricavano gente frettolosa sulla via del lavoro o di commissioni urgenti.
Alle sue spalle si consumavano drammi e si compivano miracoli, ma fuori di lí la vita continuava come al solito. Niente importava.
Il cuore gli era diventato pesante.
Doveva tornare a casa? A far che?
Si sarebbe volentieri annientato.
"Non sei tu quello che é morto!"
La voce di Elisa echeggió improvvisa nella sua mente, spuntata da chi sa quale angolo della memoria. Era stata vera?
A volte quasi ne dubitava, anche mentre ne parlava con Max.
Pareva piú un'invenzione della sua mente affannata.
Tu che hai una vita davanti, vieni a dirmi che non la vuoi...Tu me la puoi offrire una vita?.
Poteva?
Poteva offrirla a se stesso?
Volevi un abbraccio e io ti ho abbracciato. Volevi baci e calore e te li ho dati.
Lei aveva provato ad offrirgliela, una vita, e forse anche a riprendersela: "Li volevo anch'io".
No, non se l'era immaginata e per un momento il vuoto si era riempito, il calore era tornato dentro di lui, in un abbraccio casuale.
Elisa...
Intanto che si allontanava dall'ospedale, la memoria di Jenny sembró per un momento sfumare. Il desiderio che aveva di lei si confuse con quello per Elisa.
Voleva rivederla, parlarle ancora una volta.
Ma l'aveva lasciata andare e ora come l'avrebbe ritrovata?
Ripercorse la notte del loro incontro in rewind e i suoi pensieri si fermarono al pub.
Non era un granché come indirizzo, ma era l'unico che aveva, l'unica possibilitá di incontrarla di nuovo. Perché ora lo sapeva: voleva rivederla.
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matto81







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MessaggioInviato: Mar Apr 26, 2005 1:11 pm    Oggetto:  
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PARAGRAFO19: Nel centro
Luca odiava la solitudine. Quella che torna quando finisce tutto ciò che, fino a quel momento, ha saputo celarla.
Le giornate che scorrono e sembra quasi che servano a qualcosa, solo perché fanno emergere speranze prima abbandonate; le giornate che non scorrono mai.
Riflettere non significava star solo.
Rientrare in casa e non udire che silenzio, lasciare andare le chiavi sulla mensola e dover ascoltare il tintinnare, dei loro infinitesimi rimbalzi fracassargli il cervello. Avere un disperato bisogno di urlare e condividere e non sapere quale numero comporre, perché quella cazzo di rubrica conteneva solo cifre schifose, miele che appiccica ideali a sufficienti chiamate di lavoro; miele inutile.
Sentiva ancora il vento rombare insieme al motore, la strada mangiata dalla velocità e dalle gomme, mentre il cielo si faceva azzurro e girava attorno al suo universo costruito su attimi, istanti legati a fili sottilissimi, aria e parabrezza.
La vita e la morte così vicine.
Elisa e Jennyfer.
Luca e Max.
Perché Max stava bene e Jennyfer era morta?!
Quattro ruote difendono, due no.
Stabilità, protezione, cinture di sicurezza che cliccano in rassicuranti fessure rosse, airbag pronti a esplodere e scazzottare volti salvi, freno a mano, sedili provvisti si poggiatesta imbottiti, calde lamiere, un tetto in alto a coprire le stelle.
Peccato che quella maledetta cintura non aveva prodotto alcun click, che nessun airbag aveva abitato quella macchina troppo vecchia per possederne uno.
Jennyfer era morta, stritolata dal caloroso abbraccio di una prigione di ferraglia che si muoveva e perforava la sua carne, abbandonata ad un destino che aveva preferito Elisa a lei.
Elisa sul palco delle predilette, illuminata dall’occhio di bue come una star malata e mortale.
Per quanto ancora?
La poltrona sempre la stessa, la tv sempre accesa, i suoi sentimenti che temevano di palesare vita.
Luca pensava alla sua di vita. Ad un futuro e ad un “sempre!” che aveva pronunciato troppo spesso e di cui ora si pentiva.
No che non era colpa sua.
L’amore non può essere per sempre se arriva la distruzione a sorprendere e a mescolare tutte le carte. Fa crollare qualunque meraviglioso castello, col suo raggio ghiacciato che punta dritto al centro di ogni cosa e incenerisce chiunque si trovi accidentalmente sul suo cammino. Non esiste strada che non sappia ritrovare, anima che non possa tormentare o che sia in grado di fuggirla.
E dopo la morte?
Avrebbe dovuto continuare ad amarla?
Costringere i suoi pensieri nell’eternità di una fotografia traslucida attaccata su una lapide?
Cos’era il rispetto? Cos’era la dignità?
In quell’istante Luca ricordò l’attesa di una notizia, il massacrante logorare della lancetta dell’orologio da parete che ripeteva, instancabile, la sua missione eterna. L’attesa, quando tutto, dentro di lui, sembrava bramare giri e circoli e danze e sussulti, invece fuori, il respiro del mondo soffiava così lento e affannoso da non arrivare mai.
Il sole spariva dietro le montagne e Jennyfer non tornava.
Inizialmente nessuna preoccupazione, poca preoccupazione.
La sua prima notte da solo dopo il matrimonio. Il letto e i piedi freddi nonostante le coperte, la sua mano che accendeva la lampada in ferro battuto sul comodino per vedere l’ora.
Il terrore era come bava collosa che rallentava ogni marchingegno.
Era l’ora della distruzione, perfetta, cinica.
Riprese le chiavi ed uscì. Questa volta aveva una meta.
Elisa.
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Monia Di Biagio

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MessaggioInviato: Mar Apr 26, 2005 3:35 pm    Oggetto:  
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Paragrafo 20°: una vita da salvare!

Ebbene sì, la meta di Luca era Elisa. Forse era proprio lei la chiave della sua "nuova vita": la meta reale, la nuova vita, il desiderio di Jennifer per lui. E se così fosse stato, lui ora doveva saperlo. Doveva sapere se realmente Elisa avrebbe rappresentato l'inizio di tutto. Altrimenti perchè l'avrebbe incontrata? Un collegamento doveva pur esserci e Luca ora voleva sapere quale fosse.

Unico indizio per rintracciare Elisa: il Pub. Ma era ancora troppo presto, solo le tre del primo pomeriggio, mancavano certamente almeno tre ore all'apertura del Pub, dove certamente lui motivato, fortemente motivato, ora, avrebbe atteso finchè Elisa non avesse nuovamente varcato quella porta. L'avrebbe attesa tutta la notte se ce ne fosse stato bisogno e nel mentre, magari, avrebbe potuto chiedere qualche informazione su di lei, per rintracciarla "anche altrove", se quella stessa sera non si fosse presentata al locale.

Ma era ancora troppo presto. "Ancora qualche ora" si ripeteva Luca.
Nel frattempo doveva far qualcos'altro perchè di certo non poteva restarsene con le mani in mano, questo per lui di certo voleva dire rimuginare ancora nella solitudine che parla solo lei. Ed allora no! Prima di uscire di casa aveva preparato la sua borsa del nuoto, e adesso sarebbe andato in piscina, quella dove andava da anni, questo era pure l'orario migliore per farsi qualche lunga bracciata, prima che la vasca si riempisse di bimbi con le tavolette, che al massimo, talmente sono numerosi ad ogni lezione, gli avrebbero lasciata libera solo una corsia, e comunque sempre quella dove non è proprio possibile sfogare pienamente la forza del corpo leggero sul pelo dell'acqua.

Parcheggiò l'auto al solito posto, quello proprio sotto la scritta "piscina riscaldata". Quel cartello che sempre faceva ridere, per un no nulla, in effetti, lui e Jennifer perchè all'unisono si chiedevano: "Ma perchè le altre come sono?" E scoppiavano a ridere. E tanto era il loro divertimento a ricordarsi a vicenda questa cosa che spesso dicevano, dandosi appuntamento: "A dopo. Alla piscina riscaldata!"

Ma quell'unisono non c'era più e neanche quel dopo. Dio, come aveva bisogno Luca di una bella nuotata! Come aveva bisogno di Elisa!

Entrò alla reception, dove come al solito, incontrò il proprietario ed amico: "Ciao Luca! Bentrovato....Tutto apposto? Come ti senti?"

"Ho solo bisogno della mia vasca, Andrea." Luca non riuscì a dire di più, ad aggiungere altro ancora.

"Vai Luca non temere, fin che vuoi l'intera vasca sarà solo per te, al limite i bimbi della prossima ora li metto di là nella piccola!"

"Grazie Andrè. Sei un'amico, ma non mi tratterrò molto, solo un'oretta, massimo un'oretta e mezza. Poi ho da fare."

"Tranquillo stai pure quanto vuoi, tranquillo."

"Grazie Andrè. Vado a cambiarmi."

Strinse la mano al suo amico e questi come gli altri ora non si offendevano se Luca non si faceva più vedere, se Luca era breve nelle risposte, se Luca non aveva voglia di parlare ed aggiungere di più di quel che diceva loro. Lo capivano, lo appoggiavano, lo avrebbero aiutato in ogni modo. Ma mai lo avrebbero assillato, gli avrebbero fatto sentire quanta pena per lui....Un giorno forse in tempi nuovi, gli avrebbero confidato quanto anche per loro fosse stato complicato quel periodo. Ma non ora.

Luca era nel caldo spogliatoio, libero ed ancora pulito. Indossò costume accapatoio e ciabatte. Tra le mani solo cuffietta e occhialini. Quando sentì squillare il telefonino nella borsa.

Il suo telefonino? Era lì dentro? ma se lui neanche ce lo aveva messo. Il telefonino adesso era l'unica cosa che mai si sarebbe portato appresso! Proprio per non parlare con nessuno, non dover dire le stesse cose e dare le stesse patetiche spiegazioni a tutti.

Eppure era lì e squillava. Lo prese e rispose anche in tono scocciato.

"Chi è'?"

"Signor Luca Tornioli? Agente Foschi, qui il decimo Distretto di Polizia, la chiamavamo per..."

Luca si riprese nel tono e :"Ah, sì mi dica Agente!"

"Signor Tornioli ci sarebbe da firmare un foglio. L'autorizzazione alla rottamazione dell'auto di sua....Della sua defunta Signora....Mi scusi Signor Tornioli, ma fatti i nostri accertamenti non possiamo più tenerla nella rimessa del Distretto, dobbiamo procedere."

"Procedete pure..."

"Veramente Signor Tornioli, mi spiace scomodarla, ma sarebbe necessaria una sua dichiarzione scritta per procedere, basterà una firma, l'auto verrà caricata oggi pomeriggio. Lei oggi sarebbe disponibile?"

Luca ci pensò un pò: o la piscina o quest'ultima firma del dolore. Poi avrebbe proseguito coi suoi piani.

"Vengo subito agente. Tra mezz'ora sono lì!" Si salutarono e Luca riattaccò, poi si rivestì, spiegò all'amico della Piscina della chiamata urgente appena ricevuta, brevemente si scusò con lui promettendo che si sarebbe rifatto vivo per la nuotata mancata ed uscì frettoloso verso la sua auto in sosta.

La vita ancora una volta aveva modificato i suoi piani decidendo per lui.

Nell'atrio del decimo Distretto si presentò e disse per cosa era lì. Venne accompagnato nell'ufficio dove sbrigare quella che per lui non era solo una pratica, ma ancora una volta un tuffo nel dolore. Quel tuffo che si era immaginato completamente diverso proprio per quel pomeriggio.

"Venga Signor Tornioli, si accomodi. Ecco la dichiarazione, la legga per verificare se è tutto esatto, poi la firmi in calce."

"Io sottoscritto, nato a, residente in, autorizzo ecc.ecc." Luca prese velocemente a leggere, poi firmò. Firmò per la distruzione di quella sporca auto che aveva portato via per sempre la sua Jennifer e mai firma fu per lui più dura, più incisiva e più decisa. Consegnò il foglio all'agente, cordialmente salutò e fece per alzarsi quando dalla stanza attigua giunsero alle sue orecchie ed a quelle dell'Agente Foschi delle rabbiose urla di donna, che all'incirca dicevano confusamente così:

"Me ne vado capito! Mi avete rotto! Non potete trattenermi qui. Io non ho fatto nulla. In Italia non si è più manco liberi di andarsene da casa, quando uno vuole. Me ne sono andata e allora? Non chiamerò proprio nessuno! Non aspetterò proprio nessuno qui! Ve lo scordate. Lasciatemi andare!"

Luca e l'Agente si guardarono perplessi e stupiti. L'agente si alzò chiedendo a Luca di attendere un attimo lì. Ma anche Luca dopo poco appena l'agente uscì dalla stanza si alzò e si posizionò a sbirciare sulla soglia semichiusa dell'ufficio. E per fortuna. Proprio in quel mentre affacciato incuriosito sul corridoio vide coi suoi stessi occhi una giovane ribelle rabbiosa, che con tutte le due forze si voleva divincolare dalla stretta dell'agente Foschi ed un altro che fortemente la bloccavano per entrambe le braccia, dicendole: "E' per il suo bene signorina. Cerchi di capire, i suoi la stanno cercando da ieri, a momenti saranno qui!"

"Non li voglio più rivedere lo capite o no?! Me ne voglio andare, lasciatemi, lasciatemi...." E dopo il secondo imperativo, ma più sommesso, scoppiò a piangere, voltandosi indietro perchè si accorse di essere osservata, alle sue spalle, dall'intero Distretto. Ed in quel momento solo Luca la seppe riconoscere. E fu così che all'improvviso, uscendo pure lui dalla stanza ed andando verso di lei gridò: "Elisa che ci fai qui?"

"Lei conosce questa donna Signor Tornioli?"
"Sì, è una mia amica...Lasciatela!"
Non aggiunse altro, Elisa ora, era piangente, tremante tra le sue braccia.
"Elisa cos'hai combinato?" Le chiese preoccupatissimo.

E lei tra le lacrime, all'orecchio, ma a voce alta, con le gote grondanti poggiate sul collo di Luca disse: "Sono scappata di casa. Quegli stronzi non fanno altro che rinfacciarmi che è colpa mia e della mia vita sregolata, se sono malata. Hanno ricominciato dall'altro giorno, da quando ho passato la notte fuori, da te....Non li sopporto più! Me ne sono andata. Ho dormito sotto un ponte stanotte. Ma questi qua hanno fatto una retata alle prostitute ed hanno preso anche me. Ma io dormivo nel mio sacco a pelo!" Ed ora rivolgendosi agli agenti "Non sono una puttana! Lo capite oppure no!"

Ma l'agente intervenne: "Signor Tornioli lasci che le spieghi abbiamo raccolto anche lei dalla strada, è vero, ma giunti qui in distretto ci siamo accorti che già era stata inoltrata dai suoi genitori una denuncia di scomparsa. Solo per questo l'abbiamo trattenuta stanotte. E i genitori sono stati informati e stanno arrivando."

"Hai sentito Elisa..." Riprese Luca, i tuoi genitori si sono preoccupati e ti stanno cercando...E tra poco saranno qui...Per te, solo per te!"

"Certo anche tu dalla loro parte. Loro fanno sempre così, perchè hanno paura di ritrovarmi morta per strada. Si preoccupano certo. Poi dopo è tutto uguale: se non sono ancora morta è colpa mia. Se sono malata è colpa mia. Io non li voglio più rivedere. Mai più! Basta! Vivrò e morirò da sola!"

"Ti prego Elisa non fare così almeno parlaci ancora una volta. Son certo che capiranno. Veramente. Se stanno per arrivare aspettali e parlaci, Perdonali e torna a casa. Ti prego non farmi preoccupare."

"Non ci parlo! Lo hai capito! E a casa non ci torno! Parlaci tu se vuoi!"

"E poi che farai? Dove andrai? Elisa ti prego ragiona..."

"Andrò in giro, dove troverò posto, ma a casa no!"

"Elisa sei proprio una bambina se fai così, in giro all'agghiaccio...Sei pazza? Senti facciamo così....."

Dopo poco, Luca si incontrò con i genitori di Elisa, che lei comunque non volle assolutamente incontrare. Luca gli spiegò. Spiegò loro chi fosse, perchè conosceva Elisa, perchè lei si fidava di lui, il perchè della loro ultima decisione: piuttosto che fuori in giro nei posti più sordidi della città, Luca avrebbe dato un tetto ad Elisa, il suo tetto, finchè lei avesse voluto...

"Finchè non morirà!" Replicò a Luca la mamma di Elisa. "Mia figlia ha L'aids. lo sa questo??? E senza cure non può vivere. Lei crede di essere veramente pronto ad occuparsi di lei?" Ed il suo tono indagatore era così rabbioso che fece sentire Luca un verme per aver acconsentito a quella folle richiesta di convivenza.

"No, non lo sono signora e spero di imparare presto solo così potremo salvare sua figlia. Tanto lei ormai ha deciso a casa non torna. Ed allora cosa possiamo fare? Mi dica lei...."

La mamma di Elisa passò dalla rabbia ad un pianto nevrotico e dirotto, abbracciò Luca, gli chiese scusa mormorando: "Ma con quello che ci ha raccontato, lei con i suoi problemi, come farà ad aiutare anche l'Elisa....Oh caro Luca, potresti essere anche tu mio figlio, e se fossi io tua madre avrei paura per questo che hai appena deciso. Chi te lo fa fare di preoccuparti per lei?"

"Signora..." La spostò dal suo corpo sul quale era ancora saldamente avvinghiata e la guardò dritta negli occhi, poi guardò anche il padre di Elisa, che era rimasto chiuso sino a quel momento nel suo sconvolgente silenzio e disse loro, sicuro: "Io per me stesso, è vero, non ho più nessuna ragione di vita. Ma Elisa ora è la mia ragione, la mia nuova ragione di vita. Vivrò solo per lei per aiutarla, a continuare a vivere, non a morire! Per tirarla fuori da questo incombente guaio che ha appena combinato....Come potrò, con tutte le mie forze. Credetemi, ve lo prometto, io ci sarò per lei. Sempre!"

Così fu. Con l'ulteriore promessa era stata naturalmente che Luca avrebbe tenuto sempre informati i genitori di Elisa, ed ora quest'ultima più calma, usciva insieme a lui dal distretto, tenendo stretta nella sua la mano di Luca.

Salirono in macchina e nel traffico si diressero verso casa, quella casa che seppure già li aveva visti insieme, sarebbe stata una "nuova casa" per entrambi, proprio per la loro diversa presenza tra quelle quattro mura.

Stava iniziando per lei una nuova vita. Stava iniziando anche per Luca.

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Ultima modifica di Monia Di Biagio il Mar Apr 26, 2005 9:35 pm, modificato 1 volta in totale
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matto81







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MessaggioInviato: Mar Apr 26, 2005 5:30 pm    Oggetto:  
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PARAGRAFO 21: Corpi vicini
Ora possedeva tutte le risposte.
Non poteva che essere così.
Aveva deciso di cercarla e senza affanno la sua strada aveva ritrovato quegli occhi invincibili e fragili sullo stesso volto. Gli occhi di una ragazza che spavaldamente, la notte delle lacrime, aveva tentato di vincere la devastazione di un uomo disperato, offrendogli conforto, parole, reazioni. La stessa ragazza che neanche un'ora prima piagnucolava in una stanza grigia e vuota, trattenuta da mani popolarmente giuste e trattata come la più squallida delle puttane, solo perchè la sua vita non coincideva con quella che lei stessa e gli altri desideravano, perchè la sua famiglia non sapeva comprendere quanto giudicare; solo perchè aveva dovuto combattere persino per la libertà di morire in pace.
Inutile continuare a chiedersi se ciò che stava accadendo era giusto o sbagliato.
Chi decide cos'è giusto?
A quale bocca è concesso decretare vincitori e vinti, emettere sentenze riconosciute dal mondo intero?
Non aveva deciso lui, non aveva fatto nulla perchè le cose andassero così.
Ok, l'avrebbe cercata forse, ma non era stata la sua volontà a condurlo al decimo Distretto di Polizia per controllare l'andamento delle pratiche, non era stato lui a far trattenere Elisa né tanto meno a scegliere il giorno in cui intrappolare due vite nella stessa stanza.
Luca, al telefono, aveva maledetto la burocrazia e quell'agente ambasciatore della cosa buona e giusta che non aveva dimostrato neppure un po' di pietà per chi vuole affogare nel proprio dolore, indisturbato, silenzioso, solo. Elisa aveva maledetto quell'uomo vestito di blu superbia, armato di manganello e pistola che avanzava potere e arroganza su una giovane ragazza colpevole solo di essere vittima di troppi errori.
Perchè ora si trovavano a camminare insieme e a ringraziare quell'attimo?
Due corpi in una casa.
Due corpi ai quali non era concesso avvicinarsi troppo se non volevano fondersi in un unico sangue infetto.
Luca guardava Elisa che non riusciva a reggere il suo sguardo.
Ora era nuovamente lui quello forte, era lui che doveva stringerla, farla sentire meno sola di quanto in realtà fosse.
Jennyfer urlava. Una voce che straziava l’aria, che rivoleva il suo Luca, che chiedeva attenzioni fatte di lacrime e saliva. Attenzioni che lui non vedeva perché i suoi occhi erano altrove, perché quella metà di cuore era ormai spezzata e distante, pulsante dietro una scorza di plastica e metallo, marmo e terra, isolata, inascoltata. E allora perché continuava a urlare?
"Puoi dormire di là. C'è una cameretta in fondo, sulla destra."
"Ma io voglio dormire con te!"
Un lungo silenzio rifletteva per Luca, pensava che l'affetto non può badare a malattie e scambi di sangue, a vita o morte, alla convenienza di chi resta sano e all’orrore di un sorriso malato.
Dov’era quell’orrore?
Lui sentiva solo un incontenibile bisogno di averla accanto, vicina, più vicina.
L'abbracciò forte, voleva che lei afferrasse i brividi che avvertiva lui, voleva che lei non avesse paura di nulla, perchè lui non ne aveva affatto.
Sicuro di una vita sempre uguale, di una vita che in un istante è un'altra vita.

Un tuono fuori, strano prima c'era il sole.
Forse ora era impegnato ad illuminare qualcos'altro, qualcuno che fino a qualche giorno prima avrebbe desiderato morire al gelo della disperazione e che ora sorrideva scaldato da una tiepida carezza.
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MessaggioInviato: Mar Apr 26, 2005 9:02 pm    Oggetto:  
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Paragrafo 22: Flash back (Jennifer).

- Se tu mi amassi davvero, partiresti con me. – fu la stilettata di Jennifer.
- Amore, le ferie me le danno solo tra qualche settimana, che ci posso fare? Mica posso prendere e mollare tutto per venire dai tuoi ad ascoltare i vostri “importanti” discorsi… sai bene quanto li odio e sai bene che, se io fossi presente, m’incazzerei alle prime parole storte, quindi ti prego, vai se devi andare, ma non obbligarmi ad essere ciò che non sono e non voglio essere… né tanto meno diventare.
- Cosa intendi dire?
- uff… voglio dire che ti sto pregando di non costringermi a mandarti a quel paese.
- Ah! Bella questa! Avresti il coraggio?! – la voce le si era condita con una punta acida.
- Vuoi scommettere?
Raramente Luca perdeva la calma, ma quando si trattava dei suoceri (erano sposati? :-D) il vaso della pazienza gli si presentava già pieno, con la famosa goccia già in picchiata per tuffarcisi dentro e fare un bel casino.
Tutto questo Jennifer lo ricordava sempre troppo tardi, ma sempre giusto in tempo: - Mi baci o mi mandi via col muso?
Luca sbuffò, un po’ per il dispiacere di non sapersi controllare in quei rari casi, un po’ per il sollievo che la discussione fosse finita nel modo giusto.
- Ti bacio.
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Miki








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MessaggioInviato: Ven Apr 29, 2005 3:20 pm    Oggetto:  
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Paragrafo 23: Il fantasma di Jenny

Egoista.
Se l'era detto cosí tante volte negli ultimi giorni.
Era stato un maledetto egoista.
Se non si fosse intestardito nel lasciarla andare sola, se l'avesse accompagnata in quella spedizione che era per lei cosí importante...forse lei non sarebbe morta.
Forse adesso avrebbe stretto Jennyfer fra le sue braccia, invece di Elisa.
Si sentí invaso di nuovo dalla nausea e bruscamente respinse la ragazza.
Voglio dormire con te...
Credeva che fosse tutto cosí facile?
Che si riducesse tutto a quello?
- Smettila, Elisa - la rimproveró.
Lei lo fissava corrucciata.
- Hai paura, non é cosí? - sbottó - Paura, come tutti gli altri. Se avessi la lebbra farei meno paura forse...
- Sta zitta!
Elisa si ammutolí sotto quell'attacco inaspettato.
- E per questo che sei venuta qui? - continuó lui - Per lanciare sfide? Che cosa vuoi dimostrare?
Elisa non rispose.
- Lo vuoi capire che non sei tu? Sono io! Ti aspetti che dopo una notte da ubriaco passata con te sia andato tutto a posto?
Luca allargó le braccia.
- Guardati intorno Elisa! - esclamó - Tutto in questa casa mi ricorda lei!
L'altro giorno é suonato il telefono...amici che mi cercavano. Non ho fatto in tempo a rispondere prima della segreteria...beh era lei! Era la sua voce a rispondere. E questi fiori appassiti? - con un gesto della mano colpí un vaso sulla mensola e lo mandó in frantumi sul pavimento - Lei li aveva comprati! Le lenzuola: odorano ancora di lei! Il suo accappatoio é ancora appeso in bagno... Jenny é ancora qui e tu mi chiedi di dormire con te per dimostrare a te stessa e al mondo chissá che cosa! Lasciami in pace, Elisa!
Si lasció cadere sulla poltrona, afferrandosi la testa fra le mani, col fiato corto.
Inspiró profondamente cercando di calmarsi.
Che gli stava succedendo?
Gli era parso di desiderarla pochi istanti prima. L'aveva chiusa sul suo petto sentendo il calore crescergli dentro e un momento dopo un ricordo e il rimorso avevano dato fuoco alla sua rabbia.
Stava diventando pazzo, si disse.


Ultima modifica di Miki il Lun Mag 02, 2005 11:58 pm, modificato 1 volta in totale
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MessaggioInviato: Ven Apr 29, 2005 8:03 pm    Oggetto:  
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Paragrafo 24: Il rottame.

Il primario disse a Max che tutti gli accertamenti davano esito negativo, quindi l'indomani sarebbe potuto uscire senza preoccupazioni.
- Quanto tempo dovrò stare imbalsamato?
- Una quindicina di giorni, in assoluto riposo a letto.
- Neppure una partitina alla playstation?
Il medico sorrise: - L'importante è che non sforzi le costole, comunque sarebbe il dolore a farle capire dove e quando sbaglia, garantito!
- Capisco...
Il dottore stava per uscire.
- Dottore, non può mandarmi a casa ora?
- Perchè? Non gradisce la nostra compagnia? - gli strizzò l'occhio.
- Tutt'altro, siete squisiti, ma temo che dovrete sopportare le mie paranoie se non uscirò da qui subito.
Il dottore fece un lungo sospiro, come potrebbe farlo un padre che è in dubbio se mettere in castigo o perdonare.
Alla fine si lascia convincere: - Ma sì, in fondo non ha nulla di grave, ma mi deve promettere di andare dritto a casa e di non fare sforzi.
- Giuro!
- Bene, firmi la liberatoria in segreteria e vada a farsi coccolare.
- Grazie dottore, le lascio una birra pagata al bar!
- Lasci stare la birra... preferisco un caffè!
- Sarà fatto!
Il dottore lo salutò con la mano e si congedò.
Max chiamò subito il padre per dirgli di venirlo a prendere e mandò un SMS a Luca per avvertirlo.
Prima di varcare la porta di casa, deviò in garage per vedere cosa aveva combinato alla sua moto.
Lo spettacolo non era dei migliori: forcellone e sterzo piegati, carene graffiate e spezzate, marmitta esplosa, gomma posteriore squarciata, gruppi ottici inesistenti.
Restò fermo a contemplarla, come attendendo un cenno di vita.
Le si avvicinò e le posò una mano sul serbatorio graffiato.
La chiavetta era ancora nel cruscotto.
La girò di uno scatto e la risposta fu ottima: il quadro funzionava.
La luce verde indicava che il cambio era in folle, quindi tentò l'accensione.
Premette il pulsante ed un rumore assordante invase il garage, rimbombando fra le travi.
Il motore al minimo sembrava normale, tentò una leggera smanettata di gas... non poteva trattenersi.
Sembrava di stare in un box del MotoGP, dove i meccanici controllano la moto prima di entrare in pista.
Tutto ok, il motore è salvo!
Rimise la chiavetta in posizione "off".
- Riposa bambina, guarirai anche tu.


Ultima modifica di Anonymous il Sab Apr 30, 2005 4:55 pm, modificato 1 volta in totale
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