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Sito Letterario & Laboratorio di Scrittura Creativa di Monia Di Biagio.

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Fatima senza segreti?
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Monia Di Biagio

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MessaggioInviato: Gio Mag 19, 2005 12:36 pm    Oggetto:  Fatima senza segreti?
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Fatima senza segreti?

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"Penitenza, penitenza, penitenza!", per conquistare la salvezza.

Nessuna fine del mondo, nessuna guerra, o crisi della Chiesa, insomma nessuna grande sorpresa: la terza parte del segreto di Fatima svelata dopo 56 anni di attesa ha poco dei miti e delle leggende che si erano da sempre rincorsi sul tema. La terribile sofferenza dei martiri della fede in questo secolo, l'attentato al Papa e l'invito al pentimento. è questo il contenuto del manoscritto che Suor Lucia dos Santos scrisse nel '44. Il resoconto relativo all'apparizione della Madonna, che la sorella insieme ai due pastorelli "videro" nel 1917, fu inviato all'allora Pontefice Pio XII chiedendo che fosse svelato solo dopo il 1960.

L'immagine che risulta dal testo reso pubblico in questi giorni è quella di un vescovo vestito di bianco che sale una montagna ripida in cima alla quale c'è una grande croce, prega per le anime dei martirizzati e giunto alla vetta viene ucciso da un gruppo di soldati che gli sparano colpi di arma da fuoco e frecce.

Il Papa del segreto dunque muore davvero, e non "cadde come morto", come aveva anticipato lo scorso 13 maggio il cardinal Sodano, quando Papa Giovanni Paolo II annunciò di divulgare la profezia dei tre pastorelli. Lo stesso Papa, letto il segreto subito dopo l'attentato nel 1981, si riconobbe nella figura del vescovo vestito di bianco. Ma il Papa nel concreto da quel tragico episodio uscì salvo.

Allora perché questa contraddizione tra profezia e realtà? La Chiesa, ufficialmente interrogata, ha spiegato che la visione non è il film di un futuro inevitabilmente fissato, ma segnala una minaccia, come dire che il destino funesto previsto al Papa è stato provvidenzialmente evitato.

Ogni spiegazione fatalistica del futuro è, stando a questa interpretazione, fuorviante poiché cancellerebbe alla radice la libertà di arbitrio dell'uomo, da cui solo gli deriva la possibilità di salvezza. Ma perché la Chiesa ha aspettato tutti questi anni a rivelarlo?

Perché tanti altri Papi, come Giovanni XXIII, e Paolo VI non vollero leggerlo? La vicenda a questo punto assume contorni più sfocati e misteriosi. Perché in quegli anni l'immagine non parlava, prima dell'attentato sarebbe stata indecifrabile. Dicono, ma i dubbi un po' rimangono... (Violametista)

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MessaggioInviato: Gio Mag 19, 2005 12:36 pm    Oggetto: Adv






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Monia Di Biagio

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MessaggioInviato: Gio Mag 19, 2005 12:40 pm    Oggetto:  
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I primi due segreti

Nel 1917, la Madonna apparve a tre pastorelli, Lucia dos Santos (10 anni), e i suoi cuginetti Francesco Marto (9 anni) e Giacinta (7). Durante sei apparizioni la Vergine rivelò ai bimbi i tre segreti di Fatima.
Primo segreto: riguarda l'inferno, che i tre bambini dissero di aver visto solo per un momento, rimanendone impressionati. "Un grande mare di fuoco, e immersi in quel fuoco i demoni e le anime....tra gemiti di dolore e di disperazione". Secondo segreto: contiene la minaccia della punizione del mondo, afflitto dalla prima guerra mondiale, la profezia della fine del conflitto, lo scoppio della seconda guerra mondiale e l'ascesa del comunismo in Russia.


Il messaggio del Terzo segreto

"Dopo le due parti che già ho esposto, abbiamo visto al lato sinistro di Nostra Signora un poco più in alto un Angelo con una spada di fuoco nella mano sinistra; scintillando emetteva fiamme che sembrava dovessero incendiare il mondo; ma si spegnevano al contatto dello splendore che Nostra Signora emanava dalla sua mano destra verso di lui: l'Angelo indicando la terra con la mano destra, con voce forte disse: Penitenza, Penitenza, Penitenza!
E vedemmo in una luce immensa che è Dio: qualcosa di simile a come si vedono le persone in uno specchio quando vi passano davanti un Vescovo vestito di Bianco abbiamo avuto il presentimento che fosse il Santo Padre (...) tremulo con passo vacillante, afflitto di dolore e di pena, pregava per le anime dei cadaveri che incontrava nel suo cammino; giunto alla cima del monte, prostrato in ginocchio ai piedi della grande Croce venne ucciso da un gruppo di soldati che gli spararono vari colpi di arma da fuoco e frecce (...)".


:arrow: Articoli correlati dalla rete:

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MessaggioInviato: Gio Mag 19, 2005 12:42 pm    Oggetto:  
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Quel tragico pomeriggio del 13 maggio '81

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Due colpi esplodono in piazza S. Pietro, poi la corsa al Gemelli
Sono le cinque del pomeriggio del 13 maggio 1981, quando l'auto pontificia con a bordo Giovanni Paolo II, accompagnato dal segretario particolare, mons. Stanislaw Dziwisz e dall'aiutante di Camera, Angelo Gugel, giunge all'Arco delle Campane. Qui il Pontefice passa sulla jeep targata SCV3 e, in piedi sulla "Campagnola", esce sulla piazza cominciando i giri per i corridoi predisposti tra i reparti. La jeep, come sempre, sfiora quasi gli steccati affinché il Papa possa salutare le persone accalcate vicino alle transenne per stringere loro le mani.

Quando è vicino al Portone di Bronzo, un uomo che si è appostato sulla piazza fuori dalla zona riservata ai fedeli, nei pressi dell'emiciclo nord del colonnato, spara con una Browning calibro 9. Il Papa viene ferito all'addome, alla mano sinistra e all'avambraccio destro. I colpi raggiungono anche due turiste americane, Anne Odre e Rose Hall, che si trovano dalla parte opposta. A una di loro, poco dopo, verrà estratto un proiettile all'Ospedale S. Spirito.

Immediati i soccorsi della Guardia medica vaticana, dove i professori Buzzonetti e Fedeli decidono per l'immediato ricovero al Policlinico Gemelli a bordo di un'ambulanza che parte dal Vaticano alle 17,29 e arriva al Gemelli sette minuti dopo. Alle 18 il Papa è in sala operatoria. L'intervento durerà fino alle 23,30.

Il primo ad accorgersi che è avvenuto un attentato al Papa è uno degli uomini della Vigilanza. Egli vede il Pontefice premersi una mano sull'addome mentre mons. Dziwisz lo aiuta ad adagiarsi sul sedile posteriore. Nel frattempo, a bordo sale anche Francesco Pasanisi dell'Ispettorato generale di Ps presso il Vaticano e il capitano della Guardia Svizzera. Giovanni Paolo II sanguina da una mano, mentre una chiazza di sangue macchia l'abito bianco sulla schiena, all'altezza della fascia.

Camillo Cibin, capo della Vigilanza Vaticana, scavalca le transenne dalla parte in cui sono partiti i colpi e raggiunge Ali Agca che nel frattempo è stato bloccato da un Gendarme pontificio, da un giovane carabiniere e da un agente di Ps in borghese del commissariato Borgo. Agca viene trasportato al più vicino posto di servizio del Portone di Bronzo e da qui, poco dopo, trasferito al commissariato di Borgo.

Per tre volte, in un italiano stentato, mentre un agente lo tiene per il collo, e la gente si accalca intorno minacciosa, Agca pronuncia la frase: «Non ho fatto niente». (AdnKronos)


Papa: tutte le piste dell'attentato a San Pietro

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Non solo Bulgaria...

Ali Agca è «la punta emergente di una trama dai contorni purtroppo indefiniti e perciò drammatica e minacciosa, ordita da forze occulte». Così, nel luglio del 1981, conclude il primo giudice del dibattimento sull'attentato al Papa del 13 maggio. Sono passati solo due mesi dalla tragica giornata in Piazza san Pietro, ma si esclude con certezza che il Lupo Grigio sia un "terrorista venuto dal nulla", un "paranoico esaltato", uno "psicopatico maniaco", un "cavaliere isolato e delirante". La prima Corte d'Assise auspica perciò un approfondito riesame di tutte le circostanze per dare "un volto ai corresponsabili del gravissimo misfatto".

Nel dicembre dell'87, il giudice d'Appello, con motivazioni del tutto analoghe, dedica un capitolo alla questione definendo Agca «un killer prezzolato disponibile e ben disposto, per denaro, a compiere qualsiasi azione, come dimostrano la sua partecipazione all'omicidio Ipecki, i suoi certi legami con la malavita comune e politica e le sue stesse significative ammissioni».

Ma nel maggio dell'85, mentre è in corso il dibattimento della seconda inchiesta sull'attentato al Pontefice, il pm chiede al giudice Rosario Priore di procedere formalmente contro il turco Arslan Samet, arrestato a Venlo, nei Paesi Bassi, al confine con la Repubblica Federale tedesca, in coincidenza con il viaggio del Papa in quel paese. Samet è trovato in possesso di una pistola Browning calibro 9 che fa parte dello stesso stock di armi acquistate da Ali Agca e i suoi complici, tra cui quella usata per compiere il delitto in piazza San Pietro.

Negli anni dell'istruttoria emergeranno nuovi percorsi di indagine, notizie sulla preparazione dell'attentato e progetti per altre operazioni ai danni del Pontefice. Il giudice Priore denuncerà ostacoli, deviazioni e veri e propri boicottaggi anche da parte di numerosi servizi di Sicurezza. L'organizzazione che arma la mano di Agca lo fa evadere dal carcere di Kartel Maltepe, in Turchia, lo rifornisce di denaro, di documenti di identità, facendolo muovere in più Paesi, dall'Asia, all'Europa, all'Africa.

In un primo momento il terrorista turco dichiara che la decisione di compiere l'attentato è stata presa a Sofia nel 1980. E che insieme ad Oral Celik ha avuto mandato di individuare altre due persone da inserire nel gruppo operativo: Sedat Sirri Kadem e Omer Ay. Quanto a Samet, Agca riferisce che questi aveva il compito di intervenire, nel caso che qualche membro del commando fosse stato catturato, facendo esplodere delle bombe panico.

Ma alla fine dell'anno, comincia la stagione delle ritrattazioni di Agca che renderanno arduo il lavoro dei giudici e praticamente impossibile risalire alla verità sui mandanti del killer, anche a vent'anni dai fatti. Il turco rimangerà praticamente tutte le dichiarazioni rese davanti ai giudici, che ad un certo punto lo dichiareranno inattendibile.

A tutto ciò si aggiunge, nel giugno 1983, la scomparsa di Emanuela Orlandi, figlia di un funzionario vaticano. Agca tira in ballo i servizi segreti americani, affermando che questi, tramite Francesco Pazienza, gli chiedono di rivelare la pista bulgara in cambio della liberazione della ragazza. Ma, dopo il confronto tra l'attentatore del Papa e l'agente del Supersismi, Agca cambia di nuovo posizione dichiarando che la pista è falsa e che il castello da lui esibito è frutto dei Servizi occidentali.

Nel settembre del '95, il turco afferma al giudice di «essere Gesù Cristo, la realizzazione del Messia finale, chiamato per la realizzazione del terzo segreto di Fatima». Questa frase assumerà una valenza inquietante solo qualche anno più tardi, quando il Vaticano rivelerà che l'ultima parte del segreto del quale è depositaria suor Lucia riguarda proprio l'attentato in piazza San Pietro di diciannove anni prima.

Ma non si fermano qui le ritrattazioni e le versioni contraddittorie che il terrorista fornisce sull'agguato contro papa Wojtyla. Nel settembre del '97 ecco che una lettera indirizzata ai magistrati titolari dell'inchiesta rivela l'ultima versione dell'organizzazione dell'attentato. In cambio, il prigioniero chiede o la grazia o l'estradizione in Turchia.

Questa volta, la sua verità è la seguente: è stato addestrato nel '77 dal Kgb in Siria dalla organizzazione di George Habbash. È stato successivamente inserito come agente provocatore nei Lupi Grigi al fine di innescare processi di guerra civile, che indebolissero la Turchia, Paese chiave dell'Alleanza Atlantica. Sempre il servizio segreto sovietico aveva poi proseguito il suo addestramento in Bulgaria finalizzato all'operazione contro il Papa.

Nel ventaglio di ipotesi sulle piste, a vent'anni di distanza dall'attentato, e alla luce della strage contro le Torri Gemelle, il giudice Priore invita a riconsiderare quella islamica, mai tenuta in conto, che non esclude comunque una cointeressenza dell'Est nella vicenda. Ciò anche in considerazione della missione di Agca in Iran prima del suo viaggio in Europa.

Gli Ulkulu sono infatti islamici stretti, difendono la patria e l'ideologia della Grande Turchia. Con gi attentati al Papa, osserva il giudice nella sentenza, potrebbero mirare specie dopo il crollo del comunismo, perché gli attentati sono proseguiti anche dopo la caduta del Muro e della Bulgaria comunista, alla figura spirituale in sé del Papa e non come anticomunista.

Se era vero che il comunismo aveva come obiettivo Papa Woijtyla e l'Iman Khomeini, era anche vero che «Khomeini odiava sia l'Occidente capitalista che l'oriente comunista, dominati entrambi da ideologie irreligiose ed atee. E lo stare a Tabriz da solo, per più mesi, forse è più indicativo di una preparazione di progetti su obiettivi all'esterno di quel Paese che al suo interno».

Assumono rilievo, nella vicenda, i documenti provenienti dall'Ambasciata d'Italia presso la Santa Sede. In un telex del 22 marzo 1990 al ministero degli Esteri, l'allora vescovo e diplomatico vaticano Angelo Sodano scrive: «Solo il Santo Padre forse sa qualcosa, dopo il suo colloquio con Ali Agca, ma non ci dirà mai quello che sa». Il 27 dicembre del 1983, infatti, il Papa aveva fatto visita a Rebibbia ad Ali Agca. Rimasto solo con lui in cella per oltre mezz'ora, quando uscì dalla cella qualcuno riferì di averlo visto piangere.

In un altro documento si riporta: «In Vaticano non esistono indizi ed informazioni né teorie attendibili sull'attentato al Sommo Pontefice, la cui genesi resterà un mistero come negli attentati al presidente Kennedy ed al premier svedese Palme».

Per le gerarchie vaticane la questione è da considerarsi chiusa con il perdono del Papa nei confronti di Ali Agca; in ogni caso "nulla di chiaro", si è fatto notare in Vaticano, era mai emerso dal 13 maggio 1981. (AdnKronos)


Così il Kgb tentò di fermare Wojtyla

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Ricostruiti i tentativi dei regimi comunisti per fermarlo
Tentativi di infiltrazione in Vaticano, opuscoli del Kgb sulla minaccia rappresentata dal Papa polacco, una politica per accentuare contrasti e rivalità nella Chiesa cattolica e fra questa e le altre Chiese, in particolare quella ortodossa: all'inizio degli anni Ottanta il Patto di Varsavia aveva identificato nel pontificato di Karol Wojtyla una minaccia mortale per il socialismo reale. Questo fosco scenario è stato ricostruito nell'autunno 2000 in un libro inglese intitolato "Il Terzo Segreto. La Cia, Solidarnosc e il complotto del Kgb per uccidere il Papa" (Harper Collins), firmato da Nigel West, e che non ha ricevuto particolari smentite. Nigel West è lo pseudonimo dell'ex deputato conservatore inglese Rupert Allason, vicino ai servizi segreti di Sua Maestà e proclamato nel 1999 "Esperto degli esperti" dai colleghi scrittori di storie di spie per i suoi dodici libri di spionaggio, nonché editore europeo del "Giornale di spionaggio e controspionaggio" di Washington. Il libro è basato su documenti a cui è stato tolto il segreto di Stato a Mosca, Varsavia e Washington: mostrano, tra le altre cose, il grado di coinvolgimento del Kgb nel fallito tentativo di assassinio di Giovanni Paolo II, il 13 maggio 1981.

Secondo personaggi che si professavano cattolici del calibro di Bill Casey, ex direttore della Cia, del generale americano Vernon Walters, degli ex segretari di Stato statunitensi Alexander Haig e Judge William Clark, il "diavolo" aveva tentato di uccidere Wojtyla per mano di Alì Agca ed era stato armato dal Kgb, anche se è sempre stato difficile rintracciarne le prove. Secondo Nigel West una prova della complicità del Kgb nel tentativo di assassinare Giovanni Paolo II è offerta dalla reazione dello stesso Kgb e dell'Sb (il servizio segreto polacco del regime comunista) alla sua elezione al soglio di Pietro.

Il giorno seguente l'elezione papale (17 ottobre 1978), il residente del Kgb a Varsavia Vitali Pavlov inviò a Mosca questo rapporto: «Wojtyla ha una visione profondamente anticomunista. Senza opporsi apertamente al sistema socialista, ha criticato il modo in cui operano le agenzie statali della Repubblica popolare polacca formulando le seguenti accuse: i diritti umani fondamentali dei cittadini polacchi sono limitati; esiste un inaccettabile sfruttamento degli operai; le attività della Chiesa cattolica sono ostacolate e i cattolici trattati come cittadini di seconda classe; è stata organizzata una pressante campagna per imporre alla società l'ateismo e convertire i cittadini a un'ideologia estranea; la Chiesa Cattolica vede negato il proprio ruolo culturale privando in tal modo la cultura polacca del suo tesoro nazionale».

Il residente del Kgb a Roma Boris Solomatin cominciò a spiare il Vaticano, già pochi giorni dopo l'elezione di Wojtyla. Contemporaneamente, in Polonia, la spia professionista Oleg Buryen, dietro le mentite spoglie di un editore canadese studioso dei missionari polacchi, contattò padre Josef Tischner, professore di etica sociale all'Università di Lublino, uno degli amici di vecchia data più intimi del Papa. La trionfale visita del Papa in Polonia nel 1979 e la nascita di Solidarnosc, insieme con la dichiarazione a Radio Vaticana che «il nostro obiettivo non è quello di distruggere un sistema politico, ma aiutare la nascita di una nuova società», disturbarono ulteriormente la leadership sovietica.

Il 16 giugno 1980 Pavlov informava Mosca che i suoi "amici" (l'Sb) erano riusciti a stabilire alcuni "contatti" molto vicino al Papa: «I nostri amici hanno importanti posizioni operative a disposizione in Vaticano, e queste consentono loro di avere l'accesso diretto al Papa e alla congregazione romana. Oltre ad agenti professionisti verso i quali Giovanni Paolo II è personalmente ben disposto e che possono ottenere un'udienza in qualsiasi momento, i nostri amici hanno agenti attivi tra i leader degli studenti cattolici che sono in costante contatto con i circoli vaticani e hanno possibilità di azione entro Radio Vaticana e nel Segretariato papale».

Gli obiettivi di queste spie erano quelli di influenzare il Papa ad un sostegno attivo all'idea di distensione internazionale, di coesistenza pacifica e di cooperazione tra gli stati. Ma anche, come si evince dai documenti dell'ex Kgb, esercitare un'influenza favorevole sulla politica del Vaticano in merito a problemi internazionali specifici; accentuare il disaccordo tra il Vaticano e gli Usa, Israele e gli altri Paesi; accentuare le discordie e i contrasti interni al Vaticano. Tra i compiti degli infiltrati dei servizi segreti comunisti figuravano inoltre: studiare, escogitare e portare a termine operazioni per mandare all'aria i piani del Vaticano sull'aiuto e il sostegno alle Chiese e agli insegnamenti religiosi nei paesi socialisti; sfruttare i contatti del Kgb nella Chiesa Ortodossa, e nelle chiese Armena e Georgiana; ideare e realizzare misure che ostacolino l'estensione dei contatti tra queste chiese e il Vaticano; identificare i canali attraverso i quali la Chiesa polacca accresce la sua influenza e rinvigorisce il lavoro della Chiesa nell'Urss.

Durante gli eventi che portarono all'introduzione della legge marziale in Polonia nel dicembre 1981, il presidente sovietico Breznev guardava con sempre maggior preoccupazione al Papa come a un pericoloso catalizzatore per la rivolta in Polonia, che costituiva "il punto debole della difesa sovietica". Si è poi appreso che Giovanni Paolo II scrisse personalmente a Breznev al Cremlino, minacciando di tornare in Polonia per guidare la resistenza contro qualsiasi tentativo di occupazione del Paese da parte delle forze sovietiche un mese prima di accordare un'udienza al leader di Solidarnosc Lech Walesa, quando Wojtyla rilasciò il memorabile commento «il figlio è venuto a rendere visita al padre».

Inoltre i leader del Patto di Varsavia, come Teodor Zhivkov, Gustav Husak ed Erich Honecker, tenevano il Cremlino sotto una crescente pressione dal novembre 1980, perché si decidesse un intervento risoluto per distruggere il pericolo di una seconda Primavera di Praga mentre era ancora in germoglio. Il 26 novembre, Honecker incalzava Breznev a passare alle vie di fatto: «Secondo le informazioni che ci giungono attraverso diversi canali, le forze controrivoluzionarie della Repubblica popolare polacca sono in costante offensiva, e qualsiasi ritardo del nostro intervento contro di esse significherebbe la morte della Polonia socialista. Ieri un nostro sforzo collettivo poteva essere considerato prematuro; oggi è essenziale e domani potrebbe essere già troppo tardi». All'incontro del Patto di Varsavia convocato d'urgenza il 5 dicembre, non poteva esservi più alcun dubbio sulla pericolosità della situazione in Polonia per la stessa esistenza di quei regimi, e sulla violenta ostilità di quelli nei confronti del Papa polacco.

Prima del tentativo di assassinare Papa Giovanni Paolo II, il cardinal Agostino Casaroli, Segretario di Stato, aveva respinto sdegnosamente i tentativi svolti da Bill Casey per stabilire un contatto tra la Cia e il Vaticano, ma in un secondo momento il Papa accettò di prendere visione di rapporti segreti, con fotografie dei paesi del Patto di Varsavia scattate dai satelliti spia. Per la Cia, il Papa fu una delle cinque persone responsabili della caduta dell'Impero Sovietico. Al generale di origine inglese Vernon Walters, venne assegnata dal Segretario di Stato americano, il cattolico Judge William Clark, la responsabilità di «spiegare al Papa le politiche degli Usa in materia di affari esteri e difesa».

L'Amministrazione americana era consapevole che esisteva una convergenza di interessi tra Chiesa Cattolica e Stati Uniti nel tentativo di contenere l'espansione comunista. Secondo le istruzioni ricevute, Walters doveva illustrare la situazione al Papa basandosi "sui migliori rapporti di spionaggio disponibili". Walters discusse con Giovanni Paolo II «della minaccia che ci derivava dai missili, dalle forze di terra convenzionali, dalla Marina e dall'Aviazione sovietica. Inoltre, quando il momento è stato favorevole, ho affrontato esaurientemente i problemi della Polonia e una volta sono entrato nel merito delle ultime informazioni sui campi di concentramento dell'Urss, che erano ancora operativi. Talvolta il Papa stesso mi indicava quali argomenti presentargli la volta successiva. Mi riceveva sempre da solo e se qualcuno tentava di interrompere le nostre riunioni lo metteva alla porta».

Oleg Gordievsky, responsabile della residentura del Kgb a Londra, era stato arruolato nel 1973 dai servizi inglesi. Fu lui a mostrare all'MI6 l'opuscolo del Kgb "Misure per neutralizzare l'attività sovversiva del Vaticano" dopo l'avvento di Wojtyla, diffuso tra tutti i responsabili degli uffici del Kgb. In esso si legge: «Negli ultimi anni il Capo della Chiesa Cattolica, insieme ai circoli di destra del Vaticano, stanno organizzando attività sovversive contro i Paesi socialisti. In questa prospettiva, i responsabili del nostro Dipartimento attribuiscono massima importanza a un'intensificazione degli sforzi da parte dei membri della nostra organizzazione all'estero per penetrare, utilizzando agenti e altri mezzi operativi, all'interno dei centri cattolici dell'Occidente e per ottenere dati segreti sulle operazioni ostili in fase di preparazione presso il Vaticano, nonché per intraprendere misure attive su vasta scala intese a incitare figure importanti della Chiesa Cattolica a protestare in difesa della pace e per limitare la corsa agli armamenti».

«La tendenza anti-socialista nelle attività vaticane - si leggeva sempre nell'opuscolo del Kgb - è diventata particolarmente rilevante con l'arrivo al soglio pontificio di Giovanni Paolo II, la cui ostilità verso i paesi della comunità socialista è condizionata sia dalle sue personali convinzioni anti-comuniste e anti-sovietiche, sia dall'influenza esercitata su di lui dai rappresentanti più conservatori del clero cattolico e da figure politiche reazionarie dell'Occidente, specialmente americane il Papa e il suo entourage stanno facendo ogni sforzo, con ogni mezzo possibile, per cambiare i rapporti stabiliti tra le Chiese e gli stati nei Paesi socialisti. Alla luce dell'esperienza polacca, stanno cercando in primo luogo di ottenere la completa indipendenza della Chiesa dallo Stato, poi di rafforzare la posizione del clero reazionario nei paesi socialisti e infine di intensificare i sentimenti antisocialisti tra il clero e i fedeli».

La destabilizzazione in casa propria nel blocco sovietico e il pericolo della fine della teologia della liberazione marxista nell'America Latina, richiesero una reazione del Kgb anche dopo il fallimento dell'attentato al Papa. La risposta consisteva - afferma Nigel West nella sua ricostruzione - innanzitutto nello spiare, in secondo luogo nelle minacce di un inasprimento delle sanzioni contro la Chiesa se «ci fossero state interferenze negli affari interni dei paesi socialisti» e, in terzo luogo, nel tentativo di dividere e governare sfruttando, nell'interesse dei Paesi socialisti, l'esistenza di qualsiasi dissenso interno al Vaticano, qualsiasi insoddisfazione constatata tra i cardinali più influenti per quello che era, secondo loro, "l'eccessivo entusiasmo" di Giovanni Paolo II per la sua "politica verso l'Est" rispetto ad altri settori dell'attività del Vaticano.

Inoltre il Kgb si attivò per ridurre al minimo i rapporti tra "le chiese Ortodossa russa, Georgiana, Gregoriana d'Armenia e le altre chiese cristiane", e al contrario inasprire qualunque gelosia tra il clero italiano più ostile e la Curia riguardo "l'intenzione del Papa di rafforzare la propria posizione promuovendo polacchi, tedeschi dell'Est e altri non italiani nella gerarchia cattolica".

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